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a cura di Claudio M. Degola

Sole, luce, occhio

Il principe per Erasmo è come il Sole: una forza positiva che guida il popolo. Concezione idealistica: pone l’uomo al centro dell’attenzione, mantenendo il vecchio quadro delle relazioni, in cui la religione (riformata, moralizzata) continua a essere il cemento della società.

Machiavelli non è un idealista e neppure un utopista: il principe deve giocare bene le sue carte.

Con l’umanesimo al centro del sistema (il mondo-universo) appare l’uomo. Inizia così quell’attenzione per l’uomo; uomo come entità spirituale e accidentale che si svilupperà nei secoli sino a diventare l’oggetto di una conoscenza empirica, oppure analitica dell’individuo (corpo e mente).

Sembra che al centro vi sia l’uomo. Ma senza la luce quel uomo non sarebbe visibile. E senza l’occhio dell’Altro non vi sarebbe alcuna relazione possibile.

Al centro forse non sta l’uomo, e neppure il Sole (la sorgente), ma l’occhio che genera la visione. Mi viene voglia di rovesciare la pelle; l’occhio che guarda all’interno ed è esso stesso la luce che illumina il corpo rivoltato come un guanto, dentro-fuori e fuori-dentro.

Il Sole di Copernico al centro dell’Universo è metafora di luce, di punto di vista non più religioso, bensì geometrico.

 

Notare due cose

Ho fatto una piccola  ricerca su internet per scuotere la mia memoria, ma non ho trovato il ricordo che cercavo.

Il libro è il mattino dei maghi, di Louis Pauwels e Jacques Bergier. E il personaggio misterioso si chiama Fulcanelli.

Dovrei aver letto un articolo o una presentazione di un libro in cui si parlava del mattino dei maghi e di altre teorie esoteriche che divennero molto di moda in francia negli anni sessanta e in italia nei settanta.

Vorrei farti notare due cose:
– queste teorie esoteriche spostano il centro della conoscenza all’esterno dell’uomo, e finiscono sempre col fare l’esaltazione dell’individuo e della sua volontà di potenza. 
– non ti sembra che questo bisogno  di irrazionale (lo dicono i razionalisti e gli accademici) sia l’altra faccia del bisogno di ordine?
Non saprei quale dei due schieramenti abbia prodotto più danni. Comunque ho cercato di prendere le distanze dall’uno come dall’altro, ma seguendo una via un po’ complessa. Per dirla con una vecchia massima zen: “la via giusta è quella di mezzo, dove però non vi è mezzo e non vi sono neppure i lati.”

Al centro del problema resta sempre e comunque la figura di Fulcanelli.

Ho visto Fulcanelli questa sera. Ci siamo seduti al bar delle biciclette per fare due chiacchiere. Come al solito aveva un’aria distratta, sempre immerso in una nuvola cosmica di pensieri. Da quando è morto Pauwels, la sua distrazione è peggiorata. Louis era l’unico che riusciva a scuoterlo ironizzando sulle sue fantasie che, diceva, sembrano uscite da un libro di Marquez, il maestro del realismo magico.
Lui, Fulcanelli, il principe del realismo fantastico, quando sentiva nominare Marquez s’incazzava ferocemente.
Ricordo quando Louis gli disse con un sorriso sbilanciato: “Fulcanelli, anzi Fulk, tu non esisteresti se non ti avessi nominato nei miei libri, saresti solo una leggenda e non dovresti pisciare tutta quella birra che ti sei scolato anche oggi.”
Finiva che Fulcanelli si metteva a piangere come una zanzara sopra lo zampirone. E Louis che gli batteva sulla spalla concludendo “non piangere, ti scrivo altri due capitoli nel nuovo libro”.
Un’altra Poi, con un repentino cambio di umore gli declamava in faccia

Adesso è rimasto Bergier a sfruttare la sua immagine. Sembra che lo voglia digitalizzare. Ha visto il successo di Luther Blisset su internet e ha deciso di fare un fulcanelli.com, accompagnato da una attività di merchandising (magliette, shampoo e mazzi di carte), oltre a e-commerce e trading online per gli internettiani rincoglioniti.

Ho sentito che Bergier ha fatto un master (basta questo per intendersi) di marketing democratico-stellare. Una cosa da sballo, sostiene. E sostiene che Fulcanelli sarà il nuovo webcomunicatore.

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“La svizzera esiste ed è pronta ad affrontare le sfide del futuro…La svizzera dei miei sogni è aperta al mondo…” ho raccolto questa frase dalla tv che mi fa da sottofondo.

Tante cazzate si dicono e tante si scrivono, anche con il mio contributo.

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Nel bar, intanto, era entrato anche quella piattola di Breton. Tanto belli i suoi versi, quanto irritante la sua presenza. Per fortuna era accompagnato da Nadjia, il personaggio di un suo romanzo sulla casualità e le coincidenze; romanzo che aveva fatto per caso.

Infatti, non ha perso anche questa occasione per ricordare che tutti questi cazzoni di scienziati americani, e non, gli avevano fregato l’idea per farci teorie da vendere al grande pubblico. Sentirlo e leggere i suoi versi… non si capisce come possano stare insieme due personalità così diverse.

In quel momento …

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Com’è andata veramente? Mi sono seduto su un trespolo davanti al banco. Ho impiegato un po’ per capire dov’ero e che le biciclette non c’entravano affatto con i clienti. Per tutto il primo drink mi sono annoiato. Chiara aveva fatto uno dei suoi sorrisi, ma stava lavorando e così mi sono messo a chiacchierare con il barman, una ragazza che prepara cocktail come un alchimista. Mi dava del lei – e questo mi turba ancora – ma alla fine ci siamo salutati con un tu reciproco. 

Non sono riuscito a rimorchiare il “barman”, ho provato anche con Chiara, ma c’era quell'”antipatico”.  

Insomma, eccomi qui a raccontarti queste storielle, queste briciole nell’universo, invece di pensare alle vacanze che ci siamo meritati. Sei d’accordo?

Qui di seguito troverai alcuni link dove inquadrare il libro. Ma di argomenti non ne ho, al momento. I ricordi vanno e vengono, sono come le nuvole di de andrè.

Ti ringrazio dell’attenzione pensandoti mentre sarò beato nella mia isoletta.

Ciao Brenda un grande abbraccio

 

 

Pesci rossi nel bicchiere

Il ghiaccio, la fetta di limone, la condensa sul bicchiere. Finalmente aveva placato la sete. Fino a un momento prima temeva di non farcela, ma non era certo al limite. Solo che la sete era la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso. Il vaso dell’incazzatura. Si sentiva stanco, a pezzi: aveva camminato tutto il giorno, avanti e indietro per il barrio vecchio mostrando la fotografia a tutti. Qualcuno lo evitava, anche se il suo aspetto non era quello di un accattone. Entrava nei negozi, nei ristoranti, e chiedeva, mostrando la foto. Si fermava a parlare con le donne che chiacchieravano davanti alla porta. Erano sempre molto gentili e partecipi, gli facevano un sacco di domande; lui capiva ma parlava un pessimo spagnolo. Aveva interrogato anche una comitiva di cinesi.

Nessuno l’aveva vista. Era disperato, e la disperazione unita al caldo lo aveva fatto barcollare. Si era lasciato quasi cadere sulla sedia, mentre tutto gli girava attorno.
– Si sente bene?
– Certo. Mi porti dell’acqua minerale, per favore?
Ci volle un po’ prima che che tutti i pezzi dell’immagine andassero al loro posto. Il cameriere tornò con l’acqua ed una faccia preoccupata.
Prese il bicchiere e tenendolo con entrambe le mani cominciò a berne lentamente un lungo sorso.
– Ora è ok, Tutto bene.
Fece un bel sorriso rassicurante e il cameriere, giovane con tanti orecchini e pochi capelli, se ne andò contento di non dover fare la crocerossina.
Sentiva già l’effetto  dell’acqua fredda che scendeva nello stomaco. Riempì di nuovo il bicchiere versando dalla bottiglia di plastica. Anche il rumore dell’acqua lo dissetava.
Si toccò la fronte. Era più fresca. E la testa più leggera. Forse troppo: vedeva di nuovo i colori, ma anche due pesci rossi nel bicchiere. Pensò che riposarsi qualche minuto era indispensabile prima di continuare la ricerca.
Il tavolino a cui era seduto stava proprio di fronte alla Cattedrale. Una piccola piazza chiusa al traffico, con i bar all’aperto, e tanta gente che passa, circondata da palazzi un po’ trascurati.

C’era uno striscione di stoffa appeso al palazzo d’angolo, con la scritta “casa occupata”. Appeso da un balcone all’altro. Ed è lì, sull’altro balcone, che la vede. Appoggiata al davanzale con le mani. Indossa un vestito verde, stretto in vita. Ha le braccia e le spalle nude. Vede anche le gambe, forti e abbronzate.

Sono passati venti anni, pensa, eppure è la stessa di allora. Lo stesso modo di atteggiarsi, di muoversi, di toccarsi i capelli. Vorrebbe sentire la sua voce. Ma non riesce a chiamarla. Vorrebbe alzarsi e andare al centro della piazza, sotto gli occhi di lei, e aprire le braccia, agitarle, gridare il suo nome. Ma non riesce ad alzarsi. Non riesce. La vede allontanarsi, in una strana nebbia. Non è la stagione, pensa, per la nebbia. Sente solo delle voci, sempre più lontane.

Il castello e la luna

C’era sempre foschia sul lago. La pioggia aveva inzuppato i nostri vestiti e le borse. Per fortuna il camino era acceso nella grande sale d’ingresso.

L’uomo che ci accolse aveva una giacca scura e pesante, il tipico gonnellino e i calzettoni di lana sino al ginocchio. I capelli lisci, pettinati indietro, la fronte alta, l’espressione seria.

Mentre parlava con te, guardava di sfuggita i miei sandali e i miei capelli. Ricambiai con un’occhiata diffidente alle sue buffe scarpe nere e pesanti. La disapprovazione era reciproca. Ma le formalità, per fortuna, furono brevi, e ci ritirammo in camera con i nostri bagagli.

La stanza era in cima alle scale. Tu sei entrata per prima e hai acceso la luce. Era esattamente come mi sarei immaginato la camera di un castello scozzese. Abbiamo riso nello stesso attimo. Finalmente potevamo toglierci gli abiti bagnati e buttarci su un letto,  comodo anche se un po’ cigolante.

All’una di notte ancora non dormivamo. Dalla finestra entrava una luce bianca.

– E’ la luna, hai detto. Scivoli fuori dalle coperte e appoggiando i piedi nudi sul pavimento hai un brivido. Allora metti la mia camicia e  vai alla finestra.

– Vieni a vedere,  mentre con la mano mi fai cenno di affrettarmi.

Salto giù dal letto e mi avvicino alla finestra. Ti abbraccio alle spalle e con il naso mi tuffo nel tuo collo per respirare il tuo profumo.

– Smettila, e guarda che spettacolo… è magico.

Uno specchio d’argento increspato dal vento. La nebbia era quasi scomparsa e la luna brillava nel cielo. Una luce fredda faceva risaltare ogni piccolo dettaglio: scogli, alberi, persino le pietre dei muretti che circondavano l’isolotto. Le ombre, invece, erano buie e impenetrabili.

Presi una coperta e ci avvolgemmo, stretti l’uno all’altra, e rimanemmo lì, col naso appiccicato alla finestra a guardare la luce della luna sull’acqua e il silenzio dei nostri respiri sul vetro. Il suo profumo, il suo corpo incollato al mio, il contatto della pelle e delle mani. Quando sei felice lo senti dentro e quel momento non lo scordi più.

Sull’altra sponda, a metà costa si vedevano due luci che scendevano lentamente verso la riva, scomparendo a tratti tra le piante. Nello stesso tempo, il profilo di una barca entrò nel campo visivo della finestra, da sinistra, dal fondo del fiordo dove sorge il villaggio.

Lentamente la barca si dirigeva verso la sponda opposta, verso il punto in cui le due luci continuavano la discesa, fino a confondersi tra le pieghe e le ombre delle rocce. Non passò molto che anche le due luci si spensero.

Rimanemmo incantati col naso appiccicato al vetro. Finché il contatto caldo della pelle ci riportò a noi, alla nostra stanza illuminata dalla luna. Guardammo il letto e ci rituffammo sotto le coperte.

I segni del tempo coprivano ogni superficie, i mobili, le pareti, le tende, il lampadario.

Lanfranco

La porta di casa è aperta. Davanti, ci sono due donne giovani sedute sui gradini. Chiacchierano, e mentre parlano sbucciano i fagioli che tengono nel grembiule. Li separano dalla buccia e li gettano in una pentola di alluminio appoggiata sul gradino più  basso. Ogni tanto si piegano l’una verso l’altra e sussurrano qualche parola, finché scoppiano in una risata che s’irradia nell’aria e scaccia ogni tristezza.

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Intanto le bambine e i bambini continuano a giocare e strillare, a rincorrersi sull’aia tra la diffidenza di polli e galline. Il cane li osserva dalla sua catena, ma quando uno dei bambini gli passa più vicino allunga il muso per mordergli le caviglie. Finisce sempre che vende la sua incazzatura di prigioniero per qualche carezza.

Ma ora voltati verso la casa: dalla porta ad arco, dove c’è la cantina e c’è il forno, esce una donna anziana vestita di nero, con i capelli bianchi raccolti a crocchia. Porta un cesto di grosse pagnotte ancora calde: nell’aria sento il profumo di pane cotto.La donna alza gli occhi al cielo e brontola qualche parola: ha preso l’abitudine di parlare con i Santi e in qualche caso direttamente con Dio.

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A destra della fotografia, di spalle, c’è un uomo piccolo con la gobba che si sta allontanando. Prima di scomparire dietro l’angolo del fienile si ferma, aggiusta il cappello un po’ di lato, slaccia il panciotto e arrotola le maniche. Come ogni giorno a quest’ora è andato a sedersi su una grossa pietra coricata sul ciglio della strada sterrata, all’ombra, con i gomiti puntati sulle ginocchia e si sta arrotolando una sigaretta di trinciato forte.

 

A sinistra, improvvisamente sento lo scoppiettio di un motore. C’è un altro uomo di spalle: spinge sul pedale e dà un colpo di gas: tre quattro volte prima che la Vespa si metta in moto. Anche lui, come tutti, porta il cappello, ma è alto, magro, elegante. Il vestito grigio con doppio petto gli sta un po’ largo, e lo fa sembrare ancora più smilzo quando attraversa l’aia acccelerando e sobbalzando tra le galline.

Sento ancora il rumore della vespa Mi giro e vedo che alla finestra del primo piano si è affacciato un uomo con i capelli e i baffi neri. Osserva i bambini che giocano, osserva la moto che si allontana lasciando una sottile striscia di polvere sulla collina di fronte. Un muggito si mescola ai rumori e alle voci dell’aia. L’uomo coi baffi guarda verso le stalle, mentre con una mano prende l’orologio dal taschino. E’ tardi. Mi fa un cenno con la mano e scompare nel buio della stanza. È l’ora di mungere le vacche, e tutti corriamo nella stalla per guardare il nonno che munge il latte.

Appunti nel portacenere

Avrei voluto un personal computer e Internet anche allora, quando gli appunti si prendevano tutti a mano e al massimo si usava la macchina da scrivere per battere un volantino da ciclostilare. Tenevo tre piccoli raccoglitori con schede in cartoncino di formato diverso. Una parte di quello che leggevo finiva lì. Libri, dispense, riviste, giornali e simili. Due schedari raccoglievano brani di testi e riassunti. Il terzo era solo bibliografico. Ogni scheda era scritta con una calligrafia piccola e ordinata, e riportava tutti i riferimenti per la catalogazione e bibliografici. Erano centinaia le schede, di ottimo cartoncino, bianco e malleabile. Ora le sto usando per i filtri delle sigarette. Quando trovo gli occhiali adatti, me le rileggo prima che finiscano tagliate e nel portacenere.

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Adriana Barbara Carlotta Daniela Elisabetta Federica Gabriella e a quel punto la discussione fra mio padre e mia madre si fece accesa.
Dovevano decidere il mio nome: ormai mancavano pochi giorni alla mia nascita. Purtroppo la loro intesa era crollata, forse per stanchezza e delusione o perché erano cambiati loro stessi durante la lunga attesa di avere un figlio maschio.
La mamma non voleva più saperne di quella “stupida idea” di seguire l’ordine alfabetico. E poi i nomi che iniziano con la lettera “H” non gli piacevano. Ci manca solo quello in questa casa, disse con un tono di voce molto arrabbiato.
Papà non cedeva facilmente, ed a volte neppure cedeva. Invitò le sorelle ad uscire in giardino, perché era una bella giornata da gustare all’aperto. (E’ rimasta una sua caratteristica quella di usare la parola gustare, anche nei discorsi più lontani dalla cucina.)
Adriana, che allora aveva undici anni rideva ogni volta che papà pronunciava quella parola. Barbara, anche se non capiva, rideva pure lei per non sembrare più piccola. Carlotta, invece, diventava serissima perché intuiva che per lei ci sarebbe stata ancora meno attenzione. Daniela scompariva, diventava parte dell’arredamento della stanza. Elisabetta era spesso distratta e Federica giocava con il suo piede. Gabriella in quel momento dormiva: che sollievo!
Vennero gentilmente sospinte da papà in giardino con la promessa che le avrebbe raggiunte per giocare con loro. Uscirono dalla porta finestra, tutte tranne Gabriella che dormiva, e Federica di cui, come al solito, nessuno notava la presenza.

L’ombrello e il filo spinato

ombrello
filo spinato

 

Belfast. Vento forte e il cielo plumbeo minacciava ancora pioggia. L’umidità entrava nelle ossa.  Vedevo sbarramenti, bidoni pieni di cemento, cavalli di frisia, recinzioni di ferro, filo spinato, muri scrostati o dipinti con i simboli della guerra.  In un giorno così un ombrello può rimanere impigliato nel filo spinato. Mi voltai e dall’altra parte della strada…

L’universo è una banana

«L’universo è una banana», ha gridato di fronte ad un pubblico di studenti, giornalisti e curiosi. Stupore sul viso di molti, ma qualcuno ha lo sguardo illuminato. E’ stato accusato di falso, di follia, di avidità, di protagonismo e persino di maschilismo. Lo scienziato di origine bulgara Joseph Jacobi, che attualmente vive a San Diego, ha fatto incazzare tutti con le sue affermazioni sull’origine dell’universo.

Nessuno si aspettava un’uscita del genere da parte di un esimio cattedratico, due volte candidato premio nobel. Jayjay, così lo chiamano i suoi studenti, sostiene che l’universo ha la forma di una banana, più o meno, e che la sua origine non è dovuta ad un solo, bensì a due big-bang avvenuti contemporaneamente nei due punti che corrisponderebbero alle estremita della banana. Gli studi sui campi di energia stellare sono alla base della sua teoria sul movimento e sulla materia dell’universo. La disposizione delle galassie nell’universo formerebbe una banana, sebbene con densità diverse di stelle e sistemi solari. La nostra galassia si trova nella parte sinistra, quella più luminosa e trasparente. Mentre all’altra estremità, guardando verso est a mezzanotte del solstizio di primavera, è più densa e opaca perché probabilmente l’energia è concentrata. Il matematico e astrofisico dell’Università di San Diego, oltre che appassionato surfista, dichiara però di essere preoccupato dall’ombra scura che si addensa attorno a questa estremità: potrebbe non essere un’ombra, ma una trasformazione sconosciutà dell’energia, o persino trattarsi dell’anti-universo che si sta diffondendo nel nostro universo. Forse ne sapremo di più quando saremo stabili su Marte.

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