Rage-room

Una donna cammina sul marciapiede, nelle mani tiene un tulipano con un lungo gambo. Sorride mentre colpisce con il tulipano i finestrini delle auto parcheggiate e manda in frantumi il vetro. Pipilotti Rist, “Ever is Over All”, 1997.

 

“Non ho mai pensato a me stessa come a una persona particolarmente violenta. Sono cresciuta in una casa in cui il monopolio della rabbia apparteneva a mia madre: a noi restavano la frustrazione, il senso d’impotenza, un’aggressività che si poteva esprimere al massimo tramite frecciatine e lacrime furiose agli occhi. Non sono mai stata in una rissa. Al massimo, quando qualcuno mi molesta per strada, lo mando affanculo. So però che c’è una parte di me, nemmeno troppo nascosta, che vuole spaccare tutto. È la a parte di me che ha lanciato quei sacchi e spaccato quel bicchiere; quella che una volta ha distrutto il libro peggiore che aveva in casa strappandolo pagina dopo pagina come una margherita; quella che per mesi ha sognato tutte le notti di regolare conti con una persona che aveva tradito la mia fiducia in modo ripugnante a pugni, calci, capelli strappati.”

Quando arrivi in una rage room c’è un dipendente che ti spiega le regole. All’interno non c’è un orologio, mi ha detto. Il tempo è scandito da quattro canzoni scelte da loro, puoi distruggere tutto ciò che trovi nella stanza, stai attenta a non farti male in modo stupido. Urla, bestemmia, fai quello che vuoi. Hai quindici minuti. Le protezioni te le danno loro…La prima canzone è era Numb, dei Linkin Park. Ho preso in mano una spranga e ho fatto a pezzi uno specchio. È stato bellissimo… Alla seconda canzone avevo già notato che se scagli una bottiglia contro un muro non è detto che non rimbalzi… Alla terza – ricordo solo che erano i Rolling Stone – mi ero stancata di inveire su un vecchio juke box con una mazza da baseball… Alla quarta sapevo che quindici minuti non possono nemmeno cominciare a scalfire una vita di rabbia, ma che sarei stata troppo stanca per continuare. Per giorni, poi, i muscoli delle mie braccia chiedevano pietà a ogni movimento.

La rabbia femminile è ancora un tabù, di viola Stefaniello