Lutero e il messaggio virale

L’accostamento tra la “Primavera araba” e la Riforma di Lutero rivela aspetti comuni nel modo in cui si sono diffusi i due movimenti. Entrambi hanno sfruttato le tecnologie dell’epoca: Facebook e twitter oggi, e la stampa mobile al tempo di Lutero. Ma non si tratta solo di innovazione tecnologica. Ciò che si attiva è  un sistema di condivisione attraverso un network mediatico, un social-media. Lutero è abile: utilizza il sistema a stampa mobile e la forma rapida del pamphlet, provvede alle traduzioni, contatta amici e conoscenti, detto oggi: fa circolare il proprio messaggio in forma virale.

Nello scontro tra Riforma protestante e Controriforma cattolica non manca l’aspetto multimediale. Ballate facili da ricordare e xilografie che mescolano immagini a parole, vengono usate da entrambi i fronti per attaccare l’avversario (pare che i primi siano stati i riformatori e d’altra parte la Contro-riforma si è basata molto su una strategia di comunicazione per rimodellare l’immaginario cristiano).

Nell’articolo la riflessione finale è sull’importanza di vedere i social media in una prospettiva storica e si conclude: “Gli attuali sistemi  di media sociali non solo ci connettono agli altri, ma ci collegano anche al passato.” Evviva!

How Luther went viral - Five centuries before Facebook and the Arab spring, social media helped bring about the Reformation (Economist.com)

Comment Luther est devenu viral, trduzione in francese (internetactu.net).

“Scholars have long debated the relative importance of printed media, oral transmission and images in rallying popular support for the Reformation. Some have championed the central role of printing, a relatively new technology at the time. Opponents of this view emphasise the importance of preaching and other forms of oral transmission. More recently historians have highlighted the role of media as a means of social signalling and co-ordinating public opinion in the Reformation.”

“Now the internet offers a new perspective on this long-running debate, namely that the important factor was not the printing press itself (which had been around since the 1450s), but the wider system of media sharing along social networks—what is called “social media” today. Luther, like the Arab revolutionaries, grasped the dynamics of this new media environment very quickly, and saw how it could spread his message.”

“In December 1517 printed editions of the theses, in the form of pamphlets and broadsheets, appeared simultaneously in Leipzig, Nuremberg and Basel, paid for by Luther’s friends to whom he had sent copies. German translations, which could be read by a wider public than Latin-speaking academics and clergy, soon followed and quickly spread throughout the German-speaking lands. Luther’s friend Friedrich Myconius later wrote that “hardly 14 days had passed when these propositions were known throughout Germany and within four weeks almost all of Christendom was familiar with them.”

“The media environment that Luther had shown himself so adept at managing had much in common with today’s online ecosystem of blogs, social networks and discussion threads. It was a decentralised system whose participants took care of distribution, deciding collectively which messages to amplify through sharing and recommendation.”

“Unlike larger books, which took weeks or months to produce, a pamphlet could be printed in a day or two. Copies of the initial edition, which cost about the same as a chicken, would first spread throughout the town where it was printed. Luther’s sympathisers recommended it to their friends. Booksellers promoted it and itinerant colporteurs hawked it. Travelling merchants, traders and preachers would then carry copies to other towns, and if they sparked sufficient interest, local printers would quickly produce their own editions, in batches of 1,000 or so, in the hope of cashing in on the buzz. A popular pamphlet would thus spread quickly without its author’s involvement.”

“Les mots ne furent pas les seuls à voyager dans les réseaux sociaux pendant l’époque de la Réforme, la musique et les images aussi. Les balades de circonstance, comme le pamphlet, étaient une forme relativement récente de médium. Elles consistaient en une description poétique, et souvent exagérée, des événements du temps, sur un ton familier qui pouvait facilement être retenu et chanté avec les autres … Both reformers and Catholics used this new form to spread information and attack their enemies.”

“Woodcuts were another form of propaganda. The combination of bold graphics with a smattering of text, printed as a broadsheet, could convey messages to the illiterate or semi-literate and serve as a visual aid for preachers. Luther remarked that “without images we can neither think nor understand anything.”

“Sous l’afflux de ces pamphlets, de ces balades et de ces gravures, l’opinion publique vira en faveur des thèses de Luther. Et ce, malgré les efforts de la censure et les tentatives des catholiques pour les noyer sous la diffusion de leurs propres thèses. Pour user d’une expression contemporaine, le message de Luther est devenu viral.”

“Modern society tends to regard itself as somehow better than previous ones, and technological advance reinforces that sense of superiority. But history teaches us that there is nothing new under the sun. Robert Darnton, an historian at Harvard University, who has studied information-sharing networks in pre-revolutionary France, argues that “the marvels of communication technology in the present have produced a false consciousness about the past—even a sense that communication has no history, or had nothing of importance to consider before the days of television and the internet.” Social media are not unprecedented: rather, they are the continuation of a long tradition. Modern digital networks may be able to do it more quickly, but even 500 years ago the sharing of media could play a supporting role in precipitating a revolution. Today’s social-media systems do not just connect us to each other: they also link us to the past.”

La teoria del romanzo

La teoria del romanzo, di Gyorgy Lukacs, scritto tra il 1914  e il 1915, pubblicato nel 1920.

(il segreto della grecità)… “il greco conosce solo risposte, non conosce domande; conosce soltanto soluzioni (ancorché per lui incomprensibili) , ma nessun enigma; conosce solo forme, ma non caos che sia.”

“non sussiste per la Grecia nessuna vera contrapposizione fra storia e filosofia della storia; i greci percorrono nella storia tutti gli stadi che corrispondono alle grandi forme a priori; la storia della loro arte è una metafisica-genetica, l’evoluzione della loro cultura una filosofia della storia. All’interno di questo cammino si compie l’estraniazione della sostanza dalla assoluta immanenza nella vita quale Omero la descrive e si giunge all’assoluta ma attingibile e intelligibile trascendenza di Platore. Questi due momenti… sono le grandi forme paradigmatiche atemporali della rappresentazione del mondo: epos, tragedia e filosofia.”

“Il romanticismo tedesco, se pur non sempre ha chiarito fino in fondo il concetto di romanzo, lo ha tuttavia collegato strettamente con la categoria del romantico. E ciò a ragione, perché la forma del romanzo è – come nessun’altra – espressione della mancanza di una patria trascendentale.”

“La grande epica ritrae la totalità estensiva della vita, il dramma la totalità intensiva dell’essenzialità.”

“L’epopea e il romanzo, le due oggettivazioni della grande epica, si differenziano l’una dall’altra non già per una diversa intentio creatrice, bensì per  la diversa realtà storico-filosofica che si offre loro come materia di elaborazione e oggetto della raffigurazione.”

“Nel romanzo  l’etica è presente e visibile come tensione che investe ogni particolare della raffigurazione: costituisce parte integrante dell’opera stessa.”

Il romanzo non è che un sintomo della contingenza; illustra semplicemente una situazione di fatto assunta nella sua particolarità… la forma esteriore del romanzo è essenzialmente biografica.”

“Il romanzo inscrive il centro essenziale della sua totalità entro lo spazio compreso fra il suo inizio e la sua fine, e con ciò innalza l’individuo all’altezza infinita di colui che mediante la propria vita ed il proprio esperire deve creare un intero mondo e, creatolo, deve mantenerlo in equilibrio: ad un’altezza cui mai l’individuo epico può giungere, neppure quello dantesco… In forza di questa sua avulsione e di quel suo distacco l’individuo è però ridotto a mero strumento, e la sua posizione centrale ed egemone trova la propria giustificazione nell’essere egli atto ad evidenziare una determinata problematica del mondo.”

“Il romanzo è l’epopea del mondo disertato dagli dei: la psicologia dell’eroe del romanzo è il demoniaco… L’animus del romanzo è … il divorzio di interiorità e avventura.”

“È dunque l’ironia ciò che fonda l’oggettività del romanzo.”

“L’ironia come auto-abolizione della soggettività che ha percorso tutta se stessa è la più alta libertà possibile in un mondo senza dio. L’ironia è pertanto non solo l’unica possibile condizione a priori di un’autentica oggettività creatrice di totalità, ma anche solleva questa totalità – il romanzo – a forma rappresentativa di un’epoca nel momento in cui le categorie strutturanti del romanzo pervengono a fornire il calco costitutivo di quello stadio della storia del mondo.”

“Cervantes, cristiano credente e patriota ingenuo e fedele, ha colto nella sua opera l’essenza più profonda di questo demonismo, ravvisandola nel fatto che il più puro eroismo è necessariamente condannato a diventare grottesco e la fede più incrollabile a mutarsi in folle delirio.”

“nella sua corsa il tempo può scavalcare l’eterno.”

“I romanzi d’avventura che hanno semplicemente adottato la sua forma artistica sono diventati altrettanto vuoti di idee quanto i suoi immediati predecessori, i romanzi cavallereschi.”

“La grandiosa intentio artistica di Tolstoj… è tutta tesa alla rappresentazione di una vita che affonda le proprie radici di una comunità di uomini che sentono allo stesso modo, semplici e intimamente partecipi del mondo della natura: un vita tutta scandita dal grandioso ritmo della natura…”

“…in Tolstoj la natura è intesa nella sua più intima essenza, proprio come natura e in quanto tale contrapposta alla Kultur.”

“Una totalità di uomini e di avvenimenti è possibile solo terreno della Kultur… Pertanto, ciò che – sia come supporto che come concreto materiale contenutistico – costituisce l’elemento decisivo delle opere epiche di Tolstoj, appartiene a quel mondo stesso della Kultur che egli respinge come problematico. Poiché però la natura, ancorché non possa assurgere a totalità perfetta e compiuta nell’immanenza, è pur sempre alcunché di oggettivamente esistente, nell’opera si instaurano due piani di realtà … tale reciproco rapporto  dei due piani di realtà non può essere altro se non  l’itinerario che dalla Kultur conduce alla natura.”

“L’amore come pura forza della natura – l’amore come ardore e passione –  è bandito dal regno della natura tolstoiana… (per Tolstoj) l’amore come matrimonio, come unione, come principio generatore di vita.”

“Tolstoj deve essere considerato l’ultimo erede del romanticismo europeo.”

Dostoevskij non ha scritto romanzi, non ha nulla a che vedere con il romanticismo dell’Ottocento europeo… Dostoevskij appartiene al nuovo mondo.”

Il denaro rende felici o infelici?

Le motivazioni interne si contrappongono alla logica del denaro-felicità. Il premio-denaro, per l’impegno e lo sforzo, potrebbe far nascere l’infelicità. Il condizionamento che premia e rafforza il comportamento non ha lo stesso effetto di un feedback che soddisfa la propria competenza o passione. Ora vorrei capire cos’è questo “sentimento interiore” che mi dovrebbe rendere felice.

I risultati della ricerca di Daniel Kahneman e Angus Deaton, pubblicata tra gli atti  della National Academy of Sciences, dimostrano che il condizionamento della risposta non basta per determinare una completa soddisfazione. Può persino diventare motivo di infelicità. Per esempio il pensare che sia il denaro a rendere felici, quando viene usato per premiare l’impegno e lo sforzo del singolo. Questa ricerca mette in discussione le teorie di Skinner utilizzando il suo stesso metodo.

The Overjustification Effect (articolo)

“The Misconception: There is nothing better in the world than getting paid to do what you love.
The Truth: Getting paid for doing what you already enjoy will sometimes cause your love for the task to wane because you attribute your motivation as coming from the reward, not your internal feelings.”

Il denaro rende felici.

“The researchers discovered money is indeed a major factor in day-to-day happiness. No surprise there. You need to make a certain amount, on average, to be able to afford food, shelter, clothing, entertainment and the occasional Apple product, but what spun top hats around the country was their finding that beyond a certain point your happiness levels off. The happiness money offers doesn’t keep getting more and more potent – it plateaus.” (The Overjustification Effect)

Il denaro non fa la felicità

“The research showed that a lack of money brings unhappiness, but an overabundance does not have the opposite effect. According to the research, in modern America the average income required to be happy day-to-day, to experience “emotional well being” is about $75,000 a year. According to the researchers, past that point adding more to your income “does nothing for happiness, enjoyment, sadness, or stress.” A person who makes, on average, $250,000 a year has no greater emotional well-being, no extra day-to-day happiness, than a person making $75,000 a year.”

Il denaro non compra la felicità

“Overall, the study suggested rewards don’t have motivational power unless they make you feel competent. Money alone doesn’t do that. With money, when you explain to yourself why you worked so hard, all you can come up with is, “to get paid” .”

Il denaro non serve.

“If you pay people to complete puzzles instead of paying them for being smart, they lose interest in the game. If you pay children to draw, fun becomes work. Payment on top of compliments and other praise and feeling good about personal achievement are powerful motivators, but only if they are unexpected.”

Il denaro rende infelici.

“The overjustification effect threatens your fragile narratives, especially if you haven’t figured out what to do with your life. You run the risk of seeing your behavior as motivated by profit instead of interest if you agree to get paid for something you would probably do for free. Conditioning will not only fail, it will pollute you. You run the risk of believing the reward, not your passion, was responsible for your effort, and in the future it will be a challenge to generate enthusiasm. It becomes more and more difficult to look back on your actions and describe them in terms of internal motivations. The thing you love can become drudgery if that which can’t be measured is transmuted into something you can plug into TurboTax.”

Dal denaro che rende felici si arriva al denaro che rende infelici.

Dopo aver letto l’articolo ho avuto l’impressione che mi volesse convincere di qualcosa di evidente e indefinibile nello stesso tempo. Poi, mi sono ricordato dei ragionamenti lapalissiani di Massimo Catalano in Quelli della notte. È molto meglio fare un lavoro che ti soddisfa, appassiona e ripaga, anziché fare un lavoro noioso, ripetitivo e pagato poco.

Mapping the world’s photos

“In this paper we have focused on using geospatial data as a form of relational structure, and combining that with content from tags and image features.

An interesting future direction is to relate this back to the explicit relational structure in the social ties between photographers.

Preliminary investigation suggests that these can be quite strongly correlated — for example, we observe that if two users have taken a photo within 24 hours and 100 km of each other, on at least five occasions and at five distinct geographic locations, there is a 59.8% chance that they are Flickr contacts.”

Ricerca di David Crandall, Lars Backstrom, Daniel Huttenlocher and Jon Kleinberg,  Department of Computer Science Cornell University Ithaca, NY

Documento in PDF.

Après le livre di François Bon

VOLTO-LIBRO

Interessante il tema ma il tono è quello di una conversazione, con molte considerazioni, e senza un approdo. Ogni capitolo inizia con una domanda, neppure breve, e a volte  finisce ancora con un punto di domanda. Tante divagazioni letterarie e autorevoli citazioni per dire che il cambiamento del libro nell’epoca del digitale (e-book) è un passaggio verso una mutazione più profonda. Con i tablet e gli smart-phone cambia il nostro rapporto con il testo scritto, si trasforma in qualcosa di più complesso anche nei comportamenti quotidiani. Nello stesso tempo emerge una continuità  di alcuni elementi a partire dalle prime forme di scrittura sino al grande ipertesto che è internet. Non è difficile, per esempio, vedere delle somiglianze tra le pagine del web e le tavolette di argilla su cui si incideva con il calamo, oppure tra lo scorrimento del testo nel browser e il papiro. L’Autore ripercorre la storia della scrittura mettendola in relazione con il “supporto” e ci permette di notare come l’evoluzione di entrambi sia sospinta dall’evoluzione del linguaggio. La scrittura (i segni) si adegua al linguaggio (per esempio nella velocità, vedi la lunga citazione di un’intuizione di Calvino) ed è condizionata dal supporto che a sua volta cambia per corrispondere alle nuove esigenze. Il libro di François Bon riporta molti esempi interessanti della storia del “libro” e della scrittura che vorrei ricordare, ma ho come l’impressione che tutte queste spiegazioni tra passato e presente servano a poco per decidere  del futuro. Transizione e mutazione galoppano insieme.

Après le livre, di François Bon

(publie.net)  ISBN 978-2-8145-0410-3

“Un demi-siècle plus tard [Walter Benjamin], la révolution des outils numériques nous confronte à une nouvelle mutation radicale. La dématérialisation des contenus apportée par l’informatique et leur diffusion universelle par internet confère aux œuvres de l’esprit une fluidité qui déborde tous les canaux existants. Alors que la circulation réglée des productions culturelles permettait d’en préserver le contrôle, cette faculté nouvelle favorise l’appropriation et la remixabilité des contenus en dehors de tout cadre juridique ou commercial.”

 

“Construite par opposition avec le monde professionnel, la notion même d’amateur apparaît comme une relique de l’époque des industries culturelles – qui maintiennent fermement la distinction entre producteurs et public –, plutôt que comme un terme approprié pour décrire le nouvel écosystème.
La mythologie des amateurs, qui n’est qu’un cas particulier de la dynamique générale de l’appropriation, est désormais passée de mode, en même temps que le slogan du web 2.0. Elle n’en laisse pas moins une empreinte profonde, symbole de la capacité des pratiques numériques à réviser les hiérarchies sociales, mais aussi du passage de la démocratisation de l’accès aux contenus (décrite par Walter Benjamin), à la dimension interactive et participative caractéristique de la culture post-industrielle.”