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a cura di Claudio M. Degola

Nagarjuna, Zhuangzi e Wittgenstein

Carlo Rovelli integra il pensiero di Nāgārjuna, Zhuangzi e Wittgenstein per sostenere la sua interpretazione della realtà fisica, e in particolare della meccanica quantistica, come una rete di relazioni senza fondamenti assoluti. La tesi centrale che lega questi tre autori è l’antifondazionalismo: l’idea che non esista una sostanza ultima o una verità “esterna” alle prospettive e alle interazioni.

L’antifondazionalismo è il perno filosofico che unisce Nāgārjuna, Zhuangzi e Wittgenstein nella visione di Rovelli, rappresentando il rifiuto di postulare una “sostanza ultima” o un punto di partenza assoluto per la realtà e la conoscenza. Nagarjuna nega nega l’essenza delle cose; Zhuangzi mostra che le prospettive su queste cose comunicabili sono tutte sullo stesso piano; Wittgenstein spiega che il linguaggio spesso ci inganna facendoci credere che dietro queste prospettive debba essrci qualcosa di solido. Per Rovelli, la scienza moderna conduce a una realtà fatta di relazioni senza fondamenti fissi, dove nessuna nozione è intrinsecamente più “vera” o “profonda” delle altre. La realtà non è fatta di oggetti ma di eventi e relazioni

“La migliore descrizione della realtà che abbiamo trovato è in termini di eventi che tessono una rete di interazioni. Gli enti non sono che gli effimeri nodi di questa rete. Le loro proprietà non sono determinate che nel momento di queste interazioni e lo sono solo in relazione ad altro: ogni cosa è solo ciò che si rispecchia in altre.” (Helgoland)

Nāgārjuna(II secolo d.C.)

Per Nāgārjuna, nulla ha esistenza in sé; tutto esiste solo in dipendenza da altro. Rovelli applica questo alla fisica: un elettrone non ha proprietà (posizione, velocità) se non nel momento in cui interagisce con qualcos’altro.

”Quello che ci interessa davvero dei testi antichi non è cosa volesse inizialmente dire l’autore: è quello che il testo può suggerire oggi a noi.”(122pdf).

Il termine usato da Nagarjuna è “vacuità” (Sunyata): “Le cose sono vuote nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono graszie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di qualcosa d’altro.” (Helgoland 123).

”Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia stessa testa siano egualmente cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.” (Helgoland 123)

”Io” non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcos’altro. (Helgoland 123)

Rovelli da qui sviluppa l’idea che la conoscenza non nasce dall’esterno della natura: la nostra soggettività è incarnata in processi fisici e relazioni senza alcun bisogno di un fondamento metafisico separato. “La conoscenza è quindi una forma particolare di correlazione fra parti concrete del mondo fisico” (Sull’eguaglianza di tutte le cose) “Lungi dall’essere incompatibili o diverse, come a volte si sotiene, la relatività generale e la meccanica quantistica condividono il nucleo relazionale che le fa fondere naturalmente. Entrambe riguardano la rete delle interazioni fra processi.” (Sull’eguaglianza di tutte le cose)

Nagarjuna distingue due livelli: la realtà apparente e la realtà ultima. Ma questa realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Non c’è un fondamento ultimo.

”la ricerca della conoscenza non si nutre di certezze, si nutre di una radicale assenza di certezze.” (Helgoland 126)

”Io non sono un filosofo, sono un fisico: un vile meccanico. Nagarjiuna insegna che posso pensare le manifestazioni degli oggetti fisici senza dovermi chiedere che cosa sia l’oggetto fisico indipendentemente dalle sue manifestazioni… comprendere che non esistiamo come entità autonome ci aiuta a liberarci dall’attaccamento e dalla sofferenza. Proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, la vita ha senso ed è preziosa. … Nagarjuna insegna la serenità, la leggerezza e la bellezza del mondo: non siamo che immagini di immagini. La realtà, inclusi noi stessi, non è che un tenue e fragile velo, aldila del quale … non c’è nulla” (Helgoland 127)

“Il vuoto è l’eliminazione di tutte le opinioni. Chi pensi che il vuoto sia un’opiniione è incorreggibile.” (Nagarjun, Mulamadhyamakakarika)

“L’intuizione più illuminante di Nagarjuna è l’osservazione che la dipendenza reciproca è essa stessa reciprocamente dipendente (la vacuità è vuota). È una osservazione che consente un antifondazionalismo radicale, liberatorio sia intellettualmente che eticamente: le domande ultime non hanno significato.” (Sull’uguaglianza di tutte le cose)

Zhuangzi (IV secolo a.e.v.)

Da Zhuangzi Rovelli trae una visione del mondo come un gioco di specchi e analogie. Rovelli vede in Zhuangzi il filosofo della circolarità e del prospettivismo, colui che insegna alla fisica moderna che “il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, che si riflettono a vicenda” (Helgoland)

Aspetto ripreso: La natura del pensiero che cresce per analogie e l’eguaglianza di tutte le cose. Rovelli usa il celebre dialogo sul “ponte sul fiume Hao” (la felicità dei pesci) per dimostrare che la soggettività non è un muro invalicabile: poiché siamo esseri fisici (“incarnati”), le nostre prospettive possono comunicare.

“Zhuangzi… allude all’antifondazionalismo a cui ritengo ci conduca la scienza moderna: elettroni e mente, sassi e leggi … non sono di natura essenzialmente diversa” (Sull’uguaglianza di tutte le cose).

Wittgenstein ci ha lasciato un insegnamento prezioso: il linguaggio ci imbroglia e ci fa pensare che delle cose esistano quando non esistono.

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