È solo in tempi relativamente recenti che si sono sviluppate le credenze in quelli che lo psicologo canadese Ara Narenzayan definisce «Grandi Dei» (Grandi dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo, Cortina, 2014), cioè divinità che sorvegliano la nostra vita quotidiana e la regolano con promesse e minacce che si concretizzeranno nella vita ultraterrena.
…con l’avvento dell’agricoltura gli esseri umani si organizzarono in vaste e anonime società in cui era più facile comportarsi in modo non cooperativo. È proprio in queste società che le divinità morali avrebbero fatto la loro comparsa, per una evidente funzione sociale: gli individui che credono in divinità che sorvegliano e puniscono il male tenderanno a non danneggiare gli altri, anche quando non c’è nessun sorvegliante umano che li osserva.
…
A determinare il comportamento altruistico sembra essere la paura di una punizione, piuttosto che la fiducia in una ricompensa di origine divina.
Questi risultati sembrano quindi confermare l’idea che lo sviluppo sociale umano è legato a quello delle religioni morali. La direzione della freccia causale però potrebbe andare in un senso opposto a quello sostenuto da Narenzayan e colleghi. Si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario. Le divinità morali non sono infatti comparse subito dopo il costituirsi di società umane complesse, per esempio le religioni degli antichi imperi mesopotamici ed egizi ne erano prive. Esse fanno apparizione, quasi contemporaneamente, in tre diverse aree dell’Eurasia in un periodo relativamente breve e recente, compreso tra il V e il III secolo prima della nostra era. In tale periodo emergono dottrine, anche secolari, come il confucianesimo (Cina), lo stoicismo (Mediterraneo orientale) e l’induismo (India). Malgrado le differenze, queste dottrine hanno in comune un principio di base, quello secondo il quale lo scopo della vita umana non è accumulare beni materiali ma vivere all’insegna della moderazione e dell’aiuto agli altri. Lo storico di Stanford Ian Morris ha di recente scoperto che nelle aree geografiche e nel periodo sopra menzionati si manifestò un significativo aumento di indicatori di sviluppo economico come, in particolare, la quantità d’energia ricavata dall’ambiente. Per esempio, a differenza dei gruppi di cacciatori-raccoglitori che estraevano dall’ambiente 4.000 kcal al giorno per persona, e delle società arcaiche come l’antico Egitto che ne estraevano 15.000, le società che hanno dato la luce alle dottrine e divinità morali ne estraevano più di 25.000.
Sotto la guida del giovane psicologo francese Nicolas Baumard, un gruppo di ricerca franco-americano, di cui fa parte lo stesso Morris, qualche mese fa ha ulteriormente corroborato l’ipotesi che l’emergere delle divinità morali sia legato allo sviluppo economico.
…
A questo punto sorge una domanda: stabilito che la crescita economica ha favorito la comparsa delle religioni morali, quali sono i meccanismi attraverso cui la prosperità economica ha permesso il diffondersi dell’ascetismo religioso e secolare? Tra le varie risposte considerate da Baumard e colleghi, la più convincente sembra essere la seguente: vivere in ambienti poveri e ostili porta le persone a focalizzarsi sul presente e le incoraggia a mettere in atto strategie a breve termine nell’interazione con gli altri (ad esempio, applicare la regola occhio per occhio, dente per dente). Viceversa, vivere in ambienti prosperi e sicuri porta le persone a focalizzarsi sul futuro e a mettere in atto strategie più a lungo termine nei confronti degli altri (ad esempio, seguire la regola «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te»). Insomma, le credenze e le pratiche legate ai principi delle religioni e delle dottrine ascetico-morali sarebbero il riflesso dei cambiamenti nelle motivazioni e negli stili di vita indotti dalla prosperità economica.
– – – – – – – – –
Bibliografia selettiva:
Girotto, V., Pievani, T., & Vallortigara, G. (2008). Nati per credere. Torino
Girotto, V. (2015). Divinità, regole morali e prosperità economica. Introduzione a M. Shermer, Homo credens. Roma: Nessun Dogma.
Girotto, V. (2013). Introduzione alla psicologia del pensiero. Bologna: Il Mulino.
Appunti dal libro: Grandi Dei, di Ara Norenzayan, 2013, Raffaele Cortina Editore
Le credenze religiose e i rituali sono emersi come effetto collaterale evolutivo di funzioni cognitive ordinarie che hanno preceduto la religione. Queste funzioni cognitive hanno dato origine a intuizioni religiose – per esempio, il fatto che mente e corpo siano entità separate e che la prima possa esistere senza la seconda. Le intuizioni sostengono le credenze religiose ampiamente diffuse, come la fede negli dei, negli spiriti e nelle anime di vario tipo e con caratteristiche diverse, e le pratiche a esse correlate. A questo punto tutto era pronto per l’avvio di una rapida evoluzione culturale – cioè cambiamenti non genetici, socialmente trasmessi, nelle credenze e nei comportamenti – che alla fine condusse allo sviluppo di grandi società con Grandi Dei. (21)
Tutto è iniziato con un piccolo e casuale cambiamento del cervello che ha avuto come “effetto collaterale” l’evoluzione culturale e sociale di homo sapiens.
Ara Norenzayan non si sofferma sul come pensiero e linguaggio si siano intrecciati nei millenni, e fa un salto in avanti nel tempo, sino a quando una rapida evoluzione sociale dell’uomo porta alla diffusione delle grandi religioni e allo sviluppo di strutture economiche più durature. La sua idea è che le religioni monoteiste, sorte attorno ai Grandi Dei, abbiamo influito sulla crescita dell’economia di scambio e dell’organizzazione sociale, favorendo uno sviluppo più stabile basato sul controllo divino e la paura della dannazione. I Grandi Dei garantiscono il rispetto di regole e comportamenti, e puniscono la trasgressione: secondo Norenzayan questa premessa avrebbe facilitato i contatti anche tra persone e gruppi sociali che ancora non si conoscono, e rinsaldato i legami tra fedeli di uno stesso dio quando necessario.
Nel recensire il libro, Vittorio Girotto accoglie favorevolmente l’analisi e i risultati esposti da Norenzayan, però propone di capovolgere (si potrebbe dire: marxianamente) i termini della questione: è la crescita economica e sociale che spinge alla formazione della sovrastruttura religiosa e ideologica. E vi sarebbero fondati elementi storici e antropologici che porterebbero a pensarlo.
“La direzione della freccia causale però potrebbe andare in un senso opposto a quello sostenuto da Narenzayan e colleghi. Si potrebbe in effetti pensare che all’origine delle religioni morali vi sia lo sviluppo umano e non il contrario.” (ap. Girotto Il timor di Dio)
La tesi dichiarata del libro di Norenzayan è un tentativo di integrare i due punti di vista, sociale e cognitivista, per arrivare a una terza ipotesi “che colloca le origini delle religioni prosociali in una potente combinazione di evoluzione sociale e genetica.” (23)
[C’è riuscito? Bah! Di tutta la parte sperimentale e della metodologia di ricerca sul campo posso pensare che siano interessanti e sorprendenti nei risultati. Di certo vi sono correlazioni fra religione, struttura sociale e sviluppo economico. Tuttavia, nella ricostruzione storica e politica del legame fra grandi gruppi sociali e grandi religioni mancano molti elementi di confronto e altri sono suggestioni. E mi riferisco non solo alla conoscenza di eventi e vicende, ma soprattutto alla comprensione di fenomeni culturali di cui non abbiamo informazioni sufficienti per comporre un “quadro” psicologico individuale e collettivo che è mutato nel tempo, mentre le differenze genetiche hanno tempi molto ma molto più lunghi.]
— – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
Questi sono i principi che hanno caratterizzato l’emergere di Grandi Dei nella storia dell’uomo
1 – Chi è sorvegliato si comporta bene
2 – La religione è più nel contesto che nelle singole persone
3 – L’inferno è più potente del paradiso
4 – Fidati di chi si fida di Dio
— – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
“I credenti diffidano degli atei, ma non il contrario.”
I credenti hanno una particolare propensione a diffidare degli atei. Norenzayan ipotizza che questo pregiudizio abbia radici psicologiche e che nasca da una reazione di sfiducia da parte dei credenti perché gli atei non si considerano sottoposti alle leggi e al giudizio di Dio. Gli studi mostrano che in caso di pregiudizio il grado di sfiducia verso gli atei è pari a quello verso i criminali.
Euristica della rappresentatività – giudicare le probabilità di eventi basandosi sulla percepita rappresentatività di una descrizione, invece che su una reale considerazione delle probabilità. (120)
Gli atei non hanno particolari pregiudizi nei confronti dei credenti e non considerano la fede religiosa un motivo di sfiducia. Al contrario, alcuni pensano che “credere sia un buon affare” perché spinge a seguire una morale e uno scopo comune.
“Il buon Dio nella sua infinita misericordia sopporta i credenti ma predilige decisamente gli atei.” (Moni Ovadia)
Nei paesi laici la diffidenza verso gli atei è minore, ed è quasi inesistente in quelli scandinavi e dell’Europa settentrionale. Ma sarebbe sbagliato sperare in un declino delle religioni nel futuro prossimo viste le dimensioni mondiali che ha la fede nei Grandi Dei. Secondo Norenzayan quello che ci possiamo aspettare è una diminuzione della sfiducia negli atei se le istituzioni laiche migliorano le loro funzioni regolatrici e di controllo. Dalla sorveglianza soprannaturale a quella laica.
— – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
Cooperare senza Dio. Ateismo. Istituzioni laiche.
Nella maggior parte del mondo dove la fiducia nelle istituzione è scarsa, prevalgono i legami di sangue, l’onore, la solidarietà etnica e, se si va un po’ più lontano, la “vigilanza soprannaturale dei Grandi Dei è l’unico fattore in gioco”. Nell’altra parte del mondo (WEIRD) le istituzioni e tradizioni laiche hanno dovuto farsi carico di alcune funzioni svolte dalla religione.
Qualunque cosa arrivi a sostituire il vuoto sociale lasciato dalla religione deve essere in grado di assumersi le funzioni sociali e di rivolgersi ai profondi bisogni psicologici che le religioni prosociali soddisfano. (245)
Anche nei paesi più laici, da quelli totalitari alle democrazie nord-europee, certi bisogni e comportamenti, che la religione prosociale aveva a lungo regolato, non sono cambiati, e si è solo sostituito Dio con un governo o magari con un dittatore.
Uno dei punti di forza della tesi basata sull’evoluzione culturale della religione – la spina dorsale di questo libro – è che dà spazio a un’idea significativa e di ampia portata: le religioni non soltanto assumono forme differenti nelle culture e nei periodi storici diversi, ma i livelli di impegno religioso aumentano o diminuiscono in modo prevedibile a seconda delle condizioni sociali proprie di particolari culture e di particolari periodi di tempo. (246)
[Hai detto tutto, e hai detto niente.] Norenzayan riconosce che la questione è complessa, ancora da chiarire, però pensa che le società laiche abbiano usato la religione per raggiungere il successo e “poi hanno buttato via la scala.” Di più: alcune società laiche sono derivate dalle religioni prosociali. Conoscenze scientifiche e ragione non si sarebbero affermate in contrapposizione alla religione. Ma sarebbero gli stessi monoteismi ad aver posto le basi per un mondo laico aggrappato alla discutibile (secondo me) razionalità delle scienze
[Che volo. Pensavo si schiantasse, invece è come in un video-game: ogni volta ricomincia.]
Non possiamo comprendere la fede religiosa se la isoliamo dalle credenze culturali laiche. Emerge così anche una delle vie che portano alla secolarizzazione, quando le società sviluppano forti istituzioni di governo che incoraggiano la fiducia nella gente.(250)
Il dualismo mente-corpo è un aspetto fondamentale della cultura religiosa: si crede che vi sia “un io” separato dal corpo e dal cervello, l’anima immortale. L’ipotesi è che questo dualismo sia istintivo nell’uomo e che preceda la cultura religiosa: si tratterebbe di una capacità cognitiva del cervello umano di percepire le menti altrui e di inferire “l’esistenza di agenti invisibili dotati di stati mentali”, come spiriti e dei. Questa predisposizione verso la religione dipenderebbe, quindi, dal funzionamento del cervello, e dai suoi pregiudizi.
Alcune forme di pensiero religioso sembrano poter accedere per la via più facile ai nostri sistemi cognitivi. (Pascal Boyer)
In un certo senso siamo tutti teisti, e la mancanza di fede, l’ateismo, quando emerge, essendo privo di un sostegno intuitivo deve opporsi a queste intuizioni religiose e sostituirle con concetti nuovi, elaborati con un forte dispendio di energie. Ma Norenzayan pensa che questo sia una spiegazione incompleta, perché fede e mancanza di fede condividono uno stesso percorso che porta alla formazione dei grandi gruppi sociali.
Quattro vie che portano a non credere:
1 – L’ateismo dovuto a cecità mentale, prodotto dall’incapacità di comprendere la mente di Dio
2 – L’ateismo analitico, che emerge quando l’abituale ragionamento analitico incoraggia lo scetticismo religioso.
3 – L’apateismo, un sentimento di indifferenza verso la religione che si osserva in luoghi in cui la gente può vivere in ambienti sani e sicuri.
4 – L’ateismo incredulo, strettamente legato all’apateismo, che si osserva nei contesti culturali dove sono relativamente assenti ostentazioni di rituali religiosi. (253)
Di queste forme di ateismo individuate da Norenzayan mi interessano soprattutto la cecità mentale e l’ateismo analitico perché dipendono direttamente dall’individuo e non dal contesto.
Le ricerche degli scienziati cognitivi hanno rilevato una associazione fra autismo e mancanza di fede. L’incapacità di mentalizzare del soggetto autistico, ossia l’impossibilità di inferire gli stati mentali degli altri e di comprenderne le emozioni e le intenzioni, determina una difficoltà di concepire Dio e di attribuirgli intenzionalità e capacità soprannaturali.
In generale è stato rilevato che i maschi hanno una minore capacità di mentalizzare rispetto alle femmine. Norenzayan è sempre cauto nel valutare queste correlazioni, ma si mostra certo di poter concludere che “la cecità mentale non permette di appassionarsi all’idea di un Dio personale.” (257)
[Mi viene da fare una considerazione razionale: se all’estremo dello specchio autistico c’è la cecità mentale (mancanza di una teoria della mente), all’altro estremo, quello del fanatismo religioso, e forse di ogni tipo di fanatismo, c’è la fede cieca, ossia la negazione del libero arbitrio e dell’individuo, che paradossalmente significa la negazione dell’anima.]
Boyer e il teismo implicito.
…Intuizioni in grado di spingere la nostra mente verso il pensiero religioso. Una è la tendenza abituale a mentalizzare; a sua volta la mentalizzazione incoraggia il dualismo mente-corpo, vale a dire che esista qualcosa di immateriale e distinto dal corpo fisico; c’è poi l’immortalità della psiche, di qualcosa che sopravvive alla morte del corpo; infine, troviamo il pensiero teleologico per cui siamo portati a pensare che le cose esistano per uno scopo e questo implichi l’esistenza di un creatore. Questo pacchetto cognitivo corrisponde a ciò che di solito intendiamo per teismo implicito. (257)
Queste intuizioni sono attivate da un sistema di pensiero che agisce in modo rapido e per lo più inconscio, e che non lascia spazio al dubbio. Ad esso contrapponiamo il pensiero analitico e razionale che attraverso la riflessione modifica le proprie convinzioni. Non si può dire quale dei due sistemi produca i migliori risultati; con il senno di poi, per entrambi vi sono meriti e demeriti relativi. Attribuiamo, di solito, il pensiero intuitivo alla religione e quello riflessivo all’ateismo. Norenzayen e altri psicologi hanno voluto verificare l’ipotesi, compiendo una serie di studi paralleli, e tutti sono giunti a conclusioni convergenti:
la religione è il prodotto del pensiero intuitivo, mentre il pensiero analitico rappresenta una via che conduce al dubbio religioso. (259)
Il fatto di essere cresciuti in un ambiente di blanda religiosità apre sicuramente le porte dello scetticismo, così come gli studi scolastici, soprattutto scientifici, portano a una maggiore capacità di riflessione e al dubbio. I dati di laboratorio rilevati dicono che vi è una relazione fra i più alti valori d’intelligenza in generale e i più bassi livelli di fede religiosa. Ma non bisogna subito saltare alla conclusione che l’uso del pensiero analitico porti automaticamente all’ateismo perché “altri fattori alimentano le fiamme della fede religiosa”.
L’ateismo analitico è più presente in ambienti scientifici, e si diffonde più facilmente in società che garantiscono una migliore risposta alle necessità materiali e di salute, e che inducono una maggiore sicurezza esistenziale. La religione, invece, prospera dove sono grandi le miserie umane, con la sua duplice faccia: “di essere contemporaneamente il piromane e il pompiere”.
Forse un mondo inquietante ma prevedibile è comunque più confortante di uno caotico e privo di senso. (268)
Nei paesi in cui le istituzioni riescono a garantire una sicurezza esistenziale, troviamo altri due tipi di ateismo, secondo Norenzayan: l’apateismo, ossia una indifferenza verso la religione e i suoi temi, e l’ateismo incredulo di chi è stato allevato in famiglie con poco fervore religioso e poi è diventato miscredente.
[Se questi sono i percorsi principali dell’ateismo, vedo molto difficile la nascita di società cooperative senza Dio che Norenzayan prospetta lontanamente guardando ai paesi scandinavi e nulla più. Egli mette tutta la ragione degli atei nelle mani della scienza e della tecnologia, e delle istituzioni quando riescono a garantire uno sviluppo economico accettabile da parte di ampi strati della popolazione.]
Nonostante tutto non mi è affatto chiaro se le società laiche alla fine vinceranno questa gara di longevità culturale. (273)
[Penso che le religioni prosociali siano decisamente avvantaggiate: hanno un’esperienza accumulata in millenni e una capacità di confrontarsi con i poteri forti, economici e politici, per esercitare un capillare controllo e gestire la disciplina della società. Nello stesso tempo le religioni sociali hanno anche il ruolo di “interpreti” dei bisogni fisici e spirituali della popolazione nei confronti delle istituzioni e di Dio!]
Nell’ultima pagina del saggio, per concludere in bellezza, Norenzayan si ricorda di un altro vantaggio delle religioni prosociali, è la fertilità, l’incentivo alla crescita demografica che visibilmente contraddistingue tutte le religioni. Le società laiche, invece, hanno un minor numero di figli. Se si unisce la fertilità al fatto che gran parte della popolazione mondiale è religiosa, si può facilmente dedurre dai numeri che i Grandi Dei sono lontani dall’aver concluso la loro funzione.
Nelle ultime righe una “soddisfazione” per gli atei e i laici: sarà dura anche per le religioni.
Non ne sappiamo abbastanza per prevedere quale sarà il futuro della religione, ma possiamo essere certi del fatto che la tensione fra i vari movimenti religiosi in competizione, e tra la religione e i vari modi laici di vivere, continuerà a plasmare il mondo nel secolo a venire. (273)
Amen
— — — — —- —- —– —– — — –
Dubbi e osservazioni sparse
[I Grandi Dei delle religioni monoteiste hanno contribuito alla crescita delle Grandi società moderne? O è la crescita economica e politica che ha eletto i Grandi Dei ad un ruolo di tutori del sistema? Prima l’uovo o la gallina? La gallina!
Tesi intrigante quella di Norenzayan. Il saggio raccoglie molto materiale tratto da studi e ricerche di psicologia, condotte anche in prima persona, che tentano di spiegare il peso della religione nei rapporti sociali. Ne esce un quadro credibile di relazioni individuali e collettive che sono mediate dal legame con la religione. Tuttavia, bisogna valutarne anche i limiti perché gran parte degli studi e ricerche sono stati fatti in paesi con un maggiore sviluppo economico e una cultura istituzionale laica più diffusa.
La ricostruzione storica dell’evoluzione culturale della religione mi lascia invece molti dubbi. Certo, nel tempo strutture e riti delle religioni sono cambiati, ma la psicologia sociale non ha abbastanza strumenti e informazioni storiche e documentarie per comporre un quadro più completo. L’interazione con antropologia, genetica, scienze cognitive e altro è indispensabile, e richiede un po’ di tempo per dare risultati più definiti.
L’ipotesi su cui lavora Norezayan – i Grandi Dei favoriscono Grandi Società – si basa su un punto di vista che è tutto interno alla cultura occidentale e “pesca” nella storia umana alcune evidenze che sono del modo di pensare più comune. Resta tutto da dimostrare.
Vi sono abbastanza elementi, da Marx in poi, per pensare di ribaltare l’ipotesi: Grandi Società creano Grandi Dei. Religioni e ideologie nascono dalle condizioni materiali che influenzano la coscienza di ciascuno. È un’ipotesi anche questa.
La cultura religiosa è legata a particolari attività del cervello che dipendono da una struttura cerebrale già presente e probabilmente già usata per altre funzioni.
[Quando si entra nei dettagli e negli esempi significa che la domanda è ancora intrappolata tra dubbi e risposte. Nella loro lettera aperta a C. Koch, questi cinque scienziati sostengono la tesi che le microscopiche aperture delle membrane cellulari, attraverso cui passano gli ioni, sono alla base della percezione, della cognizione, del movimento dell’organismo animale, e persino della stessa coscienza. L’aprirsi e chiudersi della cellula rivela che vi è qualcosa di più della semplice risposta a uno stimolo esterno: vi è una coscienza di sé.
La risposta di Koch è diplomatica: pur condividendo l’idea che anche un verme abbia una qualche consapevolezza di essere un verme, per ora non vi sono prove empiriche.
Risposte molto convincenti a sostegno arrivano invece dal saggio “Lo strano ordine delle cose” di A. Damasio, 2018 (vedi scheda).
La lettera è del 2015. Mi sembra utile per capire in sintesi la teoria proposta dai cinque autorevoli scienziati e il loro tentativo di farsi strada anche nell’ambito della divulgazione scientifica, dove i dubbi extra-scientifici prendono il posto delle giuste cautele e delle verifiche che sempre accompagnano una ricerca scientifica.
La risposta di Koch alla lettera, anche in questo caso, sposta l’attenzione dal piano teorico e pratico a quello “magico”: nello specifico l’esperienza soggettiva. Koch sostiene che concentrarsi sugli ioni è un errore perché sarebbe come “voler capire la natura del web con la fisica dettagliata dei semiconduttori”. Vi sono molti elementi che dimostrano come la coscienza vada oltre il flusso degli ioni, e dipenda da certi neuroni e da particolari strutture attive.
Forse mi sbaglio ma qui la differenza fra le due posizioni non è sulla valutazione di elementi sperimentali ma su un aspetto filosofico e ideologico che caratterizza la coscienza: determinismo o soggettività?
Damasio, nel suo ultimo libro, considera naufragata l’ipotesi di un’unica sede centrale della coscienza, portata avanti da Koch e altri. Tuttavia, anche per Damasio, basando tutto sull’omeostasi, non è così scontato arrivare alla coscienza individuale.
Viste da lontano le due posizioni (coscienza: flusso di ioni o struttura particolare) sono basate sullo stesso evoluzionismo di Darwin. Resta però una differenza: cambia il punto di emergenza della coscienza. Da una parte nasce dalla continuità di un processo chimico-fisico (il passaggio di ioni attraverso la membrana della cellula) che sta alla base della consapevolezza di sé e che ha portato nel tempo a fenomeni psicologici superiori: la soggettività è un processo. Dall’altra parte la coscienza è un sistema di sintesi che, un bel giorno, trasforma la consapevolezza in autocoscienza: la coscienza sarebbe una particolare struttura, all’interno dell’organismo, che governa l’esperienza soggettiva.
Fine del commento, perché rischio di schiantarmi su determinismo-meccanicismo e libero arbitrio
******
vedi aggiunta, maggio 2021: leggo il commento a Koch e Damasio fatto da Giorgio Vallortigara nel suo libro: Pensieri della mosca con la testa storta, Adelphi 2021 – VEDI SCHEDA]
autori: Oliver Sacks, Antonio Damasio, Gil B. Carvalho, Norman D. Cook, Harry T. Hunt. Questi scienziati hanno formulato le loro idee sotto forma di lettera aperta a Christof Koch, presidente dell’Allen Institute for Brain Science, editorialista di “Scientific American Mind” e membro del consiglio di amministrazione di “Scientific American”.
(citazioni)
La domanda senza risposta è: quali sono le caratteristiche delle cellule viventi che alla fine portano ai diversi fenomeni psicologici di livello superiore, che sembrano unici di particolari organismi animali?
…
Dal punto di vista biologico, noi suggeriamo che il meccanismo di livello più basso candidato a questa analisi è quello della “eccitabilità” della membrana: l’insolita capacità di alcuni tipi di cellule viventi di rilevare e rispondere agli stimoli in pochi millisecondi.
…
È importante sottolineare che i meccanismi alla base della “irritabilità” [la capacità di rispondere a stimoli esterni] dei protozoi sono gli stessi di quelli coinvolti nell’iper-sensibilità di tutti e tre i tipi principali di cellule eccitabili negli organismi metazoi (gli animali), cioè le cellule con recettori sensoriali, i neuroni, e le cellule muscolari. Questi meccanismi sono essenzialmente l’apertura e la chiusura di alcuni pori che permettono a certi ioni di attraversare liberamente la membrana cellulare. Un criterio di parsimonia suggerisce che l’improvviso ingresso di ioni carichi positivamente (cationi) nel citoplasma alcalino – la definizione stessa di eccitabilità della membrane – sia il fenomeno chiave coinvolto nella “consapevolezza” di una cellula riguardo al proprio ambiente (“sensibilità”). In altre parole, quello che rende le cellule con membrane eccitabili così insolite è la loro risposta ai disturbi elettrostatici dell’omeostasi (lieve acidificazione dell’ambiente cellulare interno, normalmente alcalino) dopo una stimolazione esterna. Per produrre il livello superiore di “consapevolezza” degli organismi animali, realizzando un particolare tipo di sensibilità, l’attività di molte cellule eccitabili deve essere sincronizzata (in modi ancora da definire) in un comportamento coerente a livello di organismo.
…
La domanda senza risposta è: quali sono le caratteristiche delle cellule viventi che alla fine portano ai diversi fenomeni psicologici di livello superiore, che sembrano unici di particolari organismi animali?
…
Nelle neuroscienze questa eccitabilità della membrana si è naturalmente impadronita del centro della scena fin dai lavori di Hodgkin e Huxley negli anni trenta. Ma l’attenzione al potenziale d’azione, in particolare, si è concentrata soprattutto sul suo ruolo nella conduzione dei segnali all’interno della cellula, che porta infine al rilascio di sostanze chimiche chiamate neurotrasmettitori.
…
Questa focalizzazione ha fatto ignorare il significato biologico dell’afflusso di cationi in sé. Noi ipotizziamo che i “problemi difficili” della sensibilità, della consapevolezza, e in ultima analisi, dell’autocoscienza del primate inizino con la risposta delle cellule eccitabili agli stimoli esterni che minacciano di disturbare l’omeostasi cellulare.
…
Potrebbero essere questi i fenomeni a livello cellulare che accendono la “consapevolezza” e, alla fine, dirigono il comportamento degli animali? E’ questa l’importante biologia della membrana che sta alla base della “mente” e permette una più chiara distinzione tra la placida esistenza della flora e il comportamento esuberante e irrequieto della fauna?
.-.-.-.-.-.
**********
La risposta di Christof Koch a Cook e colleghi: “QUINDI”
Quindi non può essere solo l’afflusso di cationi a contare per la coscienza, ma come questo afflusso viene modellato nel tempo e attraverso i neuroni.
…
Quindi, non può essere solo l’afflusso di cationi in un qualsiasi neurone di qualsiasi struttura del cervello a contare per la coscienza, ma quali neuroni sono attivi in particolari strutture.
…
in pazienti con lesioni cerebrali, la perdita di regioni come i gangli della base e il cervelletto, patria di quattro neuroni su cinque del cervello umano, non incide in misura quantificabile sulla presenza o sul contenuto della coscienza.
…
Quindi, non può essere solo il flusso di cationi nella cellula a contare, ma l’effetto causale generale che l’afflusso di ioni carichi ha sul sistema.
…
Questo richiede una spiegazione di principio, analitica, prescrittiva, empiricamente verificabile e clinicamente utile del modo in cui la materia altamente organizzata ed eccitabile sostiene il fatto centrale della nostra esistenza: l’esperienza soggettiva.
…
Infine, se gli organismi unicellulari, i vermi o altri semplici metazoi – molto più semplici dei mammiferi con i loro grandi cervelli – abbiano una sensibilità, è un’altra questione. Io condivido con gli autori della lettera l’impressione che può ben essere che “si provi qualcosa a essere un verme”. Tuttavia, questa è una domanda a cui in questo momento non si può rispondere in un modo che abbia un effettivo significato empirico.
Jung non parla mai di guarigione ma di individuazione.
Psiche individuale e collettiva (archetipi).
Scioglierci dai lacci delle matrici collettive e tirar fuori quello che è il nostro potenziale.
Si guarda meno al passato rispetto a Freud.
Le parole curano? La comunicazione cura. Le parole a volte sono vuote. Il dialogo cura. Ma si può passare anche non attraverso le parole. (disegno, arti …)
Ai tempi di Freud non c’era differenza fra scienze umane e scienze “hard”. Oggi è chiaro che la psicanalisi non è una scienza esatta.
Il sogno continua a essere la via regia per accedere all’inconscio, ma anche la produzione dell’inconscio in generale (arti, creatività…) è importanti nel percorso analitico junghiano. Tutto ciò che riusciamo a esprimere aldilà delle convenzioni che ci sono imposte dalla buona educazione, dalla razionalità, dalle leggi della comunicazione, incluso quelle grammaticali. Il principio di non contraddizione non vale nel sogno, per esempio.
L’uso di allucinogeni non è necessario, anzi pericoloso, perché l’inconscio contiene tutta una parte irrazionale e la parte non vissuta.
Coltivare l’anima? Espressione presa da Cicerone. Differenza fra anima (latino) e soul.
Identità maschile nel secolo che è stato chiamato “dei grandi massacri”. Secolo dei padri negativi, distruttivi. Viviamo in un mondo post-patriarcale, ma non in un mondo matricentrico o femmininocentrico. Viviamo sempre in un mondo mascolinocentrico, del maschio prepaterno, il maschio animale. Abbiamo più violenze sulle donne che è il frutto di una identità maschile regredita.
I figli. Sindrome di Lucignolo. Pinocchio avendo il padre debole va dietro ai bulli.
Fraternité (rivoluzione francese): è più importante dell’autorità del padre, che viene sostituito da questo principio – fraternità – orizzontale.
La sessualità deve restare al centro, anche se non è l’unico problema. Dopo un secolo da Freud, in cui le attività sessuali hanno continuato a aumentare come quantità e qualità, di colpo vediamo dai dati di questi ultimi due decenni che c’è un crollo della sessualità (sesso) tra i giovani. Questo crollo della sessualità si ricollega agli aspetti dell’identità di genere e va rivista all’interno delle nuove insicurezze che si sono create, della mediazione eccessiva dell’internet e dei social. Eros non è più eros quando è mediato dalla rete.
Lo psicoanalista: Adesso l’analista è troppo un tecnico chiuso nel suo studio.
Abbiamo bisogno di una collaborazione con le scienze sociali e soprattutto con un approccio junghiano che dispone già all’origine del concetto di psiche collettiva.
La invasività della diffusione del digitale, l’invadenza dei social, l’aggressività che si manifesta attraverso i social, l’aggressività anche nella politica, e i leader politici che nascono dal messaggio abbreviato. Aggressività.
L’utilizzo della paranoia in ambito politico tende a sostituire la disciplina politica. Questa aggressività trasmessa alle masse è particolarmente pericolosa: accende gli animi.
La paranoia è il non guardarsi dentro, e puntare soltanto il dito e cercare il capro espiatorio.
Psicologia è una scienza ermeneutica. Fenomenologia ed ermeneutica sono la stessa cosa.
La realtà è un pretesto per la nostra interpretazione. Quando parlo di quel film, il film mi interpreta. Circolo ermeneutico è la macchina della psicoterapia. Lo sguardo di Freud è sempre rivolto all’interiorità dell’uomo, così sant’Agostino guarda all’anima.
JASPERS: poiché si può spiegare una cosa senza averla compresa dobbiamo passare dal metodo esplicativo al metodo comprensivo. (Psicologia generale 1913). Comprendere significa individuare il nucleo per esempio del tuo delirio e vederne tutte le sue manifestazioni.
Bisogna capire a che mondo psicologico quell’uomo appartiene. (Psicologia della visione del mondo, 1921) Per capire una persona non basta parlare la stessa lingua. Occorre empatia. Bisogna conoscere la simbolica che fa da sfondo, ossia i mondi da cui arrivano le parole. (Esempi: destino per i greci; dio per il medioevo)
È possibile comprendere anche l’incomprensibile studiando le figure che Jaspers chiama a priori trascendentali (il tempo, lo spazio, il mondo, gli altri soggetti) ma compresi in relazione al soggetto e alla sua comprensione degli stessi. Comprensione fenomenologica. Ciò vale per le persone malate come per quelle cosiddette normali.
La fenomenologia non guarda più l’uomo come composto da anima e corpo ma come corpo e mondo. La psiche non è altro che il rapporto che il mio corpo ha con il mondo. Il corpo però non è quello della scienza, una sommatoria di organi, ma il corpo che è nel mondo della vita, che riceve stimoli, che risponde, impegnato dai suoi interessi e dalle sue pulsioni.
Heidegger non usa mai il termine uomo ma essere nel mondo..
Basta psiche, cerchiamo il mondo del paziente. Empatia è un dono ma è anche una maledizione.
– Il Tempo vissuto
il mio passato è la retentio
il presente è la presentatio
il futuro è la protentio
Malinconici ,depressi parlano solo del passato, senza futuro
Maniaci: vivono solo nel presente, sono invadenti
– Lo Spazio vissuto. Percepiamo lo spazio a partire dal vissuto, ognuno dalla propria storia.
LA PSICHE È LA RELAZIONE FRA CORPO E MONDO
LA MALATTIA È LA SCISSIONE FRA IO E CORPO
– Inconscio tecnologico
La tecnica è la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo.
RAZIONALITÀ: raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego del minimo dei mezzi.
Saldatura fra tecnica ed economia. L’economia però è inquinata dalla passione per il denaro.
Efficienza e produttività sono i criteri con cui sei valutato nel mondo del lavoro.
la depressione oggi non nasce più dalla colpa, ma dall’inadeguatezza: riesco o non riesco a fare ciò che mi si richiede?
La mia identità dipende dall’apparato in cui lavoro e di cui resto un funzionario conforme all’apparato.
Se sei un po’ difforme da ciò che ti è richiesto intervengono le due ancelle della psicologia: cognitivismo e comportamentismo che dicono: hai una dissonanza cognitiva? Non potendo cambiare il mondo, cambia te stesso.
Il sentimento è un modo di conoscere.
Un pensiero unico è un problema, ma un sentimento unico è un disastro.
Tra romanticismo e positivismo alla fine dell’ottocento. Freud e Jung hanno lo stesso contesto culturale, scientifico e politico. Freud sceglie di studiare neurologia mentre Jung sceglie psichiatria. A quel tempo occuparsi di psichiatria significava interessarsi di schizofrenia e psicosi, dove il delirio non sembrava avere un substrato neurologico, cerebrale.
modello Freud
Si differenziano nel definire la struttura della psiche.
Per Freud inconscio è il rimosso che viene tenuto a bada dalla psiche. Per Jung l’inconscio precede la coscienza. Da due secoli, compreso il romanticismo, il modello della psiche riconosciuto anche da Freud è quello di inconscio, preconscio, conscio. Freud aggiunge il super-io che attraversa i tre livelli. L’immagine è quella dell’iceberg.
modello Janet-Jung
Jung riprende invece il modello di Janet: un insieme di complessi , dove l’inconscio è parte di ogni complesso.
I complessi sono rappresentabili per similitudine e vicinanza. L’Io è uno di questi complessi che comprende la rappresentazione corporea, le capacità di giudizio.
I meccanismi di lavoro onirico sono: condensazione e spostamento. Lacan trasforma questi due meccanismi in metafora (somiglianza) e metonimia (vicinanza).
Per Jung la colla che aggrega questi complessi è l’affettività.
Per Freud le passioni stanno nell’inconscio e premono per scaricarsi.
Recentemente gli analisti freudiano relazionali (negli USA) rifiutano il modello di Freud e riprendono il modello di Jung-Janet.
È nella natura stessa della psiche la matrice che permette all’essere umano appena nato di costruire una relazione con il mondo esterno.
Abracadabra
Il potere curativo delle parole tra mito, tradizioni e neuroscienze, di Cristina Muntoni e Alberto Priori. (2022)
Cap. 1 – Storia
La parola non assolve infatti a una semplice funzione fisiologica, come la respirazione e l’attività cardiaca: rappresenta la cristallizzazione concreta del pensiero e del ragionamento di chi la emette e ha un effetto fisico e chimico che biologicamente determina modificazioni nel cervello di chi ascolta. (14)
Se la magia è definita quale forma di sapere che si presenta come capace di condizionare le forze della natura11 attraverso arti misteriche, la parola può essere considerata atto magico per eccellenza. Sin dalla notte dei tempi l’umanità ha fatto ricorso a oracoli, preghiere, canti, mantra, narrazioni, frasi rituali, incantesimi e maledizioni per modificare il mondo in base ai propri desideri. (16)
«In principio era il Verbo (la parola, n.d.a.), il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio», recita il Vangelo di Giovanni. Analogamente, nel testo sacro indiano delle Upanishad, la parola OM è identificata con Brahman, il creatore dell’universo. Per gli induisti, questa identificazione tra parola e divino è così radicata da ritenere che il solo fatto di pronunciarla porti ad avvicinarsi allo stato primordiale dell’esistenza, al momento esatto della creazione divina in cui dal non-esistente si passa all’esistente.(22)
‹‹Dio disse “Sia la Luce!” e la luce fu››. I versi della Genesi sono inequivocabili: le parole sono poste alla radice della cosmogonia. Il Dio biblico non fece la Luce, parlò. Disse “Sia la Luce” e, con la parola, la creò. Nello stesso modo, gli antichi egizi ritenevano che Thot, Dio della parola, della scrittura e delle formule magiche, potesse creare qualsiasi cosa semplicemente pronunciandone il nome. L’aspetto sonoro o, più propriamente, vibratorio, della creazione tramite la voce di una entità divina che pronuncia parole generanti è noto in tutte le tradizioni del mondo.(23)
Secondo i maestri ebraici, il mondo fu creato con dieci espressioni. Lo Sepher Yetzirah, uno tra i più importanti testi dell’esoterismo ebraico, racconta così la creazione: «Stabilì il suo universo con tre sepharim (libri): Sephor (il numero), Sippur (la parola) e Sapher (lo scritto)»32. Questo testo, che viene anche chiamato Libro della Creazione, nel Talmud viene descritto come un libro di magia. Qui si racconta che, alla viglia di ogni Shabbat, gli studenti di Ujdah avevano l’abitudine di usare il libro per creare un vitello da mangiare il giorno del riposo. Inoltre, tutte le creazioni miracolose attribuite ai rabbini nell’era talmudica sono spiegate dai commentatori rabbinici con l’uso di questo libro magico le cui parole avrebbero quindi il potere di creare. (24)
Abrecadabra: Trattata come molte altre sequenze magiche, venne iscritta su oggetti secondo lo schema geometrico decrescente, “a grappolo” o “a triangolo rovesciato”, per rappresentare lo scomparire graduale del male, in obbedienza alla credenza ancestrale dell’influsso del nome sulla cosa. L’interpretazione non univoca di questa parola, che etimologicamente desta molte perplessità, è probabilmente da collegarsi al fatto che nei rituali magici si è sempre fatto ricorso a parole oscure e poco comprensibili. (26)
Secondo l’interpretazione popolare più comune, Avrah KaDabra viene usata col significato “creo come parlo” ed esprime il potere che hanno le parole di condizionare la realtà. Sostanzialmente, il significato sarebbe quindi che “ciò che dico si avvera”, la parola diventa realtà. (26)
Un tempo, per il comune sentire, la magia aveva, però, pieno diritto di cittadinanza nel pensiero e nell’agire umano e non c’era separazione rispetto alla sfera scientifica. Occuparsi di astronomia, architettura, matematica, ad esempio, significava occuparsi anche di magia. Questo valeva nella preistoria, ma il concetto era ancora valido nel Rinascimento, quando, tra astronomia e astrologia, non c’era una scissione e non era inusuale occuparsi contemporaneamente di scienza, anatomia umana, matematica e ingegneria, quanto di esoterismo e astrologia. Ad esempio, Paracelso era medico, ma anche alchimista, mago e astrologo.(27)
Tra il II e il III secolo d.C. Quinto Sereno Sammonico, medico dell’imperatore Caracalla, raccontò in un trattato il legame tra scienza medica e magia racchiuso in questa parola. Nel suo Liber medicinalis il medico consiglia quello che si considerava un infallibile metodo di protezione dalle malattie: «inscribes chartae quod dicitur abracadabra». Scrivere la parola magica sulla carta, secondo l’autore, avrebbe costituito un potentissimo amuleto. Il rituale da seguire era quello di scrivere la parola, prima per intero, poi togliendo la lettera finale ad ogni riga sino a formare un triangolo con la punta rovesciata. Il foglietto con questa formula avrebbe poi dovuto essere legato al collo del o della paziente con un filo di lino. L’amuleto così ottenuto sarebbe servito, secondo il medico di corte, ad allontanare con efficacia assodata le malattie letali e a curare la febbre. (27)
Numerosi testi sacri descrivono la parola come un mezzo in grado di collegare gli esseri umani alla dimensione divina, esattamente come, all’interno di sé, ogni persona è in grado di collegare il corpo fisico con la dimensione spirituale, e come, nello stesso modo, le architetture sacre uniscono simbolicamente la terra al cielo. La parola è quindi l’axis mundi a disposizione di ogni essere umano per unire la dimensione materiale a quella spirituale. In questo modo, la parola trasforma l’Altrove trascendente in immanente, rendendo tangibile l’immateriale.(29)
Cap. 2 – Cervello e parola
Le parole, lette o ascoltate, inducono cambiamenti nel cervello, i quali fanno in modo che queste possano essere ricordate anche a distanza di lungo tempo.
I cambiamenti indotti dalle parole nel cervello sono complessi: possono essere di tipo strutturale, con la formazione di connessioni specifiche fra le cellule cerebrali (i neuroni), di tipo chimico (determinate parole possono indurre cambiamenti emotivi che dipendono da sostanze chimiche prodotte in alcune zone del cervello) e, infine, di facilitazione del funzionamento di alcuni circuiti cerebrali.(31)
Oltre agli effetti della parola in chi ascolta, il processo di verbalizzazione del pensiero produce delle importanti modificazioni cerebrali anche in chi parla. (32)
Il suono delle parole è il suono dei pensieri di un individuo e, a tutti gli effetti, le parole sono il vestito delle idee e delle emozioni. Bisogna considerare anche che, a differenza di un farmaco, che spesso ha effetti reversibili, l’effetto della parola è irreversibile. Quindi le parole vanno scelte sempre con grande accuratezza e prudenza in quanto possono creare danni permanenti.(34)
riusciamo a produrre e comprendere dalle 2 alle 5 parole per secondo. Ciò dimostra che la produzione e la comprensione di parole, nonché tutte le operazioni di elaborazione sintattica, avvengono nel cervello a velocità molto elevata, coinvolgendo larghe popolazioni di neuroni. Altro aspetto rilevante è quello del “principio di immediatezza” per cui, nella comprensione del linguaggio, le informazioni linguistiche ed extralinguistiche sono usate immediatamente appena disponibili ed in modo combinato. In altre parole, il cervello elabora assieme la conoscenza della parola, del contesto, di chi parla e li usa in modo congiunto per ottimizzare la comprensione anche a livello emotivo. Al fine di garantire tale velocità, il cervello, verosimilmente, impiega anche circuiti condivisi con altre funzioni cognitive ed affettive, sia nella produzione linguistica che nella comprensione.(37-38)
Spesso non si è consapevoli di quanto sia importante verbalizzare le emozioni per sentirsi meglio. A volte, come nel caso di molti scrittori o poeti, la verbalizzazione delle proprie emozioni potrebbe essere stata un’inconscia ricerca di autotrattamento di un disagio mentale.(42)
Cap. 3 – La parola spirituale: preghiere e mantra
La preghiera è la parola con cui ci si rivolge alla divinità, il tramite con cui l’essere umano entra in contatto profondo e diretto col divino, accede al mistero del sacro e ne diventa parte. Per chi crede, nella preghiera le parole diventano uno strumento per attingere dalla ricchezza di un potere creativo e salvifico illimitato, chiedendone manifestazione concreta. Proprio nel convincimento di questa supposta connessione divina, molte tradizioni religiose riconoscono il potere di cura alle parole con cui si sostanzia la preghiera. La parola è, in tal senso, la forma per eccellenza dell’esperienza spirituale e mistica del mondo.(43)… «Chiedete e vi sarà dato (…) Poiché chiunque chiede, riceve»
La parola sacra dell’ebraismo.
I mulinelli di preghiera in Tibet.
La scrittura rituale dell’Islam.
La preghiera indossata e i talismani.
Mantra. La tradizione vuole che le vibrazioni emesse nel recitare i mantra riconnettano chi li pronuncia ai suoni e alle vibrazioni della natura, lo riportino a uno stato di armonia ed equilibrio, attivando le energie psichiche, pulendo le nadi (i sottili canali energetici dove scorre l’energia nel corpo umano), rivitalizzando la ghiandola pineale e risvegliando le naturali capacità intuitive. (53)
OM appartiene ai mantra-base, i bija (in sanscrito, seme), ciascuno dei quali, secondo la tradizione yogica, sarebbe in grado di stimolare uno specifico chakra. (50) OM MANI PADME HUM è il mantra che, secondo la tradizione buddhista tibetana, sarebbe capace di eliminare la sofferenza. (52)
Cap. 4 – Neurobiologia del mantra e della preghiera
Per esempio, in un campione costituito da frati francescani e da monaci tibetani, valutan- do la distribuzione del sangue al cervello durante la preghiera, si osserva che, dopo circa 45 secondi, il flusso ematico aumenta in diverse aree, in- clusa la corteccia prefrontale responsabile delle funzioni esecutive, ovvero l’organizzazione delle azioni, lo spostamento dell’attenzione e l’inibizione di risposte non adeguate. L’elettroencefalogramma fornisce informazioni anche su alcune funzioni cognitive. Per esempio, si verifica che una spe- cifica attività elettrica, denominata ritmo alfa, che subisce un incremento durante la meditazione, si associa anche ad un miglioramento di alcune prestazioni cognitive. Tale aumento avviene in modo asimmetrico fra i lobi frontali nei due lati del cervello. Si ipotizza che, quando prevale l’at- tività alfa nel lobo frontale a sinistra, predominino emozioni positive con minore stress e ansia, mentre quelle negative predominano quando l’at- tività prevale a destra4. L’asimmetria del ritmo alfa può essere spostata a sinistra attraverso la meditazione
.(57)
È da sottolineare che la preghiera, solitaria o in gruppo, e la meditazione potrebbero forse rappresentare un sistema semplice e a basso costo so- ciale per mantenere il cervello, la mente e le emozioni in buono stato e in equilibrio, al fine di promuovere il benessere cognitivo ed affettivo.(58)