Cartesio – Descartes

René Descartes, Renatus Cartesius, Cartesio, 1596-1650;

Il cesto di mele. Cartesio guarda nel cesto e cerca una mela perfetta da mangiare: “Questa è marcia, la butto. Questa ha una macchia nera sulla buccia, via. Questa è ammuffita dentro, che schifo! Questa ha un punto molle proprio al centro e questa – ti nascondevi – ha una macchiolina marrone, via!” Nel cesto rimane una sola mela: la mela, quella perfetta.

La mela perfetta è l’idea chiara e distinta che ho della mela. Senza questa idea della mela non potrei mangiarla. Gli animali, che sono macchine, mangiano la mela meccanicamente perché non hanno questa idea chiara e distinta. Così pensa Cartesio.

Ma, forse, a guardar bene, anche l’ultima mela… il dubbio iperbolico non risparmia la minima incertezza. E se questo fosse solo un sogno o frutto dell’immaginazione?

Il dubbio. Cartesio cerca la verità, vuole la certezza: la mela perfetta. Per trovarla si impegna a mettere in dubbio tutto: la percezione delle cose è ingannevole, i sensi sbagliano, la memoria è fallace e la ragione resta aggrovigliata ai pregiudizi. Cartesio dubita del mondo esterno come del suo corpo: mondo e corpo sarebbero illusioni senza realtà. Persino la matematica può essere l’inganno di un genio malvagio che gli vuole far credere che 2+2 fa 4; ma 2+2, invece, è uguale a 5. Il dubbio di Cartesio non è lo stesso degli scettici, perché non diventa lo scopo ma il mezzo per raggiungere la conoscenza esatta.

Penso quindi esisto = Esisto quindi penso. Quando tutto vacilla, scatta l’idea chiara e distinta: “se dubito, sono, esisto”. Posso dubitare di tutto, ma non del dubitare. E se posso essere ingannato, questo significa che penso e quindi esisto. 

Cartesio ha trovato il punto d’appoggio su cui fondare la conoscenza chiara e distinta: cogito ergo sum. Il pensiero, il pensare che inizia con il dubbio, è la prova evidente che io esisto.

La libertà di una cosa che pensa. Se esisto sono anch’io una cosa, una cosa del mondo, ma sono una cosa che pensa, che ha la libertà di pensare.

Cartesio usa, sovrapponendoli e scambiandoli, termini come: pensiero, ragione, anima, intelletto, spirito, mente, cosa pensante e forse altri. Le sue acrobazie concettuali si spiegano solo nel contesto religioso e scientifico dell’epoca – non oso inoltrarmi.

La cosa pensante. In ogni caso ciò che appare è una distinzione netta fra cosa pensante e cosa estesa (res cogitans, res extensa), fra intelletto e mondo, fra spirito e materia. Il dualismo cartesiano ha il “merito” di prospettare una conoscenza scientifica “astratta”, non condizionata dalla percezione, e quindi non limitata a ciò che è “visibile” (il modello di riferimento è la matematica). Inoltre, nella “cosa pensante” appare il profilo di un “io”, di un soggetto autocosciente, razionale, dotato di volontà, mosso dalle passioni, capace di intuire il giusto come di errare.

La cosa pensante ed estesa. La separazione fra “cosa pensante” e “cosa estesa” diventa difficile da spiegare quando si considera la distinzione fra mente e cervello. Come può l’intelletto agire attraverso il corpo, restandone completamente separato? 

Qui la metafisica non basta per risolvere il caso e Cartesio indicherà la ghiandola pineale, come la sede dell’anima, ossia un punto di contatto fra intelletto e corpo.

*** Ho sottovalutato gli studi di fisiologia perché giudicati ormai sbagliati da un punto di vista scientifico (ghiandola pineale, sistema circolatorio, sangue…), ma hanno avuto una diffusa influenza sulla cultura scientifica europea per tutto il seicento e oltre. Anche se si parla di poche migliaia di persone (medici, filosofi, matematici, studiosi della natura, alchimisti, ingegneri, astrologi, teologi, accademici stipendiati e canonici sfaccendati) sono loro che (attraverso esperimenti e tecnologie – p.es. cannocchiale, microscopio) formulano nuove ipotesi sul mondo e sull’uomo, spesso in conflitto con le gerarchie religiose.

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Sono e penso. Penso e sono. Sul piano dell’argomentazione Cartesio “risolve” il dualismo stabilendo che ogni azione, movimento del corpo, sensazione, o interferenza con il mondo, è “pensiero” se c’è consapevolezza: se penso di muovere una mano è diverso dal muoverla meccanicamente.

Comunque, il “pensiero” secondo Cartesio deve rimanere una facoltà completamente separata dal corpo e dalla percezione delle cose. La frattura avvenuta attraverso il dubbio fra cosa che pensa e cosa estesa, è definitiva, ora l’anima è indipendente dal corpo, come l’intelletto è autonomo dal mondo. E le idee sono indipendenti dalle cose – come lo erano per Platone.

Non tutte le idee che affollano il pensiero sono sempre chiare e distinte. Con il dubbio iperbolico si possono escludere tutte quelle sbagliate che vengono dai sensi e dai pregiudizi.

Tuttavia, anche se non ci lasciamo condizionare dal mondo esterno, a volte abbiamo idee che non  dipendono dalla nostra volontà, e che appaiono innate nella nostra mente, tanto sono chiare e distinte.  

Dio esiste ed è buono. Da dove provengono queste idee innate? Inoltre, i dubbi sembrano non finire: come possono i nostri pensieri essere del tutto veri se siamo imperfetti e limitati? Un aiuto a Cartesio scende dal cielo: se io esisto e penso Dio, anche Dio deve esistere in quanto causa prima, inoltre essendo perfetto non può non contenere in questa sua perfezione anche l’esistere.

Il giro sulla giostra non è finito: perché se io ho nella mia mente l’idea di Dio, non solo concludo che Dio esiste (non potrei pensare Dio se non esistesse), ma Lui, che è infinitamente buono (Dio non inganna), mette in me quelle idee, o nozioni, che sono chiare e distinte.

Le idee innate sarebbero, dunque, semi di verità posti da Dio nell’uomo: argomento necessario per chiudere la triangolazione col Mondo ed evitare rischi di eresia.

Data l’esistenza di Dio, da cui tutto discende e dipende, il “link” fra Dio e l’uomo è l’anima, o ragione, la quale garantisce un fondamento di verità alle idee che l’intelletto “intuisce” essere vere.

Intelletto libero e metodo. L’anima, o la ragione, è in ogni uomo, ma queste idee innate possono essere colte solo da un intelletto libero che sappia come riconoscere la verità nelle cose osservate e pensate. Ma, per fare ciò, il pensiero deve seguire un metodo che, spazzando via ogni dubbio, porti a una conoscenza esatta.

L’intelletto attento e metodico non osserva il mondo e le cose, ma vede le idee che sono la struttura del Mondo. Tuttavia, volontà e passioni portano a valutazioni e conclusioni sbagliate. Bisogna quindi abituare l’intelletto a precedere la volontà e riconoscere in modo intuitivo e lampante quali siano le giuste idee.

Timore di Dio e della Chiesa. È ovvio che l’esistenza di Dio è un aspetto imprescindibile per Cartesio, ma quanto e come  ci credesse non è affatto chiaro. Comunque, sono pochi i filosofi d’epoca che hanno messo in dubbio l’esistenza di Dio; quasi tutti si sono fatti le loro fantasie e follie teologiche o teleologiche. Cartesio, forse, cerca solo di conciliare le nuove conoscenze scientifiche con il dogmatismo religioso – tentativo fatto anche da Galilei che andò a Roma pensando di potersi spiegare. Timore e rispetto dell’autorità si confondono facilmente. Senza dimenticare che il seicento è iniziato con la condanna al rogo di Giordano Bruno: è il secolo più pericoloso per  chi pensa fuori dalle righe delle Sacre scritture e dei dogmi.

La ragione, Dio e il Mondo. La conoscenza viene da Dio attraverso l’anima, Dio è il creatore del mondo, l’uomo è parte del mondo in quanto cosa estesa, ma essendo cosa pensante vede nel mondo la volontà di Dio attuata nelle leggi di natura.

La separazione tra intelletto e mondo, il dualismo che Cartesio pone a fondamento del suo sistema filosofico, si regge su Dio – c’è sempre Dio che mette a posto i ragionamenti e le deduzioni. E Cartesio, forse preoccupato di non contraddire l’autorità delle Chiese, risolve tutto con Dio e il libero arbitrio. Ma se spostiamo Dio di lato, si potrebbe comunque sostenere  che la razionalità del Mondo sia la stessa dell’Intelletto.

Dio è razionale. Dio nella sua imperscrutabile volontà potrebbe giocare a dadi e nonostante ciò essere non meno che perfetto? È impossibile per Cartesio, che nella sua concezione meccanicistica vede l’Universo come un sistema chiuso e Dio è la razionalità nella sua perfezione.

Dio è razionale, l’anima è razionale e razionale è la struttura del mondo. Questa circolarità dell’argomentazione suggerisce che vi sia una corrispondenza tra la struttura del pensiero e la struttura del mondo. Le idee che popolano la ragione corrispondono alle idee che razionalmente governano l’universo e la natura.

L’dea che l’intelletto ha del mondo, è il mondo in quanto pensabile: niente di più facile per Cartesio che crede l’universo immutabile, governato da leggi eterne che Dio ha stabilito una volta per tutte, ossia le leggi fisiche che regolano l’universo e la natura. La visione razionalistica e meccanicistica che emerge dal sistema cartesiano descrive il creato come una macchina perfetta e regolata (il paragone è con l’orologio), dove tutto si muove in ordine alla spinta iniziale divina. Nella catena di causa ed effetto, il movimento è generato dalla spinta di una cosa sull’altra. 

Normalmente secondo Cartesio l’inerzia caratterizza il movimento rettilineo dei corpi e quando si incontrano vi è una variazione e un passaggio di movimento dall’uno all’altro proporzionale al modo in cui i corpi si toccano. Da questi urti si genera un movimento che assume una forma circolare. Cartesio ripropone la figura del vortice, già usata nell’antichità (Democrito, Epicuro), per descrivere alcuni fenomeni fisici e astrofisici.

Non intuisce la forza di gravità. Cartesio segue le leggi della meccanica, ragiona in termini di attrito e di inerzia,  e rifiuta la “tendenza al riposo” dei corpi sostenuta da Aristotele. Conosce le idee di Copernico e gli studi di Keplero e di Galileo. Ma per lui il moto è uno stato e non un processo, perché, non ammettendo l’esistenza del vuoto, il movimento è sempre inerente al corpo e non al corpo che si muove, in quanto non avrebbe dove andare. Il vuoto non esiste: una cosa prende il posto di un’altra, sempre, e quello che noi non vediamo è soltanto talmente piccolo da risultare invisibile.

Cartesio è lontano dall’intuire la forza di gravità, l’azione di una forza a distanza. Pensa che il vuoto non sia il nulla ma l’invisibile. Infatti, rifiuta l’atomismo perché convinto che l’estensione, la materia, sia sempre divisibile.

Dal suo punto di vista lo spazio e la materia coincidono, quindi se la geometria può suddividere uno spazio in parti sempre più piccole, così anche la materia deve essere divisibile. Considera lo spazio solo come una entità geometrica e la materia occupa tutto lo spazio:

Non facendo alcun affidamento sulla percezione e affidandosi completamente all’evidenza delle idee innate Cartesio non ha saputo dare contributi significativi alle scienze naturali – questo lo sappiamo oggi.  Ha però spinto le scienze verso una concezione meccanicistica del mondo e soprattutto verso una matematizzazione delle conoscenze scientifiche.

La matematica. Con Cartesio, la matematica torna ad essere fondamentale per la filosofia dopo più di duemila anni, e dopo aver dimostrato di essere uno strumento razionale di controllo e un modello di pensiero che si sviluppa in modo indipendente dalla percezione delle cose e dalle apparenze del mondo, e quindi particolarmente in sintonia con il pensiero razionale.

La matematica si può intendere come il paradigma della certezza scientifica. “Nella mia fisica, scrisse una volta Cartesio a Mersenne, “non c’è nulla che non sia anche nella mia geometria.” In realtà l’inferenza di tipo deduttivo è più adatta alla matematica che alla fisica, ma lui vorrebbe estenderla a tutto il processo logico (dimostrativo) che guida la riflessione filosofica. 

Introspezione e soggettività. Nel secolo di Galilei e di Descartes le turbolenze sociali e religiose hanno aperto un varco nell’anima individuale: le certezze della tradizione e dei dogmi non sono più tali neppure per il filosofo francese che nella sua ricerca della verità parte dal dubitare di tutto per arrivare alla consapevolezza di esistere.

È nello spazio-tempo fra il dubitare e l’esistere che si rivela qualcosa di antico e di nuovo, qualcosa che potrei definire come una coscienza individuale, una cosa che pensa, che crede, che ama e odia, che sente. 

È una coscienza, quella di Cartesio, che descrive il personale cammino, mostrando i propri dubbi, scovando le incertezze, sforzandosi di essere preciso e metodico. La coscienza individuale richiede disciplina.

L’animale è senza coscienza, è una macchina e la sua anima è il sangue. Mentre l’uomo ha un’anima immateriale, e la coscienza che ha di sé (cogito ergo sum) è il risultato di un processo psichico individuale. Per Cartesio la res cogitans è l’insieme dei processi mentali, dei ragionamenti chiari e distinti, ma anche dei sogni, dell’immaginazione, delle decisioni nate dalla  volontà, delle parole conosciute e dei giudizi affrettati o sbagliati.

Il suo discorso diventa a tratti  introspezione: un monologo sul filo del ragionamento che pone dubbi e cerca risposte. Una forma del racconto diversa dal dialogo usata da filosofi come Platone e scienziati come Galilei.

Galilei ricorreva ai dialoghi tra personaggi simbolizzati per esporre le sue teorie, mentre nei testi di Cartesio è il monologo che conduce l’argomentazione, è la sua voce che formula le domande  e cerca le risposte.

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“Cogito ergo sum”. È a questa stringatissima frase di Descartes che si fa risalire la nascita della filosofia moderna e della filosofia della scienza. Quella di Cartesio non è l’unica e neppure la prima voce che cerca di aprire un confronto sulle convinzioni teologiche e scientifiche allora dominanti.

È l’inizio di una filosofia della mente? Posso solo vedere che dopo Cartesio tornano a nuova vita antiche discipline: dall’astronomia alla psicologia, dalla geologia alla matematica. Mentre diventa evidente che le nuove conoscenze scientifiche mettono in crisi il “mercato” e il potere dei pregiudizi e delle false verità che dominano la vita di tutti. Ma il merito maggiore dovrebbe andare a tutti quelli che ricercano e sperimentano e si contrappongono all’astrologia e alle varie arti magiche e mediche.

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Secondo Cartesio il percorso della conoscenza è quello della ragione (intelletto) nella quale si riflette la razionalità del Mondo, dell’Universo e di Dio. L’esistente è una “macchina” a cui Dio avrebbe dato il primo impulso per poi lasciare che venisse guidata dalle leggi di natura da lui volute.

Proprio perché parte da una visione meccanicistica di un mondo predeterminato, Descartes pretende di seguire una metodologia scientifica anche nella metafisica e nella teologia, appoggiandosi però a una ragione-intuizione ispirata da Dio. Missione impossibile da un punto di vista logico e scientifico, però Descartes con il suo dualismo spirito/materia, intelletto/mondo, mente/cervello, ottiene l’attenzione di quelli che pensano. Gli stessi empiristi dovranno ripartire dal dualismo cartesiano, sebbene per salire sul versante opposto al razionalismo.

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Cartesio si gioca un altro jolly. La sostanza è un altro termine che ben si adatta a prendere le diverse forme che il ragionamento chiede al concetto. Introdotto da Aristotele e ripreso dalla scolastica, il termine sostanza è usato anche da Cartesio col significato di “essenza necessaria”.

La sostanza può essere estesa (cosa), pensante (cogito), perfetta (Dio), e poi ancora corporale, spirituale, infinita… 

Aspetti base di una idea corretta: grandezza, figura, luogo (situazione), moto (mutazione di luogo), sostanza, durata, numero. La sostanza è riferibile agli aspetti di un’idea chiara e distinta delle cose corporee.

 La favola del nuovo mondo.  In una delle prime opere che scrisse, si inventò l’espediente di raccontare la “favola” del Nuovo Mondo, di un mondo immaginario, per aggirare la censura delle chiese, ma poi rinuncerà alla pubblicazione.

Il libro, stampato dopo la sua morte, mostra che Cartesio era a conoscenza di tutte le teorie scientifiche dell’epoca, che erano contrastate dalle Chiese ufficiali. Cartesio fallisce nel tentativo di trovare una conciliazione fra la teologia cristiana e le conoscenze scientifiche del tempo.

Doppio fallimento, primo perché inoltrandosi nelle argomentazioni teologiche non esce dal contesto della scolastica, e il suo sistema filosofico (e scientifico) perde slancio e autonomia. Secondo perché le sue argomentazioni scientifiche e metodologiche sono rivolte a un pubblico veramente ristretto.

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Il fatto che nel suo sistema filosofico abbia voluto definire una metodologia non ne fa uno scienziato. Le sue scoperte scientifiche sono significative solo nel campo della matematica, ma è nella filosofia che le sue idee trovano riflessi e risonanze perché fanno emergere la capacità dell’uomo (lo scienziato) di comprendere razionalmente il mondo e le cose. Cartesio apre le porte della filosofia alle scienze naturali che vogliono e possono finalmente avere uno sviluppo indipendente dalla teologia. Vede nella matematica, nella geometria in particolare, lo strumento più duttile per rivelare la razionalità dell’Universo e di Dio.

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ciuf ciuf

La finalità implicita nella concezione di Cartesio è il dominio dell’uomo sulla natura.

La mente (l’esprit, in francese)

“Movimento dei corpi secondo la legge di causa ed effetto”

Nella ricerca della verità non bisogna affidarsi ai sensi, ma alla comprensione che l’intelletto sviluppa autonomamente dal mondo attraverso strumenti, per es. geometria e matematica, che interpretano (leggono) la razionalità del mondo e dell’universo.