contenitori di memoriaappunti, schede, commentia cura di Claudio M. Degola
a cura di Claudio M. Degola

L’informazione cellulare

Che ruolo può avere un cellulare nell’informazione? Fino alla tragedia di Londra molti pensavano che fosse solo un’idea pubblicitaria per vendere più cellulari con la foto/video-camera incorporata. Nello spot pubblicitario di un noto operatore telefonico una giovane “consumatrice” immortalava con il fotocellulare il tuffo in acqua di un personaggio mondano, e la foto poi finiva sulla pagina di un giornale.

Purtroppo non è stato un evento mondano quello che ha segnato una nuova tappa nella storia dell’informazione. Le foto drammatiche scattate dalle vittime degli attentati hanno viaggiato su Internet rapidamente, e alcune delle testate online più importanti le hanno pubblicate. Non solo foto, ma anche brevi video, realizzati sempre con il cellulare.

Un sito specializzato, Reiter’s Camera Phone Report, ha pubblicato una breve ricerca sul tema “camera-phone” in rapporto all’evento di Londra e al cityzen journalism. Ci sono i link agli articoli recenti e alcuni dei siti che hanno pubblicato le immagini. Ci sono alcune considerazioni tra cui estraggo questa: “Camera phones are changing the way the news is reported/disseminated”.

Nell’articolo “Camera Phones Prevail: Citizen Shutterbugs and the London Bombings”, pubblicato su The Digital Journalist – UK, D. Dunleavy scrive: “Photojournalism history was made last week. For the first time, both The New York Times and the Washington Post ran photos on their front pages made by citizen-journalists with camera phones.”
Non credo che cambi molto la storia del fotogiornalismo: è sempre accaduto che foto fatte non da professionisti o di scarsa qualità tecnica abbiano occupato le prime pagine dei giornali per la loro forte carica informativa o emotiva.

Con l’informazione fatta dal cittadino cambia, invece, qualcosa nel sistema informazione: sino a ieri gli editori pensavano al cellulare solo come ad un terminale in cui rovesciare le notizie, oggi sanno che il cellulare è nelle mani di una potenziale “fonte di notizie”.

Sorgono però un sacco di domande che Dunleavy spiega con chiarezza. Per esempio: l’autenticità dell’immagine, come controllare l’informazione che arriva da un cellulare?

Risposte non ce ne sono, al momento. Si possono solo aggiungere altre considerazioni.
Il cellulare non fa la notizia. C’è sempre un dito che pigia il bottone “registra”, e dietro quel dito una persona.
Vista la diffusione dei camera-phones, appariranno sempre più immagini che non si sarebbero viste. O che non si dovrebbero vedere. Le foto “ricordo” a volte si trasformano in atti di accusa. Abbiamo visto.

Ora però c’è qualcosa di diverso, c’è un numero sempre maggiore di persone consapevoli del ruolo che potrebbero avere come testimoni di un evento.
Avevamo già visto qualcosa del genere durante i funerali del Papa. Ma lì si trattava di un ricordo, un “effetto di realtà” personale, come dire: c’ero anch’io. A Londra, invece, la testimonianza non è per sé, ma per gli altri: è accaduto. Realtà e verità in un’immagine. Ma anche incredulità.
Tuttavia, penso che senza un contesto informativo, magari di tipo tradizionale, l’effetto dell’immagine sarebbe molto limitato.

Vi sono molti siti dove si possono pubblicare le immagini direttamente dal cellulare. Sono in gran parte immagini con un significato personale che potrebbe incrociare l’interesse di qualcun altro. Ma non sono certamente notizie, neppure quando trattano dell’attualità, perché si perdono nel flusso quotidiano di piccolissimi eventi fotografati. Per esempio, basta osservare come galleggiano le parole, e le relative immagini di Londra, nei “popular tags” di flickr.com.

realtà/immagine=1

“Non esistono un mondo di immagini e un mondo di oggetti, ma qualsiasi oggetto, sia che venga presentato dalla percezione esterna o che appaia al senso interno, è suscettibile di funzionare come realtà presente o come immagine, secondo il centro di referenza prescelto.” (J-P Sartre)

follia del soggetto

“Il sogno di esaurimento della realtà, la raccolta ossessiva e documentabile di tutti gli attimi, è pura follia, ma è questa follia del soggetto, suggerisce Calvino, che la fotografia conduce, con la sua pretesa di restituirci il reale in modo differito.”

“La fotografia vorrebbe approfondire la conoscenza degli uomini, della vita, del mondo, e finisce col fermarsi alla superficie.
Ma quello che resta un limite all’approfondimento, diventa territorio infinito, estendibile a tutto.”

(L’occhio di Calvino, di Marco Belpoliti)

La foto del relitto

“C’est l’image de presse, qui accompagne le récit “objectif” du monde que me fait la presse, qui me fournit la matière de ce rêve…”

“Cette fixation française (mais aussi italienne apparemment, cliquer sur les articles pour voir les illustrations) sur la figure du “naufrage avec spectateur” est donc un symptôme, signalé en tant que tel par son caractère répétitif et son caractère emblématique; un symptôme qui nous présente bien autre chose que ce qui est censé être mis en jeu par l’image dans le contexte journalistique de la couverture de l’événement. Loin d’informer, c’est ici une évidence, les prouesses esthétiques des photographes et la fascination partagée pour l’épave vue de la terre ferme, dont témoignent ces images, me semblent viser un autre but, nous manifester autre chose.

Dans son essai Naufrage avec spectateur, le philosophe Hans Blumenberg évoque l’ancienneté et la récurrence de cette métaphore nautique du “naufrage avec spectateur” comme une expression de la position philosophique, position aussi de l’historien devant l’histoire.

“C’est le Romain Lucrèce qui a forgé cette configuration. Le deuxième livre de son poème du monde s’ouvre sur l’image d’un spectateur qui, à partir de la terre ferme, observe la détresse d’autrui aux prises avec la mer secouée par la tempête (…) Certes l’agrément que ce spectacle est censé procurer n’est pas dans les tourments qu’endure autrui, mais dans la jouissance de savoir que sa propre position n’est pas menacée. Il ne s’agit pas du tout des relations entre hommes, souffrants et non-souffrants, mais du rapport du philosophe à la réalité : de l’avantage que représente – grâce à la philosophie d’Epicure – le fait de disposer d’une base ferme et inattaquable pour considérer le monde.”

Autoritratto di scoiattolo in vacanza

“Si cette image attire l’œil, c’est pour deux raisons. La première est son identification comme appartenant au registre de l’instantané d’occasion.

Ce nouvel exercice autolégitimant de la photographie est l’un des plus puissants agents de la compréhension moderne du médium comme garant de la vérité. A l’opposé de la composition picturale, soigneusement préparée, il se conçoit sur le mode de la cueillette et de la bonne fortune. Le meilleur photographe est celui qui saura appuyer sur le bouton au bon moment, pour capter le spectacle passager d’une circonstance imprévue. Dans cette économie, plus grande est la part de hasard, plus important l’intérêt suscité par l’image.

il existe une seconde clé de lecture: la contradiction entre deux régimes visuels opposés. Issue du portrait peint, la convention de la pose, avec son regard fermement planté dans la direction du spectateur, s’est installée dès la période daguerrienne parmi les codes de la photographie. Ce n’est qu’avec l’apparition du cinématographe que se répand la convention documentaire qui prohibe ce qu’on appellera le “regard-caméra”.

Sur l’une des plus anciennes séquences animées, la célèbre “Entrée du train en gare de La Ciotat” filmée par les frères Lumière en 1895, on voit que les acteurs improvisés évitent consciencieusement de regarder l’appareil étrange planté au beau milieu du quai. C’est l’indication la plus sûre que cette séquence a été préparée et dirigée. Dès les débuts du spectacle cinématographique, l’idée s’impose que le camouflage du dispositif est la condition de l’illusion naturaliste.”
Un écureuil pris au piège de la culture visuelle, di André Gunthert, culturevisuelle.org

Da cosa nasce la curiosità per questa foto? È  una istantanea, una foto presa al volo senza alcuna messa in posa. Ma lo sguardo è diretto nell’obiettivo come in un ritratto. Interessanti i riferimenti alla pittura e al cinema che sin dai fratelli Lumiere vieta lo sguardo in camera.

La didascalia originale della foto dice:

My husband and I were exploring Lake Minnewanka in Banff National Park-Canada when we stopped for a timed picture of the two of us. We had our camera set up on some rocks and were getting ready to take the picture when this curious little ground squirrel appeared, became intriqued with the sound of the focusing camera and popped right into our shot! A once in a lifetime moment! We were laughing about this little guy for days!!

A me questa foto racconta anche un’altra “storia”  molto infantile. La scriverei così:

Mi trovavo  in vacanza nel parco nazionale di Bannf e stavo esplorando le rive del lago Minnewanka. Un panorama naturale da sogno. Mi sono fermato per farmi una foto con l’autoscatto. Ho ben piazzato la fotocamera su una roccia e mi sono messo in posa. Rivedendo le foto ho scoperto i due simpatici giovani che sorridono alle mie spalle attratti dal rumore e dalla luce lampeggiante dell’autoscatto.  Ho sorriso all’idea per diversi giorni.

Uno scambio di posto tra i ruoli (con relative funzioni). Basta pensare a uno scoiattolo in vacanza con la fotocamera a tracolla. Da questo punto di vista la foto rientra ancora nella categoria delle “istantanee per l’evento inaspettato dei due giovani (circostanza imprevista), ma lo scoiattolo è in posa per l’autoscatto (l’autoritratto). A once in a lifetime moment!

 

fotografia

La fotografia inserita nel sistema di comunicazione e di informazione è sempre più il prodotto di un processo  piuttosto che il risultato di un’esperienza individuale. L’immagine copre un ruolo relativo al contesto in cui appare. L’aspetto di “testimonianza” diventa secondario rispetto all’obiettivo di confermare o affermare un fatto.

Perché è più importate vivere che guardare la vita attraverso un display?

 

 

Fotogiornalismo: allegoria ed estetica

Le foto che partecipano al World Press Photo sono scelte tra quelle realizzate per un contesto editoriale (giornali e riviste), ma in pochi casi le immagini che hanno vinto fanno riferimento diretto a un particolare evento. In 55 anni di concorso una solo foto ritrae un personaggio noto: Allende davanti alla Moncada nel 1973, poco prima di essere ucciso. Le foto premiate ritraggono persone sconosciute perché non devono essere legate ad un evento particolare, e avere, invece, un significato allegorico. L’allegoria rimanda e presuppone una situazione già conosciuta, a cui l’immagine non aggiunge molto dal punto di vista informativo, ma ne rappresenta la dimensione umana in una forma astratta (sempre drammatica nelle foto premiate)) che può essere letta indipendentemente dall’evento. Nelle photo del WPP il contenuto informativo è meno importante della rappresentazione allegorica, perché non potendo parlare di estetica davanti a tanta drammaticità, la dimensione dell’allegoria diventa un campo di ricerca formale per il fotogiornalismo: “La figura allegorica permette di legittimare sul piano morale la ricerca estetica”.

Le photojournalisme à l’aune du World Press Photo

“L’image qui est sélectionnée a été produite réalisée et utilisée par et pour des journalistes, et c’est pour cette raison qu’elle peut prétendre au concours. Mais en récompensant les images qui font sens en dehors de tout contexte éditorial, de toute légende, le WPP se trouve comme condamné à privilégier les images les plus allégoriques, celles dont le lien avec l’action qu’elles sont supposées documenter est le plus tenu. Le lecteur doit retrouver dans l’image sélectionnée une idée abstraite qui était sienne et qui préexistait à la situation qu’elle documente, beaucoup plus que des informations nouvelles parce ce que ces dernières supposeraient un contexte éditorial, une légende, pour être compréhensibles. C’est sans doute également pour cette raison que les sujets des photos primées sont dramatiques. La dimension dramatique est peu traitée photographiquement en dehors du photojournalisme et donc de nature à nous rassurer sur la légitimité des images malgré l’absence de contenu éditorial. La figure allégorique est aussi un moyen de contourner la question de l’esthétique. C’est un concours photo, il a donc nécessairement une dimension esthétique. Mais dans le même temps, ce concours récompense un photojournaliste. La dimension esthétique de l’image ne peut-être, au moins officiellement, que contingente ou alors le WPP deviendrait un concours photo comme les autres. Et puis l’idée d’une approche esthétique de la faim, la souffrance, la douleur, la mort, n’est pas sans soulever quelques controverses. La figure allégorique permet de légitimer au plan moral la recherche esthétique.”
Le photojournalisme à l’aune du World Press Photo (culture visuelle)

Every World Press Photo Winner From 1955-2011 http://www.buzzfeed.com

 

Occhio e fotografia

CHI FOTOGRAFA NON GUARDA
la macchina fotografica reflex impedisce materialmente di vedere nel momento in cui si alza lo specchio per lo scatto.
(   )

Per Pitagora e per il suo seguace Euclide, l’occhio emette un fascio di raggi che vanno a urtare gli oggetti. L’ urto tra il raggio visivo e la realtà suscitava la sensazione della visione.
La teoria rivale di Democrito, e poi resa lirica da Lucrezio, assume invece che gli oggetti continuamente inviino nello spazio circostante le immagini di sé medesimi. Queste immagini, dette éidola, entrano attraverso la pupilla, nell’ occhio così rivelandosi…Un’altra teoria sorella, invece. sognava che da ogni punto dei corpi si distaccassero minutissimi frammenti di materia.
(Potremmo interpretare gli eidola come le immagini di una teoria percettiva e i frammenti di materia come i fotoni di una teoria fisica)
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

(Gennari (a Parma) aveva già descritto nel 1762 la struttura stratificata della corteccia cerebrale. Ma è solo con Baillanger nel 1840 che vengono viste chiaramente le striature corrispondenti ai diversi strati della corteccia cerebrale con il microscopio.
Nel 1837 Treviranus  applica la nascente tecnica microscopica alla retina, scopre i bastoncelli e e la loro stratificazione. Ma considera questi come i terminali del nervo ottico. Non li collega alla stratificazione corticale, e, quindi, avvalora l’ipotesi che la retina sia una sorta di pellicola fotografica.
All’epoca la meraviglia della fotografia ha spinto alla soluzione troppo semplice di trovarne un equivalente anatomico.)
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

( Retina: struttura stratificata a piani orizzontali, attraversata da elementi verticali, i tronchi delle cellule retiniche, paralleli alla direzione dei fasci luminosi.
Coni e bastoncelli hanno una struttura cilindrica, trasparente e regolarissima. Quasi tutta la superficie della retina è ricoperta da bastoncelli, tranne la fovea popolata da coni.
Coni: lavorano a luce intensa e sono responsabili della visione cromatica e dei dettagli.
Bastoncelli: lavorano a bassa illuminazione, sono insensibili al colore e forniscono meno dettaglio.
Entrambi catturano la luce mediante i pigmenti che  la trasformano in una debolissima corrente elettrica.
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

lo strato inferiore, terzo, dei fotorecettori è composto di cellule orizzontali, che stabiliscono contatti fra i fotorecettori superiori e le cellule orizzontali circostanti.
Sotto le cellule orizzontali vi sono due tipi di cellule:
bipolari: si collegano allo strato inferiore;
amacrine: possono rimandare all’insù il segnale.
Il livello ultimo, bagnato dall’umor vitreo è composto quasi completamente da cellule ganglionari. Le code di queste cellule vanno a comporre il nervo ottico.
La retina non è un regolare mosaico di elementi sensibili, non è paragonabile neppure ad una pellicola fotografica. La retina non è omogena, ma è semplicemente una parte della corteccia cerebrale.)

L’occhio si è evoluto per vedere il mondo con colori stabili, indipendenti dall’illuminazione, che è sempre imprevedibile e mutevole.
Solo i nostri occhi possono classificare il colore degli oggetti, gli spettrofotometri non possono farlo.
Il sistema  fotorecettore ipersensibile basato sui  bastoncelli della retina dell’occhio funziona con una illuminazione 1000 volte più debole del sistema basato sui coni.
(Le scienze AAVV)

..le informazioni raccolte a due diverse lunghezze d’onda da due sistemi di fotorecettori (bastoncelli e coni) non vengono mediate punto per punto  bensì sono mantenute distinte e confrontate.
Con un singolo impulso di luce, il movimento dell’occhio, per definizione non è necessario. Con un’illuminazione continua, i normali movimenti rigidi dell’occhio, servono probabilmente per effettuare l’aggiornamento dei calcoli.
Ricordiamo che ciò che l’occhio fa , senza mai sbagliare, è scoprire l’entità della luminosità, indipendentemente dal flusso. .. questo è vero per un solo sistema di recettori, i bastocelli, quando opera  singolarmente, e per i tre sitemi di coni quando operano collettivamente nell’osservazione di superfici bianche, grigie e nere
(Le scienze AAVV)

Il fatto che un sistema fotorecettore abbia una simile capacità rende plausibile l’ipotesi che anche gli altri tre sistemi, destinati alla  visione diurna, la possiedano. Dato che  questi tre sistemi vedono il mondo in tre ampie, ma comunque delimitate zone dello spettro (che sono quelle utilizzate  nei filtri retinex), ognuno di essi forma un’immagine di luminosità distinta dalle  altre. Queste immagini non vengono mescolate, bensì confrontate. E appunto il confronto delle tre luminosità di una  determinata superficie che fornisce la  sensazione del colore.
(Le scienze AAVV)

Più che abitare, diciamo che dividevo una camera mobiliata al terzo piano del numero otto con un fotografo che si chiamava per l’appunto Carlone. Al suo paese, mi spiegò, oltre che studente di liceo, era trequarti nella squadra di rugby, e io potevo credergli anche soltanto a guardarlo, perché era massiccio e falsamente alto ci sono tipi così, come ci sono i falsi gobbi, mettiamo, o i falsi nani, cioè i gobbi dritti e i nani lunghi). Carlone misurava un metro e ottanta, non lo nego, ma non per questo era un uomo alto davvero, un uomo come me: era lungo e greve di tronco, insomma, ma corto di gambe e basso di sedere, proprio come si conviene, del resto, a un giocatore di rugby, che deve offrire il minor appiglio possibile al placcaggio avversario. Forse è per questo che non portava mai i calzoni del pigiama (la misura della giacca non poteva combinare con la lunghezza dei calzoni, infatti) e coricandosi mostrava, proprio sull’osso sacro, un ciuffetto di peli, come un residuo di coda.
Siccome al liceo andava bene in italiano, era venuto su con l’idea di farsi giornalista, ma poi qualcuno gli consigliò, proprio per via della sua mole e della pratica nel gioco del rugby, di scegliere invece il fotoreportaggio, un mestiere che richiede buone spalle, se vuoi farti largo nella calca e scattare il flash al momento buono. Carlone aveva accettato, e adesso lo vedevo, rincasando, steso sul letto a sfogliare vecchi numeri di Life: così, diceva, per trovare un’idea, uno spunto. Qualche volta, se non avevo voglia di salire in biblioteca per le mie ricerche, lo accompagnavo fino alla Mondialpicts l’agenzia fotografica dove lavorava insieme ad altri due ragazzi, alloggiati nella camera accanto alla nostra, Mario e Ugo. Alla Mondialpicts comandava un ragioniere con gli occhiali, basso e tondo, che si tratteneva il cinquanta per cento su tutto il fatturato, e in cambio dava a nolo le macchine e i rotolini, anticipava le spese e prestava la camera oscura per lo sviluppo. Nient’altro: i servizi ciascun fotografo doveva cercarseli da sé, girando per le redazioni, inventarli, con la speranza che poi qualcuno li comprasse. E il ragioniere tratteneva il suo cinquanta per cento più le spese. Idee Carlone ne aveva: ogni tanto pigIiava il treno, diretto a Genova, a Venezia, oppure alla campagna romagnola, come quando mi spiegò che aveva in mente di abbinare, con una gita sola, due servizi: sul pugile Cavicchi e sul paesaggio pascoliano.
Rientrava dopo un paio di giorni con la faccia stanca, perché le notti le passava alla sala d’aspetto della stazione, per  risparmiare. Lo vedevo crollare sul letto greve, massiccio e ansante come un bufalo.
(Bianciardi, la vita agra)

A casa ha allestito gli strumenti in cucina, per lavorare più a suo agio che nello sgabuzzino dove tiene la camera oscura. Nel pomeriggio aveva fatto scorta di reagente e aveva acquistato una vasca di plastica nel reparto giardinaggio dei grandi magazzini. Ha sistemato la carta sul tavolo da pranzo, facendo scorrere Sino al massimo il cavalletto dell’ingranditore. Ha ottenuto un riquadro di luce di trenta centimetri per quaranta e ha inserito il negativo della fotografia a contatto che ha fatto rifotografare in un laboratorio di fiducia.
Ha stampato l’intera fotografia, lasciando acceso l’ingranditore per qualche secondo in più del necessario perché la foto a contatto era troppo esposta.  Nella vasca del reagente i contorni sembrava stentassero a delinearsi, come se un reale lontano e trascorso, irrevocabile, fosse riluttante a essere resuscitato, si opponesse alla profanazione di occhi curiosi ed estranei, al risveglio in un contesto che non gli apparteneva. Quel gruppo di famiglia, l’ha sentito, si rifiutava di tornare a esibirsi sul palco delle immagini per soddisfare la curiosità di una persona estranea, in un luogo estraneo, in un tempo che non è più il suo. Ha capito anche che stava evocando dei fantasmi, che cercava di estorcere loro, con l’ignobile stratagemma della chimica, una complicità coatta, un equivoco compromesso che essi, ignari contraenti, sottoscrissero con una improvvisata posa consegnata a un fotografo d’allora. Losca virtù delle istantanee! Sorridono. E quel sorriso ora è per lui, anche se essi non lo vogliono. L’intimità di un istante irripetibile della loro vita ora è sua, dilatata nel tempo è  sempre identica a se stessa; e visibile infinite volte, appesa gocciolante a uno spago che attraversa la cucina.
Un graffio, che l’espositore ha ingrandito a dismisura, sfregia diagonalmente i loro corpi e il loro paesaggio. E un graffio involontario di un’unghia, l’inevitabile usura delle cose, la traccia di un metallo (chiavi, orologi, accendisigari) con il quale quei visi hanno coabitato in tasche e cassetti? Oppure è il segno volontario di una mano che voleva elidere quel passato?
(Tabucchi, il filo dell’orizzonte)

Ma quel passato, comunque, è ora in un altro presente, si offre suo malgrado a una decifrazione. E la veranda di una modesta casa di sobborgo, gli scalini sono di pietra, avvolto all’architrave cresce un rampicante stento che ha aperto campanule chiare; dev’essere estate: la luce si indovina abbagliante e i fotografati vestono abiti leggeri. Il volto dell’uomo ha un’espressione sorpresa, e insieme indolente. Indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate, siede dietro a un tavolino di marmo, di fronte a sé ha una brocca di vetro a cui è appoggiato un giornale piegato a metà. Stava certo leggendo, e l’improvvisato fotografo gli ha dato una voce per fargli alzare gli occhi. La madre sta sbucando sulla soglia, è appena entrata nella fotografia e non se n’è neppure accorta. Ha un piccolo grembiule a fiori, il volto magro. E ancora giovane, ma la sua gioventù sembra trascorsa. I due bambini sono seduti su uno scalino, ma discosti, estranei l’uno all’altro. La bambina ha due trecce bruciate dal sole, gli occhiali da vista cerchiati di celluloide, gli zoccoletti. Tiene in grembo un fantoccio di pezza. Il ragazzo porta i sandali e i pantaloni corti. Ha i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani. Ha un viso tondo, i capelli con qualche ricciolo lustro, le ginocchia sporche. Dalla tasca dei calzoni sporge la forcella di una fionda. Guarda davanti a sé, ma i suoi occhi sono persi oltre l’obiettivo, come se stesse seguendo nell’aria un’apparizione, un evento ignoto agli altri fotografati.  Guarda leggermente verso l’alto, le sue pupille lo indicano senza possibilità di errore. Forse guarda una nuvola, la chioma di un albero. Nell’angolo di destra, dove il terreno continua in un vialetto lastricato sul quale il tetto della veranda disegna una scala d’ombra, si intravede il corpo acciambellato di un cane. L’occhio del fotografo, incurante della sua presenza, lo ha accolto per caso nell’inquadratura e la fotografia ne lascia fuori la testa. E’ un cagnetto pezzato di nero che somiglia a un fox, ma certo un bastardo.
C’è qualcosa che lo inquieta in quella placida istantanea di ignoti; qualcosa che pare sottrarsi alla sua decifrazione: un segnale nascosto, un elemento apparentemente insignificante che pure indovina fondamentale. Poi si avvicina attratto da un particolare. Attraverso il vetro della caraffa, ondulate per effetto dell’acqua, le lettere del giornale piegato a metà che l’uomo tiene davanti dicono: Sur. Sente di emozionarsi e si dice: l’Argentina, siamo in Argentina, perché mi emoziono?, cosa c’entra l’Argentina? Ma ora sa  cosa stanno fissando gli occhi del ragazzo. Alle spalle del fotografo, immersa nel verde, c’è una villa padronale rosa e bianca. Il ragazzo fissa una finestra con le persiane chiuse, perché quella persiana può socchiudersi lentamente, e allora…
(Tabacchi, il filo dell’orizzonte)

Guardando le ombre in basso, estrassi la macchina fotografica dalla mia tasca e, quasi senza muovermi, la lascia cadere fuori bordo; andò a frantumarsi contro lo scafo prima di rimbalzare in mare e scomparire tra i flutti.
Nessuna delle foto che avevo scattato quella notte era stata sviluppata, nessuna, e, esaminando con cura i negativi, mi accorsi che dalla dodicesima fotografia in poi la pellicola era uniformemente sottoesposta, con qua e là alcune ombre informi, specie di tracce impercettibili della mia assenza.
(Toussaint, la macchina fotografica)

1 2