Vogliamo essere pietre in un campo

appunti

Il Punto Omega di Teilhard è trascendente, irreversibile, senza limiti di spazio e tempo.  Mentre quello di Elstner è solo un punto di non ritorno dove tutto crolla in se stesso. Elstner si rifugia nel tempo geologico del deserto perché pensa che la materia sia giunta al termine della sua evoluzione e la coscienza umana si sia esaurita: “Ora si ritorna alla materia inorganica. Vogliamo essere pietre in un campo.”

Lontano dalla nausea delle News e del Traffico e dalla delusione delle guerre che non sono haiku, Elstner sta per raggiungere il suo personale punto omega. E forse non lo sa ancora, non può prevedere che sarà risucchiato in se stesso, nel suo tempo biologico, nei suoi ricordi familiari. La scomparsa della figlia Jessie è il punto di non ritorno. Da lì Elstner, il personaggio Elstner inizia a scomparire: è un uomo al di là del sapere, un pacco da consegnare.

È un punto di non ritorno  anche per Jim. Dopo i mesi passati a convincere Elstner a farsi intervistare, ora è coinvolto in una tragedia familiare che lo porterà a reagire, ad affrontare lo spazio-tempo del deserto. E da quella vicenda porterà qualcosa con sé: “una calma, una distanza.”

L’uomo appoggiato alla parete nord della galleria guarda lo scorrere rallentato di Psyco. Fotogramma dopo fotogramma s’immerge nei particolari, scopre dettagli, mentre la trama scompare. Giorno dopo giorno lo spettatore anonimo tenta di rallentare sino ad annullare lo scorrere del tempo e sospendere la realtà. L’ultimo giorno dell’evento una donna (Jessie) gli rivolge la parola e altera la sua attenzione per il film. Lei se ne va. Lui la segue e si fa dare il numero di telefono. Poi, ritorna in galleria per immergersi di nuovo nello scorrere lentissimo dei fotogrammi sullo schermo. (24 Hour Psycho, videoistallazione di Douglas Gordon, 1993 a Berlino, 2006 a New York)

Punto Omega, di Don DeLillo (2006)

(personaggi: Elster, Jessie, Jim, Anonimo)

Anonimato (film, realtà)

C’era un uomo appoggiato alla parete nord, appena visibile.

Ogni minimo movimento della cinepresa rappresentava un cambiamento profondo in termini di spazio e di tempo, ma la cinepresa in quell’istante era ferma. Anthony Perkins che gira la testa. Erano come numeri interi.

Il suo ritmo inesorabile non aveva senso senza una corrispondente attenzione, senza l’individuo la cui assoluta vigilanza era all’altezza di ciò che si pretendeva.

Ma vedere troppo era impossibile. Meno c’era da vedere più lui guardava intensamente, e più vedeva.

L’alta porta scorrevole si aprì lasciando passare l’uomo con il bastone e il suo assistente.

Quel film lo faceva sentire come qualcuno che guarda un film.

Quel film e la pellicola originale avevano la stessa relazione che c’era tra la pellicola originale l’esperienza vissuta realmente. Quello era lo scostamento dallo scostamento. Il film originale era finzione, quello era vero.

Luce e suoni, monotonia senza parole, un accenno a una vita altra, un mondo altro, quella strana luminosa realtà che respira e mangia, quella cosa che non è cinema.

cap. 1 (tramonto, guerra, realtà)

Sono questi i pensieri che ci arrivano senza filtro, mentre guardiamo fuori dal finestrino del treno, macchioline opache di panico meditativo.

la nausea da News e Traffico.

Per  Elstner il tramonto era un’invenzione umana, il modo in cui percepiamo e disponiamo la luce e lo spazio a formare gli elementi della meraviglia.

C’erano le distanze che abbracciavano ogni caratteristica del paesaggio e c’era la forza del tempo geologico, lì, da qualche parte, i reticoli di spago dei paleontologi in cerca di ossa erose dalle intemperie.

– Rimangono paralizzati dai sistemi a loro disposizione. La loro guerra è astratta. Pensano di mandare l’esercito in un posto che si trova sulla cartina.

– Che realtà?
– È una cosa che facciamo a ogni battito di ciglia. La percezione umana non è che una saga di realtà ricreate.

– Mentire è necessario, In guerra o quando si prepara una guerra non ci sono bugie che non possano essere difese. Noi siamo andati oltre questo. Abbiamo cercato di creare nuove realtà da un giorno all’altro. … La realtà sta in piedi, cammina, si acquatta. Solo che non sempre funziona.

– Io volevo una guerra formato haiku. Volevo una guerra in tre versi…  Le cose in guerra sono transitorie. Vedere quello che c’è ed essere pronti  guardarlo scomparire.

– La voglio ancora una guerra. Una grande potenza deve agire Siamo stati colpiti duramente. Abbiamo bisogno di riprenderci il futuro. Non possiamo lasciare che siano altri a dare forma al nostro mondo, alle nostre menti. Loro non hanno che vecchie tradizioni dispotiche, morte. Noi abbiamo una storia viva, ed io pensavo che sarei stato al centro di tutto questo. Ma in quelle stanze, con quegli uomini, si parlava solo di priorità, statistiche, stime, razionalizzazioni.

Pensavo al tempo morto, al senso di autoreclusione, e sentivo il rumore di noi due che masticavamo.

cap. 2  (tempo, spazio, luce, oscurità, Jessie)

Una fitta pioggia scendeva sferzante dalle montagne, troppo forte per infilarci dentro qualunque pensiero, lasciandoci senza nulla da dire.

– Alla fine il giorno diventa notte, ma è una questione di luce e di oscurità, non è il tempo che passa, il tempo mortale. Non c’è il solito terrore. Qui è differente, il tempo è enorme, ecco cosa sento qui, in modo tangibile. Il tempo che ci precede e ci sopravvive.

– Tutto ruota intorno al tempo, tempo cretino, tempo inferiore, la gente che controlla l’orologio e altri aggeggi, altri sistemi che aiutano a ricordare. È il tempo che scorre via lentissimamente dalla nostra vita. Le città sono state costruite per misurare il tempo, per togliere il tempo della natura.

Jessie – Il fatto che non succeda nulla. Il fatto di aspettare solo per aspettare. Il giorno dopo sono andata.

– Abbiamo tutti fatto il nostro tempo. La materia vuole perdere il peso della propria coscienza di sé. Noi siamo la mente e il cuore in cui la materia si è trasformata. È giunta l’ora di chiudere bottega.

– Vogliamo essere la materia inerte che eravamo un tempo. Siamo l’ultimo miliardesimo di secondo nell’evoluzione della materia.

Lui diceva che il pensiero umano è vivo, circola. E la sfera del pensiero umano collettivo, ecco quella si sta avvicinando al suo periodo finale, gli ultimi bagliori.

– Siamo una folla, uno sciame. Pensiamo in gruppi, viaggiamo in eserciti. Gli eserciti portano il gene dell’autodistruzione. Una bomba non è mai abbastanza. La confusione della tecnologia, è lì che gli oracoli tramano le loro guerre. Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva, il punto omega. Un salto fuori dalla nostra biologia. Chieditelo. Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. Vogliamo essere pietre in un campo.

(Jessie) Dov’era? Non era persa nei pensieri o nei ricordi, non stava misurando il corso dell’ora o del minuto successivo. Era irreperibile. Saldamente ancorata dentro di sé.

cap. 3 (tempo, coscienza )

Ogni momento perduto è la vita… Un momento, un pensiero, che arriva e scompare, ognuno di noi, su una strada in un posto qualsiasi, e questo è tutto quanto. Mi chiesi cosa intendesse per tutto quanto. È quello che chiamiamo io, la vita vera, disse, l’essere essenziale. È l’io che sguazza beato in ciò che sa, e ciò che sa è che non vivrà per sempre.

– Se riveli tutto, se metti a nudo ogni sentimento, se chiedi comprensione, perdi qualcosa di cruciale per il senso che hai di te stesso. Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno. È quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.

– Non era il tipo di bambina che ha bisogno di amici immaginari. Era già immaginaria a se stessa.

– Il tempo che si sgretola. Ecco cosa sento qui, disse. – Il tempo che lentamente invecchia. Diventa vecchissimo. Non giorno dopo giorno.  Si tratta di un tempo profondo, tempo epocale. Le nostre vite che si ritirano nel lungo passato. Ecco cosa c’è qui. Il deserto del pleistocene, la legge dell’estinzione.

– La coscienza si accumula. Comincia a riflettere su se stessa… C’è quasi una legge matematica o fisica secondo la quale la mente trascende ogni direzione procedendo verso l’interno. Il punto omega.

– Pensaci. Abbandoniamo del tutto l’essere. Pietre.

Quando tornammo lei non c’era.

cap. 4 (Jim, deserto, Jessie/assenza)

Svanire nel nulla, era come se questo fosse il suo ruolo. Si era smarrita oltre i confini delle ipotesi, o eravamo disposti a immaginare cosa era successo? Cercavo di non pensare al di là della geografia, ogni momento era definito dalla desolazione che ci circondava.

Il mistero aveva la sua verità, ancora più profonda perché informe, un significato elusivo che poteva evitargli tutti gli espliciti dettagli che altrimenti sarebbero venuti in mente.

Camminava per casa come se stesse passando lo straccio, con passi dettati da circostanze faticose.

Parlava per frammenti, aprendo e chiudendo la mano. Lo vedevo come risucchiato insistentemente verso l’interno.

Di notte le stanze erano orologi.

Ormai i tramonti erano solo luce che moriva, le possibilità che sfumavano.

Ecco dove fissava lo sguardo ora, non sugli oggetti ma sui pensieri.

Lui girò di poco la testa, con aria interrogativa, ma io la riposizionai e comincia a spuntargli le basette.

L’acqua era tiepida e chimica, scomposta in molecole.

Guardai le accecanti ondate di luce e cielo… Quel posto era troppo vasto, non era reale, la simmetria di solchi e sporgenze mi schiacciava, in tutta la sua bellezza straziante, in tutta la sua indifferenza… Chiusi gli occhi e mi misi in ascolto. Il silenzio era completo… Aprii gli occhi. Ero sempre lì, nel mondo esterno… Proprio quando mi convinsi che mi ero perso vidi il sentiero che si allargava leggermente e poi ecco la macchina, una schifezza polverosa di metallo e vetro…

Pensai alle sue osservazioni sulla materia e l’essere, quelle lunghe notti sul terrazzo, mezzi sbronzi, io e lui, la trascendenza, il parossismo, la fine della coscienza umana. Ora sembra un’eco morta. Punto omega. Un milione di anni fa. Il punto omega si è ristretto, qui e ora, alla punta di un coltello che penetra un corpo.

Eccoci, uscivamo da un cielo vuoto. Un uomo al di là del sapere. L’altro, che sapeva solo che da quel giorno in avanti avrebbe portato qualcosa con sé, una calma, una distanza.

Pensai al mio appartamento, a come mi sarebbe parso distante quando sarei entrato.

Anonimato 2 (Jessie e Anonimo/Dennis?, Norman Bates))

Lui era dove doveva essere, come sempre, al suo posto, a contatto corporeo con la parete nord.

Stare in piedi era parte dell’opera, l’uomo in piedi partecipa.

Poi qualcuno disse qualcosa.
Qualcuno disse: – Ma cosa sto guardando?
Era la donna alla sua sinistra, che adesso era più vicina, e gli stava parlando.
Rimase confuso. La domanda lo spinse a guardare lo schermo con maggiore intensità… Questa donna in qualche modo vicina a lui stava alterando qualunque regola della separazione.

Lei disse che si sentiva a milioni di chilometri da qualsiasi cosa stesse accadendo sullo schermo. Le piaceva. Gli disse che le piaceva l’idea della lentezza in genere. Troppe cose vanno velocissime, disse. Abbiamo bisogno di tempo per disinteressarci delle cose.

– Certi film fanno troppo affidamento sulle immagini.

– Immagina di poter vivere un’altra vita?
– È troppo facile. Mi chieda qualcos’altro.

La ragazza disse il suo numero di corsa e poi si girò e andò a est, verso la sovrabbondanza di Midtown.

Il tempo reale è privo di significato. È l’espressione stessa a essere priva di significato. È una cosa che non esiste.

A volte arriva il vento prima della pioggia e accelera il volo degli uccelli fuori dalla finestra, uccelli fantasma che cavalcano la notte, più strani dei sogni.

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