possiamo affermare

Perché nel XVII secolo vi fu un crollo della ricerca scientifica italiana? di Lucio Russo, 10-03-2019

La vulgata, ripetuta infinite volte, dà una risposta netta e chiara: la colpa fu della chiesa cattolica, che bloccò le ricerche scientifiche con i processi e le condanne di Bruno (1600) e di Galileo (1633)…Le cose non sono però così semplici.

… credo che gli esempi fatti finora siano sufficienti a mostrare una ricerca scientifica italiana che negli anni sessanta del XVII secolo appare in ottima salute. Il colpo subito a causa del processo a Galileo era stato evidentemente ben assorbito nell’arco di qualche decennio, anche nel settore dell’astronomia. Il crollo è però subitaneo ed avviene intorno al 1670.

…il crollo italiano è contemporaneo a un salto di qualità nell’organizzazione della ricerca e nei risultati scientifici in paesi come la Francia, l’Inghilterra e i Paesi Bassi, che si dotano di laboratori, riviste scientifiche, accademie e altre strutture scientifiche. Vi è, in altre parole, un chiaro passaggio di consegne dagli Stati italiani ad altri Stati europei, ed alcuni scienziati italiani ne sembrano pienamente consapevoli e partecipi, come abbiamo visto nel caso di Cassini e di Malpighi.

Nella seconda metà del Seicento la scienza mostra invece di poter essere convenientemente applicata a problemi che interessavano gli Stati nazionali e la borghesia: innanzitutto nell’ambito della navigazione, della costruzione di navi e dell’artiglieria. A quel punto l’Italia è superata rapidamente dalle potenze europee e in particolare dalle potenze marittime.

Sembra chiaro, in definitiva, che le spiegazioni popolari, che vorrebbero interpretare fenomeni culturali in termini ideologici, come se fossero avulsi dal contesto materiale, economico e sociale, sono gravemente inadeguate. Non vi è dubbio che episodi gravi come il processo a Galileo dimostrano che le gerarchie della Chiesa cattolica svolsero, più delle confessioni protestanti, un ruolo di freno verso la ricerca scientifica, ma credo che il rapporto causa-effetto debba essere rovesciato. Alla base di questa differenza non vi furono le differenze teologiche tra le due religioni, ma con ogni probabilità la circostanza che nel centro del cattolicesimo, cioè, per dirla con le parole di Cipolla, in un paese eminentemente agricolo di baroni e contadini che esportava soprattutto prodotti agricoli, vi era molta meno attenzione ai benefici portati dalla ricerca scientifica.


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Scienza e democrazia, di Stefano Isola e Lucio Russo

La sfiducia popolare nei metodi scientifici non nasce solo dall’ignoranza, ma anche dalla consapevolezza del mancato raggiungimento degli obiettivi che un tempo si pensava fossero a portata di mano grazie al progresso scientifico.

Occorre certamente fare scelte basate anche sulla razionalità scientifica, ma, se non si vogliono produrre esiti irrazionali su un piano più generale, l’uso di questo strumento culturale non può essere delegato a gruppi che alle competenze specialistiche associano interessi corporativi. Si può cercare di perseguire il difficile (ma irrinunciabile) obiettivo di far coesistere la razionalità scientifica con la democrazia solo diffondendo, da una parte, la cultura scientifica tra i cittadini mediante la scuola e, dall’altra, una maggiore cultura generale e coscienza democratica tra gli scienziati.


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Scienza e tecnologia: qualche spunto storico, di Lucio Russo

La tecnologia priva di rapporto con il pensiero scientifico, che possiamo dire prescientifica, continuò a esistere anche dopo la nascita della scienza e sopravvive fino ad oggi.

Mentre la tecnologia ha una lunga storia estranea alla scienza, la scienza, o più precisamente la scienza esatta, sin dalla sua nascita ha avuto uno stretto rapporto con una particolare forma di tecnologia, che può essere dettatecnologia scientifica.

La tecnologia scientifica costituisce una motivazione essenziale del metodo dimostrativo, che è utile soprattutto perché aumenta enormemente la varietà degli oggetti progettabili. Non sarebbe infatti di alcuna utilità costruire complesse catene di deduzioni logiche per arrivare ad affermazioni verificabili direttamente, mentre il rigore delle dimostrazioni è essenziale per ottenere affermazioni attendibili su oggetti e fenomeni non ancora realizzati.

All’inizio del Settecento si credeva ancora che il mondo avesse l’età di poco più di seimila anni, deducibile dalla lettura della Bibbia, mentre alla fine del secolo tutte le persone colte sapevano che l’età della Terra era incomparabilmente più lunga della storia umana. La scoperta dell’abisso dei tempi geologici ebbe una profonda ricaduta culturale, aprendo la strada alle teorie evoluzionistiche, ma spesso si dimentica che si trattò di un sottoprodotto del lavoro di tecnici minerari, che avevano sviluppato la geologia come strumento utile per individuare risorse minerarie3.

Il punto che qui interessa sottolineare è che in questa situazione, mentre la tecnologia rimaneva pre-scientifica, non si ottenne alcun vero risultato scientifico, con la notevole eccezione della matematica, che sin dall’inizio del Duecento aveva avuto una fruttuosa interazione con le tecniche commerciali e bancarie.

La vera scienza europea nacque nel Rinascimento italiano, quando le conoscenze teoriche dedotte dagli antichi trattati (studiati in maggiore misura e in originale grazie soprattutto all’emigrazione bizantina in Italia) si incontrarono e ibridarono con i saperi trasmessi nelle botteghe artigiane e artistiche. La teoria della prospettiva è un tipico risultato di questa nuova interazione.

Siamo abituati a proiettare nella “natura” i concetti tipici della nostra tecnologia, dall’epoca in cui Dio stesso era concepito come un sublime orologiaio a quando lo sviluppo della tecnologia informatica ha reso centrale nelle scienze della natura il concetto di informazione. Non vi è dubbio che le conoscenze così ottenute siano oggettive, in quanto il migliore sistema con cui possiamo conoscere la natura è quello di trasformarla, ma è preferibile essere consapevoli del rapporto tra scienza esatta e tecnologia, che appare essenziale alla natura stessa di tale scienza.

Intorno al 1670, nell’ambito delle scienze esatte, vi è un crollo verticale dell’importanza relativa delle ricerche compiute in Italia, che non tengono più il passo con i progressi realizzati in paesi come l’Inghilterra, l’Olanda e la Francia. Spesso la causa di questo declino è stata individuata nella politica culturale della Chiesa Cattolica e in particolare nel processo a Galileo del 1633. Questa interpretazione non regge, innanzitutto per motivi cronologici.

Le vere ragioni del crollo italiano sono facilmente individuabili nella profonda trasformazione che in quegli anni coinvolse il rapporto tra ricerche scientifiche e problemi tecnologici. Nel Rinascimento e ancora nella prima parte del Seicento la scienza aveva tratto stimoli e applicazioni dai consumi delle élite: le arti figurative avevano stimolato l’anatomia, l’ottica e la teoria della prospettiva; la botanica (allora largamente coincidente con la farmacologia) si era sviluppata per i bisogni della medicina (all’epoca utilizzata soprattutto per i ceti abbienti); l’astronomia aveva come principale applicazione l’elaborazione di complessi oroscopi personali di principi e altri membri delle élite, e così via. Nel corso del Seicento comincia ad apparire chiara l’utilità della scienza per sviluppare tecnologie di grande interesse per la borghesia e gli Stati: in primo luogo, come abbiamo visto, la navigazione, ma anche l’artiglieria e le tecniche necessarie per i bisogni amministrativi (dalla statistica alla cartografia).

L’Unità d’Italia portò in effetti un notevole rilancio della ricerca nel nostro paese e molti degli scienziati attivi nelle lotte risorgimentali crearono scuole che avrebbero dato i migliori risultati nelle generazioni successive.

Per fare solo un altro esempio, è l’italiano Ascanio Sobrero a scoprire la nitroglicerina, ma sarà Nobel a renderla utilizzabile realizzando la dinamite. In generale l’essenziale rapporto tra la scienza prodotta in Italia e la tecnologia, sia nel senso degli stimoli offerti dalla seconda alle ricerche, sia nel senso delle applicazioni, si svolge all’esterno della penisola, mentre gli scienziati italiani si limitano a sviluppare, anche con risultati importanti, teorie nate altrove e che altrove troveranno applicazione.

I romani erano molto interessati alla tecnologia, ma non alla scienza che l’aveva resa possibile. Le efficienti catapulte a torsione, ad esempio, erano state progettate sulla base di nozioni di meccanica, ma, una volta realizzate, per continuare a costruirle sembrava sufficiente imitare quelle già fatte. Analogamente la teoria della prospettiva si era sviluppata sulla base della scienza dell’ottica e aveva fornito ai pittori ellenistici precise regole da seguire nella realizzazione di dipinti e scenari teatrali, ma quando si ebbe a disposizione un vasto archivio di opere realizzate in prospettiva si poté pensare di continuare a produrne imitando semplicemente quelle esistenti e ignorando la teoria. Sorse così, dopo le tecnologie prescientifica e scientifica, un terzo tipo di tecnologia, che può essere detta post-scientifica.

Essa, come quella pre-scientifica, non usa metodi scientifici, ma adatta e ricombina elementi noti su base puramente empirica. I suoi punti di partenza non sono però oggetti naturali o manufatti tradizionali realizzati empiricamente, ma i prodotti della tecnologia scientifica delle generazioni precedenti. La tecnologia post-scientifica ha il grande vantaggio di realizzare per qualche tempo opere apparentemente indistinguibili da quelle progettate con metodi scientifici, risparmiando però le risorse impegnate nella ricerca e nell’insegnamento. Ha però un difetto: i suoi prodotti alla lunga degenerano.

È vero che si sono aperti molti altri campi di applicazione della matematica alla biologia, ma se si esclude l’applicazione sistematica di metodi statistici standard il loro peso nel complesso delle ricerche biologiche è rimasto molto limitato.

Le biotecnologie non si basano, infatti, sulla creazione di teorie deduttive, ma sulle analisi di enormi quantità di dati rese possibili dai nuovi strumenti informatici.

La possibilità di sostituire le teorie deduttive con l’analisi automatica, di grandi quantità di informazioni non riguarda solo la biologia, ma si è esteso a molti settori della scienza, facendo ritenere a qualcuno che la nuova frontiera rappresentata dai cosiddetti “big data” conduca al definitivo abbandono dei classici metodi scientifici.

Probabilmente la distanza crescente, in molti settori, tra ricerche teoriche e tecnologiche è stata alimentata dalla crescente distanza tra la ricerca di base,
svolta in istituti di ricerca pubblici e diffusa liberamente, e la ricerca con immediata ricaduta tecnologica ed economica, svolta per conto di privati e secretata. In questa situazione una parte dell’innovazione tecnologica, pur basandosi su teorie scientifiche acquisite, segue logiche commerciali del tutto indipendenti dagli sviluppi della ricerca, facendo intravedere qualche preoccupante analogia con la tecnologia post-scientifica alla quale abbiamo accennato in riferimento ad altre epoche.


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Per combattere il razzismo è preferibile minimizzare o valorizzare la diversità umana?, di Lucio Russo, 28/02/2019

L’idea è chiara: mentre i sensi si limitano all’involucro (ossia agli ingannevoli fenomeni), la scienza permetterebbe di entrare nella vera sostanza delle cose, mostrando la sostanziale unità sottostante l’apparente diversità. 

Sono convinto che questa posizione, anche se sta conquistando consensi crescenti tra gli scienziati, sia profondamente errata da un punto di vista epistemologico. Credo ancora che, come dicevano i Greci, lo scopo delle teorie sia quello di salvare i fenomeni: il concetto di gene è stato elaborato, seguendo questo antico precetto, per spiegare le leggi dell’ereditarietà dei caratteri fenotipici. La diversità somatica tra popolazioni di diversa origine geografica è una caratteristica fenotipica evidente e non ha senso contrapporla, come involucro inessenziale, alla realtà profonda del genotipo. Le teorie servono a spiegare i fenomeni e mai a negarli.

Mi sembra inoltre evidente che se si vuole combattere il razzismo (esigenza che purtroppo diviene ogni giorno più pressante) la migliore strategia non sia quella di associare le posizioni antirazziste alla negazione dell’evidenza osservativa. È davvero così difficile rendersene conto? 

La scelta tra minimizzare o valorizzare la diversità tra i gruppi umani mi sembra il nocciolo duro della polemica. Il discorso sulla parola razza ha un’importanza relativamente minore.

Poiché il termine popolazione non ha alcuna relazione con le differenze somatiche (popolazioni diverse possono differire solo per caratteri culturali) si tratta evidentemente di un ulteriore strumento usato per minimizzare le differenze somatiche tra i gruppi umani.

Gli antropologi (e i non antropologi) che hanno firmato il “manifesto della Diversità e dell’Unità umana” hanno finora oscillato tra la valorizzazione e la minimizzazione della diversità umana, a seconda delle circostanze e degli interlocutori, ma privilegiando la minimizzazione, soprattutto quando si rivolgono a media di larga diffusione (a quanto appare dagli esempi fatti e dai tanti altri casi qui non citati). Il mio auspicio è che questa lunga polemica possa contribuire a spostare l’equilibrio, in qualcuno di loro, verso l’altra direzione. 


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