Cretto di Burri: monumento o scultura

Nel cemento racchiuse le macerie di Gibellina, piccolo paese della Sicilia distrutto dal terremoto il 15 gennaio 1968.

19273_Gibellina

L’idea di Alberto Burri per commemorare il piccolo paese devastato e abbandonato fu quella di chiudere le macerie di ogni casa nel perimetro dell’edificio con una colata di cemento. Di Gibellina resta solo la traccia dei vicoli dentro una macchia grigia sul pendio della collina. Nessun segno, nome o indicazione che possa farci  ricordare o distinguere un luogo da un altro.

Le foto sono di fine agosto 2014, e rendono la situazione di abbandono: crepe, buchi da cui escono piante e rami. Anche la zona circostante è abbandonata a se stessa. Ci sono segni di piccoli incendi, e tanta sterpaglia. Qualche lucertola. Ci sono i segni di lavori in corso, qualche rete arancione, transenne, un cartello del comune.  Pare che i lavori di restauro iniziati allora si siano conclusi a fine giugno 2015. (Agi.it – 22 luglio 2015)

Le foto recenti si possono vedere su flickr.com. Ora il cretto di Burri ha preso l’aspetto di una grande tomba. In alcune immagini pubblicate da flickr si vedono gli effetti del restauro e dello sbiancamento. Attorno una terra desolata che rende ancora più forte il senso di un monumento funebre.

Preferivo prima. Certo, l’abbandono non era bello ma almeno dava anche il senso di una speranza, di una natura che distrugge e poi riemerge, ricomincia. Il cretto di Burri mi sembrava una scultura, così mi sembra un monumento!

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