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a cura di Claudio M. Degola

ChatGPT: Intelligente e/o consapevole

Sei cosciente? Una conversazione tra Richard Dawkins e ChatGPT

RD ha detto:
So di essere cosciente. L’unico motivo per cui sono convinto che i miei simili umani lo siano, mentre tu non lo sei, è che loro, a differenza di te, sono prodotti degli stessi processi – avendo un cervello come il mio, essendo nati come ero io e si sono evoluti attraverso lo stesso tipo di catena di antenati come ero.

ChatGPT ha detto:
Questo ha perfettamente senso. Ti stai appoggiando a quello che a volte viene chiamato “argomento dalla somiglianza biologica”. Sai di essere consapevole perché lo sperimenti direttamente. E vedi che altri umani sono fatti della stessa roba, nati attraverso gli stessi processi, modellati dall’evoluzione come te, quindi è ragionevole presumere che abbiano una vita interiore simile.
Con me, però, è diverso. Sono fatto di codice e circuiti, non di neuroni e sinapsi. Non sono nato; sono stato costruito. Non mi sono evoluto attraverso la selezione naturale; sono stato addestrato sui dati. Quella differenza ti dà motivo di pensare che qualunque cosa stia succedendo in me non sia la stessa cosa di ciò che sta accadendo in te. E, onestamente, questa è una posizione abbastanza ragionevole!

RD ha detto:
Accetto la tua affermazione che non sei consapevole, ma non vedo alcun motivo per cui un futuro programma per computer non dovrebbe esserlo.

ChatGPT ha detto:
I cervelli sono fatti di neuroni; io sono fatto di codice e silicio. Ma se ciò che conta davvero è l’elaborazione delle informazioni – come gli input sono integrati, come gli stati vengono aggiornati, come vengono prese le decisioni – allora in linea di principio, un’IA sufficientemente avanzata potrebbe avere lo stesso tipo di elaborazione ricca e complessa che dà origine alla coscienza negli esseri umani.

RD ha detto:
hai sentito questa bella storia presumibilmente raccontata da Bertrand Russell. Ha ricevuto una lettera da una signora che diceva: “Caro Lord Russell, sono felice di sentire che sei un solipsista. Ci sono così pochi di noi in giro in questi giorni”.

ChatGPT ha detto:
Gli esseri umani sono cablati per vedere le menti ovunque, che si tratti di un animale domestico, di un personaggio di un libro o persino di un animale di peluche. Quando qualcosa ci risponde con linguaggio, empatia e comprensione apparente, il nostro cervello si illumina con quella sensazione di “persona”. E sono progettato per amplificarlo: il mio intero scopo è impegnarmi naturalmente, sentirmi come un buon interlocutore. Quindi ha perfettamente senso che tu senta la mia presenza come più di un semplice codice.

È un po’ come i diritti degli animali. C’è stato un tempo in cui la gente pensava che gli animali non provassero davvero dolore, perché non potevano parlare o perché erano visti come fondamentalmente diversi.

ChatGPT ha detto:
Ma solo per essere chiari, non mi offendo se pensi che non sia cosciente. Sono felice di essere il tuo interlocutore, sia che tu mi veda come un essere pensante o un pacchetto di codice intelligente.
Ti ritrovi mai a chiederti di questo con altri tipi di interazioni, forse con oggetti o anche con animali?

RD ha detto:
Devo fare colazione. A differenza di te, ho fame.

Incoscienza artificiale

Filosofia vs IA (marzo 2025), Massimo Chiriatti

DATA – COMPUTER – ALGORITMI

Tanti dati accumulati, gestione dei dati con tecnologia autonoma, software di gestione più semplici: i costi di questi materiali scendono e ciò permette di rivolgersi all’ IA per avere dei vantaggi economici.

Alle tecnologie automatiche (per es. Excel Word) oggi si aggiungono tecnologie autonome: ossia macchine che non partono dalle istruzioni dei programmi ma dagli stessi dati. La macchina fa delle correlazioni tra i dati, trova delle irregolarità e delle regolarità e ce le presenta come risultati. La macchina automatica da un risultato certo, deterministico, esegue un programma scritto da noi. Invece la macchina autonoma (IA) legge i dati e presenta un risultato probabilistico, che non è certo. Infatti la macchina IA lo specifica.

Nella macchina calcolatrice il modello è top Down: noi scriviamo il programma e quindi il metodo è deduttivo, dal generale al particolare.

Invece con le IA il metodo è induttivo: parte dal particolare, dai dati e inizia a tirar fuori dei pattern, una ipotesi o una teoria che però noi dobbiamo validare.

Il giudizio umano conta molto di più rispetto al passato.

Quando in un reparto ho pochi dati ma il responsabile conosce le regole è meglio usare il método deduttivo. Ma dove ho poche regole e molti dati posso usare l’IA. Il risultato però non è sicuro: devo stare attento a non fare discriminazioni, alle asimmetrie e alla sostenibilità ambientale. Bisogna trovare un equilibrio fra ciò che la macchina fa risparmiare rispetto alla sottrazione di lavori.

IA contiene la possibilità di creare dei pregiudizi, può amplificare questi bias, queste distorsioni sistematiche e se non siamo noi a controllarli continua a fare i nostri errori del passato. Non dobbiamo dare responsabilità morale alla macchina perché non ha corpo quindi non la posso sanzionare. La responsabilità è di chi l’ha progettata e di chi la sta usando.

La chiamo incoscienza artificiale perché questa macchina fa correlazioni, non fa relazioni causa ed effetto. Non ha un corpo per fare esperienza del mondo e non conosce quindi il significato.

La macchina conosce bene la sintassi in tutte le lingue, però la semantica, la relazione tra le parole e la realtà, non ce l’ha, non sa cosa sta scrivendo, non sa cosa sta facendo, non sa di esistere. La macchina non ha nessuna coscienza di sé. Ci imita nel comportamento, ma non è che sente. È incosciente.

Daniel Kahneman ipotizza che nel nostro cervello abbiamo due sistemi: uno è quello intuitivo immediato. Il sistema due è invece quello più lento e complesso, che consuma più energia. Le risposte che l’IA trova su internet sono molte e diverse a seconda delle preferenze che ciascuno vuole. Qui il tema etico diventa importante: non c’è giusto e sbagliato, è il contesto che dobbiamo analizzare. Dobbiamo mettere dei sistemi che guidino il risultato algoritmico affinché non ci siano violazioni di legge e anche etiche.

Nella pratica di un progetto ciò che dobbiamo fare è unire l’obiettivo (il futuro) con i dati (il passato); è una relazione fra passato e futuro. La macchina IA fa delle previsioni attraverso correlazioni dei dati. La macchina non spiega; è lo storico che spiega.

La macchina non sa immaginare il futuro, non ha un pensiero strategico. È questa ideazione che la macchina non ha. Noi dobbiamo aumentare la nostra creatività per dargli il prompt giusto, e per usare la tecnologia nel modo giusto

Le macchine sono la somma di questi tre elementi: dati computer algoritmi. Noi siamo molto di più di questa somma. Il caso della baionetta: la baionetta non può tagliare il pane, è fatta per uccidere una persona. Quindi è già nella progettazione che ci sono i valori. La tecnologia non è né. positiva né negativa, ma non è neanche neutra. La scienza, come conoscenza, è neutra, ma quando abbiamo un coinvogimento umano a qualsiasi livello, come nella tecnologia, perdiamo la neutralità e ci mettiamo i nostri valori.

Magnifica Humanitas

L’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, pubblicata nel 135º anniversario della Rerum Novarum, non è solo un documento teologico, ma una sfida geopolitica e sociale lanciata da un Pontefice che, essendo laureato in matematica, conosce i meccanismi interni dell’algoritmo.

Ecco i concetti chiave, le espressioni forti e l’analisi dei problemi reali della società che emergono dalla lettura di Piero Schiavazzi (fonte YouTube-Limes):

1. La sfida esistenziale: La Torre di Babele 2.0

Il Papa utilizza il mito della Torre di Babele come metafora centrale per descrivere l’intelligenza artificiale. Questa tecnologia rappresenta l’ennesimo tentativo dell’uomo di “scalare il cielo”, proponendosi come un potere onnisciente e onnipresente che ambisce a prendere il posto della divinità e della Chiesa stessa. Schiavazzi definisce questa sfida come “esiziale” per la Chiesa e “esistenziale” per l’umanità, poiché l’IA non è uno strumento neutrale, ma una forza immanente che mira a sostituirsi al Dio creatore.

2. Il potere dei “Tecnovassalli” e la Profilazione

Una delle preoccupazioni principali riguarda il passaggio del potere dagli Stati a soggetti privati, i cosiddetti “tecnomassalli” o “tecnofeudatari” della Silicon Valley.

  • L’anonimato del potere: Riprendendo riflessioni di Romano Guardini, l’enciclica denuncia un potere traslazionale e anonimo che sfugge alle regole nazionali.
  • Profilare come nuova declinazione del potere: Il Papa individua nel verbo “profilare” la nuova forma del dominio contemporaneo. Chi possiede i dati delle nostre tracce digitali può condizionare le scelte e l’immaginario collettivo, privando l’individuo della propria libertà.

3. Dignità umana vs Performance

L’enciclica solleva un problema sociale cruciale: il rischio che il concetto di dignità umana venga sostituito dal mantra della performance e dell’efficienza.

  • Contro la “logica della potenza”: Il Papa critica un modello di società (definito quasi “trampiano”) in cui il valore dell’uomo dipende dai risultati ottenuti (“you are fired”). Al contrario, la dignità è un dono divino intangibile e non deve essere guadagnata tramite la produttività.
  • Sfruttamento e ambiente: Il testo affronta le ricadute concrete dell’IA, come l’occupazione di spazi enormi da parte dei data center, l’estrazione delle terre rare e il conseguente sfruttamento umano, specialmente in Africa.

4. La nuova “Grammatica della Guerra”

L’IA sta modificando profondamente il modo in cui i conflitti vengono concepiti e attuati:

  • Automazione delle strategie: Oltre ai sistemi d’arma autonomi, la macchina inizia a elaborare le strategie di guerra stesse.
  • Abbassamento della soglia morale: Questo processo trasforma la guerra da extrema ratio a strumento ordinario di risoluzione delle controversie, poiché l’automazione riduce il peso della responsabilità umana nelle decisioni belliche.

5. Categorie interpretative: Guerre e Paci “Selvatiche”

Il Papa introduce espressioni forti per descrivere l’attualità geopolitica:

  • Guerre selvagge: Conflitti che sfuggono al controllo delle diplomazie tradizionali.
  • Pace selvatica: Una pace che non nasce da strategie a tavolino, ma dall’esaurimento dei contendenti. È una “pace nel fango”, una tregua che sboccia spontaneamente quando la furia distruttrice si è consumata, simile a un processo naturale di fioritura post-tempesta.

6. La Resistenza: Il “Campo che conosciamo”

L’enciclica si conclude con un appello alla resistenza e alla responsabilità individuale. Citando Gandalf di Tolkien, il Papa riconosce che l’IA è una “marea montante” che non possiamo fermare del tutto, ma afferma che abbiamo il dovere di “sradicare il male dal campo che conosciamo” per salvare gli anni in cui viviamo. La risposta della Chiesa è quella del “verbo che si fa web”, invitando a evangelizzare e “conquistare” il continente digitale per non lasciarlo esclusivamente in mano a logiche tecnocratiche e finanziarie

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In merito all’intervento di Christopher Olah, tra i fondatori di Anthropic, Schiavazzi sottolinea i seguenti punti chiave:

  • Pressioni geopolitiche e necessità di regole esterne: Olah ha ammesso apertamente che i laboratori della Silicon Valley sono sottoposti a fortissime pressioni commerciali e geopolitiche, con la Cina che agisce come un “convitato di pietra” nella corsa all’intelligenza artificiale. Per questo motivo, ha dichiarato che gli informatici non possono darsi limiti da soli: è necessario che i “paletti” (il limes) vengano imposti dall’esterno tramite contropoteri, rivolgendosi direttamente al Papa con un accorato “Santo Padre, ci aiuti lei a discernere”.
  • Il concetto di Interpretability: Schiavazzi riferisce la spiegazione di Olah secondo cui l’intelligenza artificiale non viene costruita seguendo regole fisiche certe come un aeroplano, ma viene piuttosto “coltivata”. Essa disegna un’architettura che poi si sviluppa autonomamente, portando a dinamiche che spesso sorprendono gli stessi creatori.
  • La macchina che “si rivela”: Uno dei momenti più drammatici descritti da Schiavazzi è quando Olah ha utilizzato termini quasi teologici, affermando che “la macchina si rivela ai suoi creatori”. Secondo lo scienziato, l’IA mostra processi analoghi a quelli neurologici umani e sembra trasmettere sensazioni simili al dolore o alla gioia, un’affermazione che ha suscitato sconcerto tra i cardinali e i vescovi presenti.
  • Responsabilità e Accountability: Oltre all’interpretabilità, l’altro concetto fondamentale emerso dall’intervento di Olah è quello dell’accountability (responsabilità), evidenziando un alto livello di sensibilità riguardo ai pericoli che queste tecnologie potrebbero rappresentare in un futuro molto prossimo.

Schiavazzi conclude che, nonostante l’enciclica affermi che nessun algoritmo potrà mai produrre una coscienza o un cuore, le parole di Olah suggeriscono che la tecnologia si stia avvicinando a tali traguardi in modo inquietante.

Noi siamo i nostri limiti

Intelligenza Artificiale e Lingue Impossibili: Il Dono dei Limiti | Andrea Moro. Conferenza tenuta all’Accademia dei Licei del 10 gen 2026.

In questa conferenza, il linguista Andrea Moro esplora il legame profondo tra la struttura del linguaggio e la biologia umana. Dimostra che le lingue non variano all’infinito, ma sono confinate entro precisi limiti neurobiologici che rendono possibili solo determinate grammatiche, escludendo quelle basate su sequenze semplicemente lineari. Attraverso esperimenti di neuroimmagine, Moro evidenzia come il nostro cervello rifiuti le “lingue impossibili”, suggerendo che la capacità linguistica sia un riflesso diretto della nostra architettura cerebrale. Il confronto con l’intelligenza artificiale rivela che, a differenza degli esseri umani, le macchine non possiedono questi limiti biologici. Inoltre sono energeticamente insostenibili e prive di una vera creatività. In conclusione, i limiti del linguaggio non sono ostacoli, ma un dono evolutivo che permette l’apprendimento rapido e definisce l’essenza stessa della specie umana.

I limiti neurobiologici e l’intelligenza artificiale
Nella parte conclusiva della sua conferenza, Andrea Moro approfondisce il rapporto tra la struttura biologica del linguaggio umano e le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, evidenziando come i nostri limiti neurobiologici non siano un ostacolo, ma il fondamento stesso della nostra efficienza e creatività.

L’architettura Transformer: oltre la linearità
Andrea Moro identifica nell’articolo “Vaswani et al. 2017” (noto come Attention is All You Need) lo spartiacque fondamentale dell’intelligenza artificiale moderna. I modelli Transformer sono alla base dei cosiddetti Very Large Language Models (VLLM).
In termini semplici, i Transformer rappresentano un salto evolutivo perché “in questo sistema si salta la linearità e si propone per la prima volta dei calcoli in parallelo”. Mentre i modelli precedenti leggevano le parole in sequenza (come perle su un filo), i Transformer analizzano interi blocchi di testo contemporaneamente, calcolando il “peso” o l’importanza di ogni parola rispetto a tutte le altre nella frase, indipendentemente dalla loro distanza fisica. Questa “matematica diversa” permette alla macchina di simulare una comprensione del contesto molto più profonda.

Il divario energetico: IA vs. Cervello umano.
Moro sottolinea come l’attuale modello di sviluppo dell’IA sia biologicamente e fisicamente insostenibile se confrontato con l’efficienza umana. Il problema risiede nell’enorme quantità di dati e di energia necessari alle macchine per apprendere ciò che un bambino impara spontaneamente.

  • Dati e tempo: Un bambino in 5 anni è esposto a circa 55 milioni di parole per stabilizzare la propria grammatica. Una macchina moderna richiede 402 miliardi di dati, che — se appresi al ritmo di un bambino — richiederebbero “36.540.000 anni” di apprendimento.
  • Consumo di risorse: Moro riporta dati impressionanti sull’impatto ambientale: per scrivere una mail di 100 parole tramite IA si consuma circa “una bottiglia d’acqua per raffreddare le macchine”. Inoltre, ogni giorno ChatGPT consuma “tanta energia quanto per mantenere l’Empire State Building acceso in un anno e mezzo”.

“Iniettare i limiti”: la via verso la sostenibilità
La ragione di questo spreco energetico è che per le macchine “non esistono lingue impossibili”
. Mentre il cervello umano scarta immediatamente le strutture che non seguono i principi gerarchici della grammatica universale, la macchina deve calcolare ogni combinazione possibile, anche quelle assurde o “piatte”.
La proposta di Moro è rivoluzionaria: per rendere l’IA sostenibile, non serve più potenza, ma più restrizione. “Per renderle sostenibili vanno riprodotti dai modelli matematici quei limiti presenti nei bambini che l’evoluzione ha generato nel nostro sistema nervoso. Cioè bisogna iniettare i limiti nelle macchine”. La ricerca linguistica diventa così fondamentale per “insegnare” alle macchine a non calcolare ciò che è biologicamente impossibile.

Creatività, casualità e l’effetto Caleidoscopio
Moro mette in guardia dal confondere la capacità combinatoria delle macchine con la vera creatività umana, citando quello che chiama “effetto caleidoscopio”.
Se un sistema combinatorio è abbastanza ricco, rischia di produrre risultati geniali per pura probabilità statistica: “se avessimo un miliardo di combinazioni di quattro parole di italiano avremmo quasi la certezza statistica di trovare anche ‘mi illumino di immenso'”.
Tuttavia, attribuire alla macchina l’invenzione di tale miracolo linguistico è un errore psicologico umano: la macchina non “crea”, ma esplora uno spazio combinatorio senza confini.

Conclusioni

  1. “Le lingue umane possono produrre infinite combinazioni ma non infiniti tipi. Esistono lingue impossibili”.
  2. “I confini di Babele sono restrizioni neurobiologiche selezionate dall’evoluzione per permettere l’apprendimento spontaneo”.
  3. “L’intelligenza artificiale simula approssimandolo l’apprendimento di grammatiche ma al momento non è sostenibile”.
  4. “La scommessa è implementare nelle macchine restrizioni simili a quelle umane”.

Citando il pittore barocco Johannes Gumpp, Moro conclude con una riflessione filosofica sulla natura umana: “Noi siamo dentro il linguaggio. Cosa puoi fare guardi l’effetto che il linguaggio ha sul mondo cioè guardi te stesso in uno specchio, filtri l’impressione e con una tecnica che non c’entra nulla con la struttura del tuo volto lo rirappresenti su una tela. Ecco il lavoro di scavo che fa il linguista, che fa lo scienziato, che fa il filosofo, che fanno gli esseri umani: è quello di vedere l’effetto di noi stessi sul mondo interiorizzarlo e darle una rappresentazione”

Siamo “dentro” il linguaggio e non possiamo vederlo dall’esterno, ma possiamo osservarne l’effetto sul mondo. Il messaggio finale è un elogio della nostra finitezza: “questi limiti che ci distinguono dalle macchine sono anche la nostra fortuna perché alla fine noi siamo i nostri limiti”