I Signori del pianeta. Probabilmente.

Appunti e citazioni da I signori del pianeta, di Ian Tattersall, 2012

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77mila anni – zona Bombos

Tutto ha avuto inizio circa 80/60.000 anni fa in un villaggio dell’Africa occidentale, abitato da una piccola popolazione che viveva quasi isolata, e più precisamente da un gruppo di bambini che, forse giocando, hanno sviluppato per primi la forma del pensiero simbolico. È stato un evento eccezionale, ma di tipo culturale, perché questi nostri antenati erano “già biologicamente predisposti”. Le caratteristiche del corpo, la forma dl cervello, le capacità sensoriali, la struttura genetica, sono simili ma non le stesse di quelle di altri ominidi a loro

contemporanei, e sono il risultato di una lunga quanto complessa evoluzione che è iniziata formalmente con Homo sapiens circa 200 mila anni fa. Questa popolazione è cresciuta e dall’Africa si è sparsa rapidamente in Asia, Australia, America ed Europa: ed è qui che è diventata, a partire da 40/30 mila anni fa, la popolazione più diffusa (Cro-Magnon) per poi rimanere l’unica, mentre tutte le altre (genere Homo) si sono estinte.

È questa, in sintesi, l’ipotesi di Ian Tattersall (I signori del pianeta, 2012) sulle origini dell’uomo moderno. Sostenuta da molti documenti scientifici, essa resta tuttavia una teoria basata in buona parte sulle deduzioni che vanno a riempire le enormi lacune delle nostre conoscenze. I ritrovamenti mostrano delle evidenze, ma le interpretazioni sono difficili per la parzialità e le cattive condizioni di molti reperti. Più che di prove si tratta di indizi che occorre analizzare e confrontare finché non si aggiungeranno nuovi elementi. Lo sviluppo di tecniche di analisi e l’apporto di altre discipline hanno permesso di migliorare le conoscenze, ma hanno anche alimentato le polemiche e la diffusione di conclusioni e di idee approssimative. Molta della confusione nasce anche dal fatto che i sistemi di classificazione e di denominazione dei reperti non hanno mai avuto dei criteri comuni, e spesso sono stati condizionati dall’ambizione o dalla fretta di spiegare le origini dell’uomo. (p. 111)

La teoria di Darwin (1959), nata nel campo delle scienze naturali, ha sempre avuto un ruolo nella paleologia umana (sono più o meno dello stesso periodo), perché ha aperto la porta di una conoscenza delle origini dell’uomo che non era più, e soltanto, quella dettata dalla Bibbia.

Charles Darwin

Charles Darwin

L’evoluzionismo di Darwin, inteso come una trasformazione lenta e incrementale dovuta alla selezione naturale ha spinto a credere, per molti decenni, che l’evoluzione del corpo umano sia il risultato di un processo graduale di adattamento all’ambiente. Oggi sappiamo dall’analisi del DNA che le linee di discendenza tra ominidi sono molto più diverse o più simili di quanto indichino le apparenze. “In alcuni casi è possibile che all’interno di una stessa popolazione si presenti una notevole diversità fisica, anche senza avere speciazione.” (217)

La datazione dei fossili che prima si basava solo sullo studio dei reperti nel contesto geologico di ritrovamento, e sul confronto anatomico con l’uomo moderno e con gli altri primati, diventa più definita quando vengono introdotti nuovi metodi di datazione, tra cui il carbonio-14 non è il più importante. Ma è solo con l’analisi del DNA che arrivano le novità più interessanti, man mano che aumentano le conoscenze sul genoma umano e si studia la diffusione dell’uomo sul pianeta. Dagli anni cinquanta e soprattutto in questi ultimi dieci anni, con lo sviluppo della genetica molecolare, si cerca di spiegare gli elementi di discontinuità dell’evoluzione umana che la teoria di Darwin trascurava. La selezione naturale, intesa come processo graduale di adattamento che trasforma l’organismo, non e più sufficiente per definire le linee di discendenza.

Tattersal sostiene l’idea che “La selezione naturale non può indurre la comparsa di nuovi caratteri, a prescindere da quali vantaggi teorici questi possano avere.” (p. 64)
Tutte le innovazioni fisiche sono prodotte da mutazioni (cambiamenti spontanei) che si verificano ininterrottamente nel DNA“. (p. 117)

Il DNA presente nei cromosomi di ogni cellula non sarebbe il risultato di un adattamento selettivo della specie umana, ma piuttosto la combinazione di mutazioni genetiche del tutto casuali all’interno di processi evolutivi che disegnano, visti oggi, una tendenza all’adattamento. Non vi sarebbe quindi nessuna legge naturale che determina l’evoluzione degli organismi viventi, ma sarebbe la mutazione genetica (spontanea) che offre occasioni di crescita e diffusione, e quindi di sopravvivenza ed evoluzione di una specie. Il patrimonio genetico racchiuso in ogni cellula è più complesso di quanto ancora non ci immaginiamo. Sappiamo poco sulle funzioni svolte dai diversi geni del DNA, ma “è stato chiarito che cambiamenti genetici strutturalmente piccoli possono produrre nuovi tipi adattativi e queste innovazioni talvolta risultano vantaggiose dal punto di vista evolutivo.” (p. 120)

[comm: Ciò permetterebbe di spiegare l’emergenza di mutamenti nell’evoluzione che non sono graduali e continui per effetto di un adattamento selettivo, ma discontinui e “improvvisi”. E ciò spiegherebbe anche perché non vi siano mai prove di quello che viene definito “anello di congiunzione” tra diverse linee evolutive.]

Secondo Tattersall Homo sapiens era anatomicamente diverso dagli altri ominidi, ma tutti vivevano nello stesso ambiente naturale, avevano conoscenze pratiche simili, forse anche il comportamento e l’organizzazione sociale avevano aspetti comuni.

Ian Tattersall

Quando appare Homo sapiens in Africa (200.000 anni), per esempio, l’uomo di Neandertal era già diffuso in tutta Europa. Le due popolazioni hanno convissuto in alcune zone e probabilmente si sono anche mescolate (sembra senza scambi genici significativi). L’uomo di Neandertal aveva un cervello più grande e dimostrava una buona abilità come artigiano e come cacciatore. Tuttavia, l’uomo di Neandertal si è estinto, mentre Homo sapiens ha continuato a diffondersi.

La differenza tra i due destini non può più essere spiegata soltanto come una capacità o incapacità di adattamento all’ambiente. Tattersall condivide l’idea di molti ricercatori che qualcosa di nuovo distingue Homo sapiens dagli altri ominidi a lui contemporanei: il pensiero simbolico. Questa capacità di esprimersi e di ragionare per simboli la ritroviamo nei reperti fossili solo 100.000 anni dopo l’apparizione di Homo sapiens, ma di certo era già presente nelle caratteristiche della specie. Il pensiero simbolico non nasce da un adattamento del cervello all’ambiente: sarebbe invece il risultato, come per tutte le innovazioni, di un exattamento “di tratti evolutisi inizialmente per altre funzioni o per effetto collaterale di altri cambiamenti (fisici e genetici) che vengono recuperati e cooptati in seguito“.

Le novità evolutive spesso si conservano anche se non vengono messe in pratica e, nel caso di Homo sapiens, la capacità di sviluppare un pensiero simbolico è rimasta nascosta, non riconosciuta, finché non è stata rilasciata grazie a uno stimolo che deve essere stato per forza di tipo culturale: la parte biologica, infatti, esisteva già.” (p. 239)

Questa abilità di manipolare simbolicamente l’informazione sarebbe “il frutto di una nuova conformazione mentale, un cambiamento nell’organizzazione interna e dei circuiti del cervello”. Saranno le neuroscienze a chiarire questi processi cerebrali. Ma resta l’evidenza che il pensiero simbolico appare solo nella linea di discendenza di Homo sapiens.

A partire dalle prime tracce certe, che vediamo nelle conchiglie bucate ritrovate in Africa (80.000 anni) per arrivare all’arte nelle grotte di Cro-Magnon (40.000 anni), lo sviluppo di un’espressione simbolica mostra una nuova capacità di elaborazione in forma astratta, che usa i segni e il linguaggio, e che è accompagnata da una nuova consapevolezza di sé (di una vita interiore) e degli altri individui. [nota 1]

Lo stimolo che ha risvegliato il pensiero simbolico può essere solo culturale e di due tipi: alcuni scienziati sostengono la “teoria della mente”, ossia lo sviluppo di un pensiero sempre più complesso per rispondere “alle pressioni di una socialità sempre più intensa“. Altri invece associano il nostro stile cognitivo al linguaggio: la creazione di un linguaggio convenzionale (a partire dal semplice “nominare”) potrebbe essere lo stimolo che ha permesso a Homo sapiens, ad un certo punto della sua evoluzione, di fare un salto “qualitativo” nel modo di pensare. Da una conoscenza intuitiva collegata al qui e ora della natura circostante, a una conoscenza simbolica e dichiarativa che sembrerebbe impossibile senza l’uso di un linguaggio comune. Ciò non significa, però, che gli altri ominidi, e il primo Homo sapiens, fossero privi di intelligenza. Tutt’altro, avevano già una cultura materiale. [nota 2]

Dall’analisi della documentazione archeologica risulta evidente che uno stile di vita complesso, una comprensione intuitiva e una chiarezza mentale fossero capacità già a disposizione degli ominidi ancora privi di un linguaggio simile al nostro.” (p. 248)

La combinazione di pensiero simbolico e linguaggio resta un’ipotesi [nota 3], ma spiegherebbe l’accelerazione con cui la società umana si è diffusa sul pianeta. Homo sapiens è più attivo tra gli ominidi nel confronto con la natura e mostra una maggiore capacità di iniziativa e inventiva che lo spinge persino a viaggiare dove neppure Neandertal ha osato avventurarsi [nota 4].

È evidente che il pensiero simbolico non si riduce alla parola: segni, disegni, e metterei anche suoni, appaiono nella vita di Homo sapiens a dimostrazione della sua capacita di comunicare e riflettere in un modo che gli altri animali non hanno.

Non conosciamo i processi mentali che hanno caratterizzato la crescita del pensiero simbolico e il ruolo che ha avuto l’uso del linguaggio, ma le attuali ricerche sul cervello permettono di fare qualche ipotesi, che Tattersall riporta. Cominciano ad emergere delle differenze tra il cervello umano e quello delle scimmie (strutturalmente simili) che spiegherebbero la capacità di elaborare informazioni. Per esempio si è scoperto che i neuroni fusiformi (o spindle) sono presenti in quantità maggiore nell’uomo, con il compito di “accelerare” la conduzione di impulsi tra aree cerebrali. Secondo il neurobiologo Geschwind “il linguaggio nasce grazie alla capacità fisica di compiere associazioni dirette tra le varie aree della corteccia cerebrale, senza passare attraverso i più antichi centri emotivi interni.” (p. 251) La corteccia cerebrale raggrinzita, il ruolo della corteccia prefrontale e il giro angolare sono altre differenze che le tecniche di brain imaging stanno mettendo in evidenza. Peccato che non c’è modo di sapere quale fosse la struttura del cervello degli ominidi!

A Tattersall non resta che immaginare: “È probabile che le eccezionali proprietà del cervello umano siano emerse in seguito ad aggiunte o modifiche relativamente piccole (e del tutto accidentali) di una complessa struttura che era già, per esattamento, quasi pronta a sviluppare il pensiero simbolico. Una minima modifica a una struttura già esistente (e indipendente) ha prodotto una nuova forma di interazione tra i componenti cerebrali, conferendo alla struttura di partenza una complessità senza precedenti.” (p. 253)

Le ultime pagine del libro riguardano il futuro dell’uomo. La nostra specie ha dimostrato di non integrarsi nell’ecosistema, e di avere sempre agito in modo opportunista con la natura, tanto che con la crescita demografica è in serio pericolo anche la sopravvivenza sul pianeta. “Siamo notoriamente poco abili nel prevedere i rischi, soprattutto quelli a lungo termine“. E nonostante le conoscenze acquisite, continuiamo a credere in cose folli: “le nostre capacità razionali e la nostra stravagante passione per le novità restano davvero notevoli“.

Non possiamo aspettarci che il rapporto uomo-natura possa cambiare per effetto di un mutamento, magari nel nostro cervello: “E una cosa è certa: questa esplorazione della nostra reale capacità non è affatto esaurita. Anzi, si potrebbe addirittura sostenere che è appena iniziata. Così, se gli auspici sembrano non portare a un significativo cambiamento biologico nella nostra specie, dal punto di vista culturale il futuro non ha limiti” (p.260).

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NOTE

nota 1Qualsiasi organismo ha un certo tipo di percezione di sé, opposta alla percezione degli altri… ogni animale può essere definito consapevole, a prescindere da quanto sia rudimentale la sua risposta agli stimoli esterni. D’altra parte la consapevolezza di sé è una proprietà decisamente peculiare alla nostra specie… Ognuno di noi, per così dire, è capace di pensare a se stesso come oggetto distinto dal resto della natura (e dal resto dei rappresentanti della nostra specie). Sappiamo a livello conscio di avere una vita interiore (e lo stesso vale per gli altri come noi). La risorsa intellettiva che ci permette di avere una simile consapevolezza è la capacità di sviluppare il pensiero simbolico.“(p. 84)

nota 2: «Non appena i membri del nostro genere Homo hanno acquisito la moderna forma del corpo divennero manifestamente mobili, come mai avvenuto in passato, diffondendosi fuori dall’Africa e raggiungendo rapidamente l’Asia orientale. Anche dopo, sembra che l’Africa abbia prodotto successive ondate di nuove specie di ominidi che si sono diffuse nel Vecchio Mondo. Tutto questo, evidentemente, è avvenuto sia grazie alla loro mobilità che alla loro adattabilità. Ma io vorrei suggerire: anche grazie al possesso di una cultura materiale». (intervista, 2013)

nota 3: “Il passaggio di Homo sapiens da specie non linguistica a specie dotata di linguaggio è una delle trasformazioni cognitive più sbalorditive che mai abbiano interessato un organismo. I dettagli di questa transizione probabilmente ci sfuggiranno sempre e qualsiasi ricostruzione è destinata a fornire una semplificazione eccessiva.” (p. 248)

nota 4: “La dispersione umana fu davvero rapida…una simile crescita della popolazione implica qualcosa di diverso in questi nuovi migranti, in particolare una capacità senza precedenti di sfruttare in modo intensivo l’ambiente.” (p. 225)

commento: Tattersall in questo libro ricostruisce non solo l’evoluzione degli ominidi sino all’uomo di Cro-Magnon, ma anche l’evoluzione della paleoantropologia, in rapporto con la successione dei ritrovamenti e delle diverse posizioni dei ricercatori. Compie una analisi investigativa e storica valutando dati e informazioni alla luce delle diverse discipline che verranno man mano coinvolte, e mettendo sempre in guardia da una facile antropoformizzazione nelle interpretazioni. Resta il fatto però che la parola più usata nel libro è “probabilmente”. Tattersall è certamente coraggioso perché usa bene l’immaginazione in un contesto scientifico ancora condizionato da convinzioni religiose e vecchie teorie, e soprattutto da tante incertezze. D’altra parte il pensiero simbolico serve anche a questo: a immaginare cosa c’è oltre il limite della propria condizione. Purché rimanga la consapevolezza, per lo scienziato, “che non è corretto considerare l’assenza di una prova come la prova di un’assenza”. Probabilmente!

Vedi anche: La seconda nascita di Homo sapiens, di Ian Tattersall , articolo pubblicato da MicroMega 1/2014 con sottolineature di Gabriella Giudici.

Tavola cronologia ominidi.

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