umAnI | Viaggio tra coscienza, evoluzione e intelligenza naturale e digitale – Giorgio Vallortigara
In questo podcast del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Firenze, il neuroscienziato Giorgio Vallortigara esplora l’evoluzione biologica della coscienza e la sua distinzione dall’intelligenza. L’autore chiarisce come sofisticate operazioni cognitive possano avvenire in modo automatico e inconscio, suggerendo che la coscienza fenomenica non sia un mero prodotto della complessità, ma una funzione primitiva legata al sentire. Il dialogo affronta il limite dei modelli computazionali, evidenziando come l’intelligenza artificiale attuale simuli il comportamento senza replicare l’organizzazione causale tipica degli organismi viventi. Attraverso il concetto di significato nato dalla relazione tra soggetto e ambiente, viene sottolineata l’importanza della soggettività nel dare valore alla vita. Infine, Vallortigara descrive le sue ricerche sperimentali sui meccanismi neuronali e il suo impegno nel coniugare rigore scientifico e narrazione letteraria per indagare i misteri della mente.
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Trascrizione delle domande e delle risposte
D1: Come viene trattata la coscienza dal punto di vista scientifico oggi e come ti sei avvicinato a questo tema? R: In passato, occuparsi di coscienza era considerato “al limite della decenza” per un neuroscienziato serio. Vallortigara ricorda che un giovane ricercatore veniva scoraggiato poiché era un terreno ritenuto esclusivamente filosofico. Il cambiamento è avvenuto grazie a Francis Crick, il quale, dopo il DNA, identificò la coscienza come la prossima grande frontiera, focalizzandosi sui “correlati neuronali della coscienza” per capire se esistano attività nervose specifiche connesse all’esperienza consapevole. Tuttavia, siamo ancora in una fase “primitiva ed embrionale”. Vallortigara cita il caso della teoria di Giulio Tononi, recentemente definita in una lettera aperta da 200 scienziati come “scientificamente inconsistente”, segno che il consenso è lontanissimo.
D2: Qual è il legame tra intelligenza e coscienza? La coscienza emerge spontaneamente dalla complessità? R: Vallortigara contesta il “pregiudizio miracolistico” secondo cui la coscienza emerga automaticamente dalla complessità. Egli evidenzia come molte operazioni sofisticate (aritmetica, logica, geometria, riconoscimento di volti) appartengano a quello che definisce “inconscio cognitivo”e possono essere svolte dal cervello in modo del tutto silente e “sotto soglia”.
“C’è questa specie di pregiudizio che ci portiamo dietro, questa idea un po’ miracolistica che tu hai un sistema e con il progredire del suo livello di complessità ad un certo momento emerga assieme a tutte le altre cose fantastiche che può fare un cervello anche la coscienza”.
D3: Se la coscienza non è un “layer” aggiuntivo di complessità, a cosa serve dal punto di vista evoluzionistico? R: La coscienza potrebbe non essere l’apice della complessità, ma qualcosa di primigenio. Dal punto di vista esecutivo, il “pilota automatico” (agire senza coscienza) è più efficiente. La coscienza potrebbe essere un “trucco” dell’evoluzione per accrescere l’autovalorizzazione metafisica dell’individuo, dando valore alla vita interiore e favorendo la coesione sociale e l’empatia. Pertanto, l’intelligenza può manifestarsi “in assenza di coscienza”.
“La coscienza potrebbe essere pensata come una specie di trucco che è inventato dalla selezione naturale per accrescere la nostra personale autovalorizzazione metafisica, cioè per farci sentire importanti”.
D4: Una specie cosciente ha la responsabilità o il potere di cambiare il destino delle specie non coscienti? R: Sebbene abbiamo espanso il nostro cerchio morale includendo altre specie in base alla loro capacità di provare dolore (piuttosto che alla loro intelligenza), le leggi della selezione naturale rimangono invariate. Noi possiamo cambiare le pressioni selettive, ma il meccanismo fondamentale basato sulla sopravvivenza dei geni non muta.
“Il criterio fondamentale lì è il fatto che sentano qualche cosa e nello specifico che sentano che possano provare dolore, quello è l’aspetto assolutamente dirimente della questione”.
D5: I modelli di linguaggio (AI) potranno mai essere coscienti? Ci sono limiti biologici? R: Vallortigara dubita che la coscienza sia puramente computazionale. Un organismo vivente è un “sistema chiuso rispetto alla causalità efficiente” (metabolismo e riparazione), dove le componenti producono le condizioni per la loro stessa produzione. Al contrario, una macchina di Turing è un “sistema aperto” le cui regole sono definite dall’esterno. Per avere vera coscienza, non basta simulare un comportamento; bisognerebbe riprodurre l’“organizzazione causale intrinseca” di un organismo.
“Un organismo vivente non funziona come un algoritmo che manipola simboli secondo regole fisse, ma piuttosto come un sistema chiuso rispetto alle proprie cause e cioè capace di produrre e mantenere se stesso”.
D6: Qual è la tua attuale sfida personale nella ricerca? R: L’ipotesi legata al principio di reafferenza. L’idea è che la coscienza nasca dalla “copia efferente”, un segnale interno che il sistema motorio invia a quello sensoriale per informarlo di un’azione imminente. Manipolando questo circuito in organismi semplici, Vallortigara punta a creare uno “zombie filosofico”.
“Riuscire a vedere se riesco a ottenere questo, se cioè se davvero bloccando il circuito di copia efferente ottengo come dire l’equivalente dello zombie filosofico: la creatura che è capace di rispondere allo stimolo ma per la quale lo stimolo non significa nulla perché non esiste nella sua esperienza fenomenica”.
Analisi delle idee, delle ipotesi e delle definizioni aperte
1. La distinzione tra Intelligenza, Coscienza, e Inconscio Cognitivo
Vallortigara rifiuta l’idea che la coscienza sia il prodotto finale di una intelligenza superiore. Introduce il concetto di inconscio cognitivo: è l’insieme di operazioni logiche, geometriche e aritmetiche che il cervello compie “sotto soglia”, senza alcuna consapevolezza. Adotta la definizione di “coscienza fenomenica” (Ned Block), distinta dall’intelligenza o dalla cognizione. Essa riguarda i “qualia”, come la “rossità del rosso” o il “profumo del rosmarino”.
“L’inconscio cognitivo è stata la scoperta più importante della neuroscienza negli ultimi 20 anni, ovvero la scoperta di quello che viene chiamato inconscio cognitivo”.
2. L’Ipotesi della “Copia Efferente” come origine della soggettività
Meccanismo: Ogni volta che un organismo compie un’azione, produce una copia del comando motorio (copia efferente) che informa i sensi. La coscienza potrebbe originarsi proprio da questo circuito. Se il meccanismo viene meno, lo stimolo perde il suo significato fenomenico. L’obiettivo di Vallortigara è dimostrare la presenza di questa dissociazione in sistemi nervosi semplici, suggerendo che la coscienza sia un fenomeno biologico di base e non un’esclusiva umana.
3. Organismo vs Macchina Computazionale
L’AI sta solo simulando un comportamento senza possedere l’organizzazione causale necessaria per la coscienza. Gli organismi funzionano secondo il principio di “metabolismo e riparazione”. Possiedono una chiusura organizzativa: le loro componenti producono le condizioni per la propria produzione. Il significato non è un’etichetta esterna, ma nasce dall’interazione fisica e chimica tra l’organismo e l’ambiente, simile a un rapporto “chiave-serratura”. Senza questa base materiale e questa chiusura organizzativa, non c’è “senso” ma solo manipolazione sintattica di simboli.
“Fino a che una rete neurale artificiale non vive, sta semplicemente simulando degli atteggiamenti e dunque non può avere coscienza”.
“ancor prima della coscienza quello che noi dobbiamo domandarci è qual è l’origine del significato … perché il significato è una cosa che è nata molto prima del linguaggio dei simboli”
3. La Funzione Motivatrice della Coscienza
Utilizzando l’esempio clinico del blindsight, Vallortigara suggerisce che la coscienza non sia un lusso estetico, ma una necessità pragmatica per l’azione volontaria. Senza il “sentire” (la coscienza), l’individuo perderebbe la ragione per interagire con il mondo, scivolando in uno stato contemplativo vegetativo.
“La coscienza serve anche a fornire un motivo per l’azione, una ragione per l’azione per fare qualche cosa nel mondo, perché altrimenti in assenza di questo puoi restare lì in uno stato come dire contemplativo vegetale”.
4. Identità, Memoria e la Nave di Teseo
L’autore solleva il problema della persistenza dell’Io. Nonostante il continuo ricambio molecolare del corpo, la memoria costruisce l’illusione di un’identità stabile nel tempo. Cita il paradosso della Nave di Teseo per evidenziare come l’identità sia una narrazione della coscienza più che una realtà fisica immutabile.
“Siamo un po’ come la nave di Teseo che viene fatta a pezzetti, ricostruita e ricostruita e poi alla fine qualcuno si domanda: ‘Ma è la stessa nave o è una nave completamente diversa adesso?'”.
5. L’Unità della Conoscenza
Vallortigara sostiene una visione olistica del sapere, dove scienza, arte e letteratura collaborano per indagare la realtà. La narrativa, come nel suo thriller, diventa uno strumento per esplorare la coscienza laddove il linguaggio scientifico attuale è ancora troppo limitato.
“Sono un sostenitore ferocissimo della unità della conoscenza… le etichette fisica, chimica, psicologia, arte, scrittura sono convenienti, sono il risultato di quello che è accaduto nel corso della storia, ma sono per l’appunto etichette”.
Appendice: Autori e Scienziati citati
Francis Crick: Premio Nobel che ha “sdoganato” lo studio della coscienza nelle neuroscienze, proponendo la ricerca dei correlati neuronali.
Christoph Koch: Collaboratore di Crick nello studio dei correlati neuronali della coscienza.
Giulio Tononi: Neuroscienziato italiano la cui teoria sulla coscienza è stata duramente criticata da gran parte della comunità scientifica.
Dado Boncinelli: Genetista fiorentino, citato in un aneddoto per aver espresso scetticismo iniziale sulla “serietà” degli studi di Vallortigara sulla coscienza.
John Eccles: Padre della neurofisiologia, citato per i suoi tentativi (giudicati all’epoca problematici) di spiegare il rapporto tra mente e cervello.
Carl Popper: Filosofo che collaborò con Eccles nel libro L’io e il suo cervello.
Daniel Dennett: Filosofo della mente, citato per l’espressione “teatro dell’esperienza”.
Ned Block: Filosofo che ha coniato il termine “coscienza fenomenica” per distinguere il sentire soggettivo dalla cognizione.
Erwin Schrödinger: Citato per l’idea (in Che cos’è la vita) che la coscienza possa essere un fenomeno primordiale e non l’apice della complessità.
Albert Einstein: Citato per sottolineare come le grandi intuizioni scientifiche avvengano spesso in forma “immaginativa” o “corporea”, indipendentemente dal linguaggio formale.
Nicholas Humphrey: Psicologo evoluzionista e amico di Vallortigara, autore dell’ipotesi della coscienza come “trucco” per l’autovalorizzazione metafisica.
Robert Rosen: Fisico e biologo teorico, citato per sostenere che la vita e la coscienza non siano riducibili a processi computazionali.
Roger Penrose: Fisico che sostiene, come Vallortigara, che la coscienza non sia un fenomeno puramente algoritmico o computazionale.