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a cura di Claudio M. Degola

La coscienza secondo Dennet

Daniel C. Dennet – Coscienza (Consciousness Explained, 1991; trad. it. Raffaello Cortina, 2023) Dennett spiega la coscienza umana come fenomeno interamente fisico, senza residui misteriosi, opponendosi sia al dualismo cartesiano sia al “materialismo cartesiano” implicito di molti neuroscienziati (nessuno crede più in una sostanza pensante immateriale. Ma molti hanno conservato la forma della sua immagine, sostituendo l’anima con un luogo del cervello.)
Al centro del libro c’è il rifiuto del Teatro Cartesiano — l’idea che nel cervello esista un luogo o un momento in cui “tutto converge” per un osservatore interno — a favore del modello delle Molteplici Versioni (Multiple Drafts): il cervello produce in parallelo revisioni continue e senza autore dei contenuti percettivi, e non esiste una versione “definitiva” dell’esperienza cosciente. Per studiare questi contenuti in modo scientifico, Dennett propone l’eterofenomenologia, un metodo in terza persona che tratta i resoconti verbali dei soggetti come testi da interpretare, senza presupporne l’infallibilità. Su queste basi ricostruisce l’evoluzione culturale della coscienza (i memi, la macchina joyceana), la natura del Sé come “centro di gravità narrativa”, e infine affronta il problema dei qualia, che dissolve piuttosto che risolvere, sostenendo che le presunte qualità intrinseche ed ineffabili dell’esperienza sono un artefatto della cornice teorica cartesiana.

Dennet si propone di decifrare il rapporto tra mente e corpo superando le concezioni tradizionali attraverso una prospettiva scientifica ed empirica. Attraverso il celebre esperimento mentale del cervello in una vasca, Dennett esplora i limiti della simulazione della realtà e le difficoltà computazionali nel riprodurre l’esperienza sensoriale. Viene inoltre analizzata la natura delle allucinazioni, suggerendo che esse non siano create da un “regista” interno, ma derivino da un processo di auto-generazione di ipotesi simile a un gioco di società. In definitiva, la percezione cosciente emerge dalla continua interazione tra aspettative cerebrali e dati sensoriali.

Il libro si propone di demistificare la coscienza, trattandola come un fenomeno fisico derivante dall’attività cerebrale piuttosto che come un mistero metafisico. Le idee cardine sono:

  • Contro il “Teatro Cartesiano” (cap. 5): Dennett rifiuta l’idea che esista un luogo centrale nel cervello dove “tutto converge” e dove un osservatore interno (un “io”) assiste allo spettacolo della coscienza.
  • Modello delle “Molteplici Versioni” (cap. 5): in alternativa al teatro, propone che il cervello operi attraverso processi paralleli e incessanti di interpretazione e “revisione editoriale” dei dati sensoriali. Non esiste una versione “finale” o “pubblicata” dell’esperienza, ma un flusso di contenuti in continua evoluzione.
  • Eterofenomenologia (cap. 4): è il metodo proposto per studiare la coscienza in modo scientifico (in terza persona), interpretando i resoconti verbali dei soggetti come se fossero narrazioni fittizie che rivelano il loro “mondo interiore” senza presupporne l’infallibilità.
  • Il Sé come centro di gravità narrativa (cap. 13): il “sé” non è un’entità reale (un’anima o un pezzetto di cervello), ma un’astrazione, una finzione teorica utile a organizzare la biografia di un individuo — l’immagine del centro di gravità è già suggerita in epigrafe al cap. 5 con una citazione di William James, e Dennett la sviluppa sistematicamente nel cap. 13.

La definizione conclusiva di coscienza

In conclusione alla sua ricerca (cap. 9), Dennett definisce la coscienza umana come un enorme complesso di memi (unità di evoluzione culturale) che agisce come una macchina virtuale. Questa macchina, chiamata “macchina joyceana”, è implementata sull’architettura parallela del cervello, che originariamente non era progettato per compiti seriali come il pensiero logico o il linguaggio. Dennett dichiara formalmente:

“[…] ogni cosa che ha una macchina virtuale del genere come suo sistema di controllo è cosciente nel senso più pieno del termine ed è cosciente perché ha una tale macchina virtuale.” (cap. 9)

L’esperimento mentale della vasca (cap. 1)

L’esperimento, versione moderna del “genio maligno” di Cartesio, ipotizza che scienziati malvagi abbiano rimosso il cervello del soggetto ponendolo in una vasca per il mantenimento in vita. I nervi troncati sarebbero collegati a un computer capace di simulare stimoli reali (musica, calore, sensazioni tattili). Dennett usa questo esperimento per dimostrare che, sebbene sia “possibile in linea di principio”, un simile inganno è praticamente impossibile a causa dell’enorme quantità di informazioni (larghezza di banda) necessaria: persino la simulazione di una semplice moneta osservata, morsa o lanciata richiederebbe più bit di quanti un supercomputer possa gestire in un anno.

La critica a Cartesio e il dualismo (cap. 2 e cap. 5)

Dennett considera la filosofia di Cartesio esplicitamente dualistica. Riconosce a Cartesio il merito di aver visto il corpo e gran parte delle funzioni cerebrali come meccanismi (automi), ma critica il fatto che si sia fermato di fronte alla mente, postulando una res cogitans non fisica che interagisce con il corpo attraverso la ghiandola pineale. La critica di Dennett è duplice:

  1. Dualismo interazionista (cap. 2): Cartesio non riuscì mai a spiegare come una mente non fisica potesse influenzare un cervello fisico senza violare le leggi della fisica, in particolare il principio di conservazione dell’energia.
  2. Materialismo cartesiano (cap. 5): Dennett critica i materialisti moderni che, pur rifiutando il dualismo, mantengono l’idea di un centro funzionale nel cervello (il Teatro Cartesiano), commettendo l’errore di cercare ancora un “osservatore ultimo” all’interno del sistema.

Relazione mente-cervello o mente-corpo?

Dennett affronta la questione definendo la relazione principalmente fra mente e cervello, sebbene riconosca che storicamente il problema è nato come mente-corpo. Nella sua teoria la mente è vista come il “software” che gira sull'”hardware” del cervello: “la mente è il cervello” in senso materialistico. Il corpo non è escluso: Dennett evidenzia come l’autostimolazione corporea — parlare a voce alta, gesticolare — sia stata fondamentale nell’evoluzione per permettere al cervello di riorganizzarsi e creare la macchina virtuale della coscienza (cap. 7).

La macchina joyceana (cap. 7)

  • Il riferimento è alla scrittura di Joice: un flusso narrativo che appare come un flusso di coscienza che opera in maniera continua e seriale, nonostante il cervello lavori in modo parallelo e frammentato
  • Natura di macchina virtuale: è il “software” della coscienza che gira sull’hardware biologico dei neuroni — una struttura “fatta di regole piuttosto che di cavi”.
  • Ruolo dei memi: non è presente nel cervello alla nascita per via genetica, ma è il prodotto dell’evoluzione culturale, “installata” durante l’infanzia attraverso l’apprendimento del linguaggio e l’incorporazione di migliaia di memi.
  • Dall’architettura parallela alla serialità: il cervello ereditato dall’evoluzione animale è composto da milioni di specialisti che operano in parallelo; la macchina joyceana disciplina questa attività, creando una “strozzatura” seriale che simula il funzionamento di un calcolatore di von Neumann.
  • Il Sé come comandante virtuale: l’attività di questa macchina crea un comandante virtuale (il Sé) che coordina gli specialisti cerebrali e permette la pianificazione a lungo termine.

Il rapporto fra corpo e mondo, e la costruzione del soggetto (cap. 13)

  • Il fenotipo esteso: Dennett adotta il concetto biologico di Dawkins, secondo cui le costruzioni di un organismo (la diga di un castoro, la ragnatela di un ragno) fanno parte del suo equipaggiamento biologico. Negli esseri umani questa “costruzione” è una rete di discorsi e atti sociali.
  • Confini porosi: la distinzione tra “me” e “il mondo esterno” è inizialmente una necessità biologica, ma i confini del sé biologico sono porosi e indefiniti.
  • Fame epistemica: il cervello non elabora costantemente tutto il mondo, ma svolge solo il lavoro necessario a soddisfare la curiosità o le necessità pratiche del momento — questo tema è già anticipato nel cap. 1, nella sezione programmatica che introduce l’intero libro.
  • L’illusione dell’utente: la coscienza di sé è descritta come una “illusione dell’utente”, la metafora semplificata con cui il sistema cervello-corpo rappresenta i propri stati interni.

Le allucinazioni forti e il “gioco di società” (cap. 1)

Dennett definisce le allucinazioni forti come esperienze di oggetti tridimensionali che si presentano in modo concreto e persistente: dovrebbero apparire solide, lasciarsi toccare, rispondere alle azioni del soggetto, essere osservabili da ogni angolazione. Sostiene che siano praticamente impossibili per lo stesso problema di larghezza di banda dell’esperimento della vasca, e che le allucinazioni cliniche dettagliate possano sopravvivere solo se la vittima resta passiva, senza indagare attivamente.

Per spiegare come il cervello generi allucinazioni senza un “regista” interno, Dennett propone l’analogia con un gioco di società che chiama esplicitamente “un gioco di società chiamato psicoanalisi”: un giocatore (“il pollo”) fa domande a cui il gruppo risponde sì o no seguendo una regola arbitraria (basata sull’iniziale dell’ultima parola), producendo un racconto coerente privo di un vero autore — quella che Dennett chiama “un’illusione senza illusionista”. Allo stesso modo, nella percezione normale un ciclo di generazione di ipotesi (dall’alto verso il basso) viene confermato da dati sensoriali (dal basso verso l’alto); nell’allucinazione il canale dei dati entra in una modalità di conferma arbitraria, e il contenuto è fornito dalle aspettative e dalle ansie del soggetto. Le allucinazioni “leggere” (arto fantasma, bagliori) restano invece semplici stimolazioni meccaniche dei nervi, molto più comuni e facili da spiegare.

Il tempo e l’esperienza: revisioni orwelliane e staliniane (cap. 5-6)

Applicando il modello delle Molteplici Versioni alla percezione del tempo, Dennett mostra che è impossibile, in molti casi, stabilire un istante preciso in cui un’esperienza “diventa cosciente”, perché il cervello può revisionare il materiale percettivo dopo l’evento (revisione orwelliana, come il Ministero della Verità di 1984 che riscrive il passato) oppure può produrre già in origine un resoconto distorto ma coerente (revisione staliniana, come un processo farsesco con false testimonianze). Poiché non esiste un Teatro Cartesiano in cui fissare il momento “vero” dell’esperienza, la distinzione tra le due ipotesi si rivela, secondo Dennett, priva di una differenza di fatto verificabile: entrambe producono lo stesso risultato osservabile.

[Aggiunto] I qualia: “quali qualia?” (cap. 11-12)

Nella parte finale del libro Dennett affronta direttamente il problema filosofico dei qualia — le presunte qualità qualitative, intrinseche, private e ineffabili dell’esperienza cosciente (il “rosso” del rosso, il sapore del caffè). Anziché tentare di spiegarle, ne mette in discussione l’esistenza stessa come categoria coerente: la nozione di qualia, sostiene, è un residuo del Teatro Cartesiano, un tentativo di salvare un osservatore interno a cui le qualità “appaiono”. Attraverso esperimenti mentali come lo spettro invertito e casi di inversione percettiva reale (i soggetti che si abituano a occhiali che invertono i colori), Dennett conclude che non è possibile isolare un residuo qualitativo separabile dalle disposizioni comportamentali e cognitive del soggetto: i qualia, in questo senso, non esistono come li intende la tradizione filosofica.

Coscienza animale e zombie (cap. 14)

Nell’ultimo capitolo Dennett applica la sua teoria ai casi limite: gli animali (il pipistrello di Nagel, “che cosa si prova a essere un pipistrello”) e gli zombie filosofici — esseri ipotetici indistinguibili da una persona cosciente ma privi, per ipotesi, di esperienza soggettiva. Dennett usa questi casi per mostrare che, una volta accettato il modello della macchina joyceana, la domanda “un pipistrello (o uno zombie) potrebbe avere la stessa architettura cognitiva senza essere cosciente?” perde il suo apparente significato: se un sistema possiede quel tipo di organizzazione funzionale, per Dennett è cosciente per definizione, ed è per questo che l’ipotesi zombie viene respinta come incoerente più che come falsa.


Schema: capitoli e concetti chiave

—PrefazioneGenesi del libro, contesto biografico e intellettuale
1Preambolo: come sono possibili le allucinazioni?Cervello nella vasca, larghezza di banda, allucinazioni forti/deboli, gioco di società (“illusione senza illusionista”), fame epistemica (anticipata)
2Verso una spiegazione della coscienzaDualismo interazionista, ghiandola pineale, conservazione dell’energia
4Un metodo per la fenomenologiaEterofenomenologia, zombie (prima menzione)
5Molteplici Versioni contro Teatro CartesianoTeatro Cartesiano, Molteplici Versioni, materialismo cartesiano, res cogitans, revisioni orwelliane e staliniane
6Il tempo e l’esperienzaPercezione del tempo, ordine soggettivo vs oggettivo
7L’evoluzione della coscienzaMemi, autostimolazione, origine della macchina joyceana
9L’architettura della mente umanaMacchina joyceana, definizione formale di coscienza
11-12Smantellare il programma di protezione del testimone / Quali qualia?Critica ai qualia, spettro invertito
13La realtà dei séCentro di gravità narrativa, fenotipo esteso, illusione dell’utente
14La coscienza nella nostra immaginazioneCoscienza animale, zombie filosofici

CITAZIONI

1. Cos’è la coscienza — spiegazione ed evoluzione

L’ipotesi centrale (cap. 7):
“La coscienza umana è essa stessa un enorme complesso di memi (o più esattamente, di effetti provocati dai memi nel cervello) che si può comprendere egregiamente pensando al funzionamento di una macchina virtuale ‘neumanniana’ implementata sull’architettura parallela di un cervello che non era progettato per attività del genere.”

2. Tempo oggettivo e soggettivo

La distinzione concettuale (cap. 6):
“Questa distinzione tra il tempo rappresentato (dal timbro) e il tempo del rappresentante (il giorno in cui la lettera arriva) è un esempio della familiare distinzione tra contenuto e veicolo dell’informazione.”

La conseguenza radicale (cap. 5):
“[…] non esista alcuna linea d’arrivo privilegiata, cosicché l’ordine temporale delle discriminazioni non può essere ciò che fissa l’ordine soggettivo nell’esperienza.”

E la diagnosi finale sulla coppia orwelliano/staliniano:
“Le due teorie raccontano esattamente la stessa storia tranne che per il luogo dove pongono il mitico Grande Spartiacque […]. Questa è una differenza che non fa differenza.”

3. La macchina joyceana

Cosa sia una macchina virtuale (cap. 7):
“Una macchina virtuale è ciò che ottieni quando imponi un particolare insieme di regole (più letteralmente: disposizioni o regolarità di transizione) su tutta questa plasticità.”

Cosa cosciente (cap. 9):
“[…] ogni cosa che ha una macchina virtuale del genere come suo sistema di controllo è cosciente nel senso più pieno del termine ed è cosciente perché ha una tale macchina virtuale.”

4. Il sé come centro di gravità narrativa

Fisici ed eterofenomenologi (cap. 13):

“I fisici apprezzano l’enorme semplificazione che ottieni quando postuli un centro di gravità in un oggetto, un unico punto rispetto al quale tutte le forze gravitazionali possono essere calcolate. Noi eterofenomenologi apprezziamo l’enorme semplificazione che ottieni quando postuli un centro di gravità narrativa in un corpo umano tessitore di narrazioni.”

L’inversione causale:
“I nostri racconti vengono tessuti, ma per lo più noi non li tessiamo; essi ci tessono. La nostra coscienza umana – e la nostra individualità narrativa – è un loro prodotto, non la loro fonte.”

“Come il sé biologico, questo sé psicologico o narrativo è ancora un’altra astrazione, non qualcosa nel cervello […].”

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