Missili e Macarena. Così la guerra in Iran è diventata un contenuto virale di Matteo Flora
Il confine svanito tra meme e comunicazione istituzionale
Se c’era un confine tra la comunicazione istituzionale e i meme, quel confine oramai è superato. Non c’è distinzione. Tutto diventa macchina di comunicazione. Tutto diventa meme. Tutto diventa dissimulazione e scherno. La guerra, la sua violenza, le bombe intelligenti, i morti sotto l’intelligenza delle bombe. Ogni cosa è parte di una comunicazione improntata all’ostentazione di potenza e efficienza. Da mostrare al proprio interno, per rafforzare il sentimento patriottico. E al proprio esterno, ai propri nemici.
Il cambio di cornice cognitiva: dalla guerra alla partita
Non è una semplice metafora. È qualcosa di più sottile. Di più subdolo. È una sostituzione cognitiva. Lo spettatore, prima ancora di pensarci, sente che sta guardando un videogioco. Non percepisce la guerra. Percepisce il gioco. Il Sistema 1, il sistema di pensiero veloce, automatico, pre-razionale che Kahneman ha descritto in Thinking, Fast and Slow, ha già classificato l’esperienza come intrattenimento prima che il Sistema 2 abbia il tempo di intervenire con la domanda più importante: “ma quelli sono morti veri?”. E quando il Sistema 2 arriva, il frame è già impostato; e nel frame del gioco, i morti non sono morti, sono punteggio.
La Macarena e l’architettura della leggerezza
La Macarena è uno dei brani più profondamente codificati nell’immaginario pop occidentale come musica da festa, da ballo collettivo, da leggerezza assoluta. Associarla a immagini di bombardamenti crea quello che i neuroscienziati chiamano incongruenza affettiva, una condizione in cui il cervello riceve due segnali contraddittori, festa e distruzione, e deve risolvere il conflitto. In condizioni normali, in un contesto dove l’attenzione è piena e il consumo è lento, vincerebbe il segnale più grave. Ma in un feed social, dove l’attenzione è frammentata e lo scroll è il gesto dominante, vince il segnale emotivamente più accessibile: la musica. Il risultato è che la guerra viene assorbita dentro il registro della festa. Non negata, non minimizzata, assorbita, che è molto più efficace della negazione perché non lascia nulla contro cui opporsi.
L’affondo più inquietante. L’istituzione che diventa un meme
l’istituzione non opera più nel frame della comunicazione istituzionale. Ha scelto il frame del meme. È essa stessa la logica del meme. E nel frame del meme, la critica viene metabolizzata come engagement, il dissenso diventa amplificazione, l’indignazione fa visualizzazioni. È un sistema che si autoalimenta, e la cosa più brillante e più terrificante è che è by design. È fatto apposta per essere così. E non può che essere così.
Le istituzioni come content creator di guerra
La realtà sociale è costruita, non scoperta, e ciò che viene ripetuto abbastanza a lungo diventa, semplicemente, il modo in cui le cose sono… video di operazioni militari montati come contenuti di intrattenimento, sta costruendo una nuova normalità: la guerra come content. E l’istituzione come content creator di guerra.
La ricerca sulla gamification dell’estremismo mostra che l’esposizione ripetuta a contenuti violenti in formato ludico produce tre effetti misurabili: desensibilizzazione emotiva, disimpegno morale progressivo e normalizzazione.
Il doppio pubblico: l’influencer e la comunicazione istituzionale
A Dubai i governanti girano per i centri commerciali, ostentano tranquillità, dicono che tutto va bene… Diffondono l’immagine di tranquillità all’interno, e ostentano sicurezza all’esterno… Ogni verità alternativa a quella delle istituzioni è accusata di essere disinformazione. E la sua diffusione è perseguita. Punita.
Le parole determinano cosa è pensabile, cosa è possibile
Lakoff ci ha insegnato che i frame, le cornici concettuali, non sono decorazione del pensiero. Sono in qualche modo la struttura stessa del pensiero. Non “pensiamo e poi scegliamo le parole,” le parole e le immagini e i suoni determinano cosa è pensabile”.
E chi governa il significato governa il destino. In questo momento il frame dice che la guerra è una partita, e che l’America sta vincendo. E la cosa che dovrebbe preoccuparci di più non è che qualcuno ci creda. Ma che a furia di vederlo ripetuto, diventi semplicemente il modo in cui le cose sono. La verità. L’unica verità.