Occhio e fotografia

CHI FOTOGRAFA NON GUARDA
la macchina fotografica reflex impedisce materialmente di vedere nel momento in cui si alza lo specchio per lo scatto.
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Per Pitagora e, dopo, per il suo seguace Euclide, l’occhio emetteva un fascio di raggi che, viaggiando nello spazio, venivano ad urtare gli oggetti. L’ urto tra il raggio visivo e la realtà suscitava la sensazione della visione.
La teoria rivale di Democrito, e poi resa lirica da Lucrezio, assume invece che gli oggetti continuamente inviino nello spazio circostante le immagini di sé medesimi. Queste immagini, dette éidola, entrano, per la pupilla, nell’ occhio così rivelandosi…Un’altra teoria sorella invece sognava che da ogni punto dei corpi si distaccassero minutissimi frammenti di materia.
(Potremmo interpretare gli eidola come le immagini di una teoria percettiva e i frammenti di materia come i fotoni di una teoria fisica)
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

(Gennari (a Parma) aveva già descritto nel 1762 la struttura stratificata della corteccia cerebrale. Ma è solo con Baillanger nel 1840 che vengono viste chiaramente le striature corrispondenti ai diversi strati della corteccia cerebrale con il microscopio.
Nel 1837 Treviranus  applica la nascente tecnica microscopica alla retina, scopre i bastoncelli e e la loro stratificazione. Ma considera questi come i terminali del nervo ottico. Non li collega alla stratificazione corticale, e, quindi, avvalora l’ipotesi che la retina sia una sorta di pellicola fotografica.
All’epoca la meraviglia della fotografia ha spinto alla soluzione troppo semplice di trovarne un equivalente anatomico.)
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

( Retina: struttura stratificata a piani orizzontali, attraversata da elementi verticali, i tronchi delle cellule retiniche, paralleli alla direzione dei fasci luminosi.
Coni e bastoncelli hanno una struttura cilindrica, trasparente e regolarissima. Quasi tutta la superficie della retina è ricoperta da bastoncelli, tranne la fovea popolata da coni.
Coni: lavorano a luce intensa e sono responsabili della visione cromatica e dei dettagli.
Bastoncelli: lavorano a bassa illuminazione, sono insensibili al colore e forniscono meno dettaglio.
Entrambi catturano la luce mediante i pigmenti che  la trasformano in una debolissima corrente elettrica.
(Pierantoni L’occhio e l’idea)

lo strato inferiore, terzo, dei fotorecettori è composto di cellule orizzontali, che stabiliscono contatti fra i fotorecettori superiori e le cellule orizzontali circostanti.
Sotto le cellule orizzontali vi sono due tipi di cellule:
bipolari: si collegano allo strato inferiore;
amacrine: possono rimandare all’insù il segnale.
Il livello ultimo, bagnato dall’umor vitreo è composto quasi completamente da cellule ganglionari. Le code di queste cellule vanno a comporre il nervo ottico.
La retina non è un regolare mosaico di elementi sensibili, non è paragonabile neppure ad una pellicola fotografica. La retina non è omogena, ma è semplicemente una parte della corteccia cerebrale.)

L’occhio si è evoluto per vedere il mondo con colori stabili, indipendenti dall’illuminazione, che è sempre imprevedibile e mutevole.
Solo i nostri occhi possono classificare il colore degli oggetti, gli spettrofotometri non possono farlo.
Il sistema  fotorecettore ipersensibile basato sui  bastoncelli della retina dell’occhio funziona con una illuminazione 1000 volte più debole del sistema basato sui coni.
(Le scienze AAVV)

..le informazioni raccolte a due diverse lunghezze d’onda da due sistemi di fotorecettori (bastoncelli e coni) non vengono mediate punto per punto  bensì sono mantenute distinte e confrontate.
Con un singolo impulso di luce, il movimento dell’occhio, per definizione non è necessario. Con un’illuminazione continua, i normali movimenti rigidi dell’occhio, servono probabilmente per effettuare l’aggiornamento dei calcoli.
Ricordiamo che ciò che l’occhio fa , senza mai sbagliare, è scoprire l’entità della luminosità, indipendentemente dal flusso. .. questo è vero per un solo sistema di recettori, i bastocelli, quando opera  singolarmente, e per i tre sitemi di coni quando operano collettivamente nell’osservazione di superfici bianche, grigie e nere
(Le scienze AAVV)

Il fatto che un sistema fotorecettore abbia una simile capacità rende plausibile l’ipotesi che anche gli altri tre sistemi, destinati alla  visione diurna, la possiedano. Dato che  questi tre sistemi vedono il mondo in tre ampie, ma comunque delimitate zone dello spettro (che sono quelle utilizzate  nei filtri retinex), ognuno di essi forma un’immagine di luminosità distinta dalle  altre. Queste immagini non vengono mescolate, bensì confrontate. E appunto il confronto delle tre luminosità di una  determinata superficie che fornisce la  sensazione del colore.
(Le scienze AAVV)

Più che abitare, diciamo che dividevo una camera mobiliata al terzo piano del numero otto con un fotografo che si chiamava per l’appunto Carlone. Al suo paese, mi spiegò, oltre che studente di liceo, era trequarti nella squadra di rugby, e io potevo credergli anche soltanto a guardarlo, perché era massiccio e falsamente alto ci sono tipi così, come ci sono i falsi gobbi, mettiamo, o i falsi nani, cioè i gobbi dritti e i nani lunghi). Carlone misurava un metro e ottanta, non lo nego, ma non per questo era un uomo alto davvero, un uomo come me: era lungo e greve di tronco, insomma, ma corto di gambe e basso di sedere, proprio come si conviene, del resto, a un giocatore di rugby, che deve offrire il minor appiglio possibile al placcaggio avversario. Forse è per questo che non portava mai i calzoni del pigiama (la misura della giacca non poteva combinare con la lunghezza dei calzoni, infatti) e coricandosi mostrava, proprio sull’osso sacro, un ciuffetto di peli, come un residuo di coda.
Siccome al liceo andava bene in italiano, era venuto su con l’idea di farsi giornalista, ma poi qualcuno gli consigliò, proprio per via della sua mole e della pratica nel gioco del rugby, di scegliere invece il fotoreportaggio, un mestiere che richiede buone spalle, se vuoi farti largo nella calca e scattare il flash al momento buono. Carlone aveva accettato, e adesso lo vedevo, rincasando, steso sul letto a sfogliare vecchi numeri di Life: così, diceva, per trovare un’idea, uno spunto. Qualche volta, se non avevo voglia di salire in biblioteca per le mie ricerche, lo accompagnavo fino alla Mondialpicts l’agenzia fotografica dove lavorava insieme ad altri due ragazzi, alloggiati nella camera accanto alla nostra, Mario e Ugo. Alla Mondialpicts comandava un ragioniere con gli occhiali, basso e tondo, che si tratteneva il cinquanta per cento su tutto il fatturato, e in cambio dava a nolo le macchine e i rotolini, anticipava le spese e prestava la camera oscura per lo sviluppo. Nient’altro: i servizi ciascun fotografo doveva cercarseli da sé, girando per le redazioni, inventarli, con la speranza che poi qualcuno li comprasse. E il ragioniere tratteneva il suo cinquanta per cento più le spese. Idee Carlone ne aveva: ogni tanto pigIiava il treno, diretto a Genova, a Venezia, oppure alla campagna romagnola, come quando mi spiegò che aveva in mente di abbinare, con una gita sola, due servizi: sul pugile Cavicchi e sul paesaggio pascoliano.
Rientrava dopo un paio di giorni con la faccia stanca, perché le notti le passava alla sala d’aspetto della stazione, per  risparmiare. Lo vedevo crollare sul letto greve, massiccio e ansante come un bufalo.
(Bianciardi, la vita agra)

A casa ha allestito gli strumenti in cucina, per lavorare più a suo agio che nello sgabuzzino dove tiene la camera oscura. Nel pomeriggio aveva fatto scorta di reagente e aveva acquistato una vasca di plastica nel reparto giardinaggio dei grandi magazzini. Ha sistemato la carta sul tavolo da pranzo, facendo scorrere Sino al massimo il cavalletto dell’ingranditore. Ha ottenuto un riquadro di luce di trenta centimetri per quaranta e ha inserito il negativo della fotografia a contatto che ha fatto rifotografare in un laboratorio di fiducia.
Ha stampato l’intera fotografia, lasciando acceso l’ingranditore per qualche secondo in più del necessario perché la foto a contatto era troppo esposta.  Nella vasca del reagente i contorni sembrava stentassero a delinearsi, come se un reale lontano e trascorso, irrevocabile, fosse riluttante a essere resuscitato, si opponesse alla profanazione di occhi curiosi ed estranei, al risveglio in un contesto che non gli apparteneva. Quel gruppo di famiglia, l’ha sentito, si rifiutava di tornare a esibirsi sul palco delle immagini per soddisfare la curiosità di una persona estranea, in un luogo estraneo, in un tempo che non è più il suo. Ha capito anche che stava evocando dei fantasmi, che cercava di estorcere loro, con l’ignobile stratagemma della chimica, una complicità coatta, un equivoco compromesso che essi, ignari contraenti, sottoscrissero con una improvvisata posa consegnata a un fotografo d’allora. Losca virtù delle istantanee! Sorridono. E quel sorriso ora è per lui, anche se essi non lo vogliono. L’intimità di un istante irripetibile della loro vita ora è sua, dilatata nel tempo è  sempre identica a se stessa; e visibile infinite volte, appesa gocciolante a uno spago che attraversa la cucina.
Un graffio, che l’espositore ha ingrandito a dismisura, sfregia diagonalmente i loro corpi e il loro paesaggio. E un graffio involontario di un’unghia, l’inevitabile usura delle cose, la traccia di un metallo (chiavi, orologi, accendisigari) con il quale quei visi hanno coabitato in tasche e cassetti? Oppure è il segno volontario di una mano che voleva elidere quel passato?
(Tabucchi, il filo dell’orizzonte)

Ma quel passato, comunque, è ora in un altro presente, si offre suo malgrado a una decifrazione. E la veranda di una modesta casa di sobborgo, gli scalini sono di pietra, avvolto all’architrave cresce un rampicante stento che ha aperto campanule chiare; dev’essere estate: la luce si indovina abbagliante e i fotografati vestono abiti leggeri. Il volto dell’uomo ha un’espressione sorpresa, e insieme indolente. Indossa una camicia bianca con le maniche arrotolate, siede dietro a un tavolino di marmo, di fronte a sé ha una brocca di vetro a cui è appoggiato un giornale piegato a metà. Stava certo leggendo, e l’improvvisato fotografo gli ha dato una voce per fargli alzare gli occhi. La madre sta sbucando sulla soglia, è appena entrata nella fotografia e non se n’è neppure accorta. Ha un piccolo grembiule a fiori, il volto magro. E ancora giovane, ma la sua gioventù sembra trascorsa. I due bambini sono seduti su uno scalino, ma discosti, estranei l’uno all’altro. La bambina ha due trecce bruciate dal sole, gli occhiali da vista cerchiati di celluloide, gli zoccoletti. Tiene in grembo un fantoccio di pezza. Il ragazzo porta i sandali e i pantaloni corti. Ha i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani. Ha un viso tondo, i capelli con qualche ricciolo lustro, le ginocchia sporche. Dalla tasca dei calzoni sporge la forcella di una fionda. Guarda davanti a sé, ma i suoi occhi sono persi oltre l’obiettivo, come se stesse seguendo nell’aria un’apparizione, un evento ignoto agli altri fotografati.  Guarda leggermente verso l’alto, le sue pupille lo indicano senza possibilità di errore. Forse guarda una nuvola, la chioma di un albero. Nell’angolo di destra, dove il terreno continua in un vialetto lastricato sul quale il tetto della veranda disegna una scala d’ombra, si intravede il corpo acciambellato di un cane. L’occhio del fotografo, incurante della sua presenza, lo ha accolto per caso nell’inquadratura e la fotografia ne lascia fuori la testa. E’ un cagnetto pezzato di nero che somiglia a un fox, ma certo un bastardo.
C’è qualcosa che lo inquieta in quella placida istantanea di ignoti; qualcosa che pare sottrarsi alla sua decifrazione: un segnale nascosto, un elemento apparentemente insignificante che pure indovina fondamentale. Poi si avvicina attratto da un particolare. Attraverso il vetro della caraffa, ondulate per effetto dell’acqua, le lettere del giornale piegato a metà che l’uomo tiene davanti dicono: Sur. Sente di emozionarsi e si dice: l’Argentina, siamo in Argentina, perché mi emoziono?, cosa c’entra l’Argentina? Ma ora sa  cosa stanno fissando gli occhi del ragazzo. Alle spalle del fotografo, immersa nel verde, c’è una villa padronale rosa e bianca. Il ragazzo fissa una finestra con le persiane chiuse, perché quella persiana può socchiudersi lentamente, e allora…
(Tabacchi, il filo dell’orizzonte)

Guardando le ombre in basso, estrassi la macchina fotografica dalla mia tasca e, quasi senza muovermi, la lascia cadere fuori bordo; andò a frantumarsi contro lo scafo prima di rimbalzare in mare e scomparire tra i flutti.
Nessuna delle foto che avevo scattato quella notte era stata sviluppata, nessuna, e, esaminando con cura i negativi, mi accorsi che dalla dodicesima fotografia in poi la pellicola era uniformemente sottoesposta, con qua e là alcune ombre informi, specie di tracce impercettibili della mia assenza.
(Toussaint, la macchina fotografica)

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