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a cura di Claudio M. Degola

Parole manomesse

Gianrico Carofiglio: La nuova manomissione delle parole, 2021

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quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi. (p.20)

Oltre la sciatteria, la banalizzazione, l’uso meccanico della lingua, esiste però un fenomeno più grave, inquietante e pericoloso: un processo patologico di vera e propria conversione del linguaggio all’ideologia dominante. Un processo che si realizza attraverso l’occupazione della lingua, la manipolazione e l’abusivo impossessamento di parole chiave del lessico politico e civile.

È un fenomeno riscontrabile nei media, nella produzione letteraria e, soprattutto, nella vita civile e politica, sempre più segnata da stilemi e contenuti che richiamano alla mente le pagine di Orwell. (p.24)

George Steiner ha osservato che le ideologie cosiddette competitive, come il nazismo – e io aggiungerei: il fascismo e altre, meno palesemente totalitarie, che oggi si stanno diffondendo anche in Europa –, non producono lingue creative, e solo di rado elaborano nuovi termini: molto più spesso “saccheggiano e decompongono la lingua della comunità”, manipolandola e usandola come un’arma. (p.34)

Klemperer osserva: “No, l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. […] Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”. (p.35)

L’usurpazione, il furto delle parole è un fenomeno lento, progressivo e ricorrente. (p.39)

Libertà e liberismo non sono sinonimi: mettere insieme i due concetti, confondendoli, significa inquinare le parole e la verità, e per conseguenza gli argomenti del dibattito politico e civile. (p.43)

L’amore – come l’odio – non consente l’argomentazione, il dubbio critico, la mediazione, “che sono figure essenziali della buona politica”: la mozione degli affetti, l’evocazione del sentimento prepolitico permette, tuttavia, di catturare incondizionatamente un consenso fondato sugli istinti, non sulla ragione. (p.44)

foto si gattini usate da Salvini (p.48)

Sarà bene riflettere sulle degenerazioni cui può condurre l’enfasi del “fare”, usato assolutamente e senza oggetto come piace a molti: un “fare” astratto e indeterminato che, proprio per fondarsi sul primato dell’azione e non del pensiero, rischia di essere, nel migliore dei casi, un contenitore vuoto. Ne consegue, fatalmente, il disprezzo retorico, e pericolosissimo, per le “parole”, che invece fondano l’azione e la iscrivono in un panorama di senso. Da Berlusconi a Renzi, e oltre. (p.50)

Logos significa parola, discorso, lingua, racconto. Si connette al verbo lego, che indica le azioni del raccontare, del parlare: ma anche, già in Omero, del mettere insieme, del raccogliere, del disporre le cose l’una accanto all’altra secondo un ordine razionale, dello scegliere con attenzione. Nella letteratura filosofica greca il significato di logos si allarga a indicare le parole che distinguono le cose tra loro, i rapporti esistenti fra le cose.

Ma è anche la frase costruita nel rispetto dell’ordine e della ratio grammaticale, una struttura coerente del pensiero in cui l’ordine delle parole rispecchia l’ordine delle cose. Secondo Aristotele, il logos è proprio dell’essere umano, perché solo l’essere umano parla e capisce. Il logos – la parola, il pensiero, la capacità di scegliere, l’abilità di raccontare – distingue l’uomo da tutte le altre creature viventi. (p.52)

Vergogna (p.55)

Giustizia (63)

Ribellione (p.75)

Bellezza (p.83)- Albert Camus: “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. La sua norma, che nell’atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità, è anche quella della rivolta. […] Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti della storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell’uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte a un mondo che la insulta”. 

Scelta (p.87)

Popolo (97) – Nel saggio intitolato Il fascismo eterno, Umberto Eco ha scritto: “Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto a giocare il ruolo del popolo. Il popolo è così solo una finzione teatrale”.

Il popolo è base legittimante dello Stato democratico, nel quale risiede la sovranità. Passare da questa nozione al dire che il popolo è un’entità omogenea e che si può parlare di volontà popolare unitaria è operazione gravemente manipolatoria.

È l’enfasi su una (inesistente) volontà comune che permette ai populisti di semplificare, anzi di banalizzare. Se c’è una sola volontà del popolo, allora non ci sono più sfumature, non è più necessario affrontare la complessità. È una visione rassicurante e ansiolitica: c’è una sola risposta giusta ai problemi del nostro tempo, non occorre pensare, non occorre impegnarsi.

Le storie ci danno gli strumenti per immaginare come sia essere altro da noi: in questo modo, esse alimentano l’empatia, che è elemento e funzione necessaria dell’essere cittadini, dell’immaginarsi parte di una comunità di persone drasticamente diverse e insieme profondamente simili. (p.102)

Il popolo omogeneo, monocratico e immaginario del discorso populista è la clava di ogni autoritarismo, più o meno palese, più o meno mascherato. È una nozione incompatibile con l’idea di libero dibattito, di dubbio, di discussione, di pluralismo, che è la linfa vitale della democrazia. (p.103)

Giustizia contributiva – Michael Sandel: “Da Aristotele alla tradizione repubblicana americana, da Hegel all’insegnamento sociale cattolico, le teorie della giustizia contributiva ci insegnano che siamo compiutamente umani quando contribuiamo al bene comune e ci guadagniamo la stima dei nostri concittadini per i contributi che offriamo. Secondo questa tradizione, il desiderio umano fondamentale è quello di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune.” (p.104)

Immaginare un linguaggio significa, sempre, immaginare una forma di vita. Scrivere è, sempre, un’esplorazione allo stesso tempo di sé e del mondo, un viaggio di scoperta, una ricerca di senso, il gesto politico e rivoluzionario di chiamare le cose con il loro nome. Scrivere è essere qui.(p.108)

Rivolta

La rivolta, di Donatella Di Cesare, conferenza

Rivolta è una parola prettamente italiana, dal verbo rivolgere. Nasce nelle città italiane. Machiavelli introduce nella sua teoria politica la parola STATUS, per indicare una forma di governo stabile, immutabile. Rivolta esprime un forte rifiuto dell’autorità, indica innanzi tutto un voltafaccia, cambiare parte, sottrarsi all’obbedienza. Con la rivoluzione francese il termine rivolta compete con quello di rivoluzione.

Luigi XVI: È una rivolta? Liancourt: No sire, è una rivoluzione!

Rivoluzione è presa del palazzo. La rivolta è un moto spontaneista, è caotica e non aggredisce veramente il potere. Non sa governare e non sa governarsi.

Il simbolo della rivoluzione è la locomotiva: rivoluzione e progresso. 

Benjamin è il primo a mettere in dubbio questa cinetica rivoluzionaria: vede criticamente il progresso. Si lascia alle spalle una concezione dialettica della storia e vede la catastrofe del capitalismo avanzato. La rivoluzione è tirare il freno di emergenza.

Che ne è della rivolta dopo la caduta del muro di Berlino? Oggi politica statocentrica, nazional-sovranistica. 

Spinoza. Indignazio non è soltanto una reazione etica ma una risposta politica suscitata dall’abuso di potere.

Fino a qualche decennio fa erano le fabbriche e le università i luoghi da cui si scendeva in piazza. Il lavoro e lo studio non creano più comunità.

Si scende in piazza per avere un faccia a faccia con il potere. Il potere non ha nome, non ha indirizzo, non capiamo dove sta. Molti sono convinti che dietro ai governanti ci siano i burattinai, Noi non riusciamo ad avere un rapporto con il potere perché non sappiamo dove a chi fare riferimento, i cittadini si sentono ingannati.

Il complottismo è un’arma di depoliticizzazione di massa.

Lo spazio pubblico è un’architettura politica, disegnata dal potere che decide chi ha diritto di apparire.

Lo Stato conduce una guerra contro i migranti con la complicità dei cittadini, che accettano di respingere. 

La rivolta è un fenomeno come la migrazione: viene presentato come qualcosa di caotico di disordinato.

La disobbedienza è diventato un valore solo nella seconda metà del novecento: da processo ad Heichman.

Gandi, Luther King: disobbedienza valore costitutivo, diritto del cittadino.

 

 

Ever is Over All

Pipilotti Rist, “Ever is Over All”, 1997.

Una donna cammina sul marciapiede, nelle mani tiene un tulipano con un lungo gambo. Sorride mentre colpisce con il tulipano i finestrini delle auto parcheggiate e manda in frantumi i vetri.

 

“Non ho mai pensato a me stessa come a una persona particolarmente violenta. Sono cresciuta in una casa in cui il monopolio della rabbia apparteneva a mia madre: a noi restavano la frustrazione, il senso d’impotenza, un’aggressività che si poteva esprimere al massimo tramite frecciatine e lacrime furiose agli occhi. Non sono mai stata in una rissa. Al massimo, quando qualcuno mi molesta per strada, lo mando affanculo. So però che c’è una parte di me, nemmeno troppo nascosta, che vuole spaccare tutto. È la a parte di me che ha lanciato quei sacchi e spaccato quel bicchiere; quella che una volta ha distrutto il libro peggiore che aveva in casa strappandolo pagina dopo pagina come una margherita; quella che per mesi ha sognato tutte le notti di regolare conti con una persona che aveva tradito la mia fiducia in modo ripugnante a pugni, calci, capelli strappati.”

La rabbia femminile è ancora un tabù, di Viola Stefaniello

Kojève: passare all’azione

“Barre non ha mai nascosto la fascinazione per Kojève, in particolar modo per l’efficacia e la concretezza nel far profittare il pensiero nell’azione

“Barre ha sempre pensato che quando il filosofo si scherniva d’esser un «marxista di destra», o quando diceva che in fondo Henry Ford era il solo marxista ortodosso dopo Marx, oltre che dar sfoggio dell’innata attitudine alla provocazione, Kojève mostrasse una profonda comprensione di Marx. Barre era convinto che Kojève, da hegeliano, avesse compreso Marx molto di più e meglio dei patentati marxisti ortodossi. E soprattutto la sua comprensione di Marx non gli aveva impedito di passare all’azione: un’azione che metteva in pratica esattamente al ministero dell’Economia nazionale…” (Marco Filoni, Limes n° 6, 2009)

Raymond Barre: Alexandre Kojève, il consigliere del principe (traduzione di Marco Filoni) Pubblicato il Aggiornato il

“Chi era Alexandre Kojève? era un uomo elegante, dall’indiscutibile fascino slavo, uno sguardo penetrante dietro quegli occhi indagatori, ironico e sarcastico con, aggiungerei, un certo gusto per la provocazione. Era ciò che sconcertava Raymond Aron. Ora, ho conosciuto bene Aron, e posso dire che non era affatto facile sconcertarlo. Considerava Kojève il più grande filosofo del nostro tempo, ma non è mai riuscito a comprendere le sue posizioni politiche – in particolare riguardo allo stalinismo e alla Russia sovietica. Penso che Kojève si divertisse un po’ a dire ad Aron d’essere uno staliniano di stretta osservanza.”

Bernard Clappier, Olivier Wormser e Kojève formavano il famoso trio che gettava scompiglio nelle conferenze internazionali.

“Raymond Aron. Ora, ho conosciuto bene Aron, e posso dire che non era affatto facile sconcertarlo. Considerava Kojève il più grande filosofo del nostro tempo, ma non è mai riuscito a comprendere le sue posizioni politiche – in particolare riguardo allo stalinismo e alla Russia sovietica. Penso che Kojève si divertisse un po’ a dire ad Aron d’essere uno staliniano di stretta osservanza.”

“A seconda dell’interlocutore e della situazione, Kojève ha mostrato molti più volti di qualsiasi altra persona abbia mai conosciuto in vita mia. Quando diceva d’essere «la coscienza di Stalin», mi sono sempre chiesto se quest’affermazione non costituisse una parte del gioco di cui si compiaceva. Sono sicuro di sì. Gioco è una parola molto importante. Non dimentico quello che, un giorno, mi ha detto Kojève: «La vita umana è una commedia. Bisogna recitarla seriamente».”

“Era rispettato e stimato, ma quando si trattava di esaminare un dossier, aveva lo straordinario dono di presentare argomenti che mandavano nel caos tutti gli altri. Solo allora, quando la confusione regnava sovrana, eccolo che se ne veniva fuori con una nuova idea grazie alla quale si conciliavano tutte le diverse posizioni.”

Con riferimento a quanto accade oggi con la politica dei dazi di Trump è interessante guardare alla trattativa condotta anche da Kojève per l’accordo di Roma sul mercato comune, in cui si abbassarono progressivamente i diritti di dogana. Sempre negli stessi anni Kojève si mostrò convinto della necessità di aiutare i paesi in via di sviluppo facendo sì che potesero avere un proprio mercato. L’impegno di Kojève fu quello di convincere l’Europa a contrastare la preponderanza dei capitali americani.

” Per la Francia, e non solo nell’epoca che stiamo rievocando, la grande difficoltà nelle negoziazioni internazionali era quella di impedire che gli altri partner si accordassero fra loro per far valere i propri interessi… Abbiamo detto di come Kojève fosse in grado di sparigliar le carte nelle discussioni dei Comitati ai quali partecipava in qualità di membro della delegazione francese. Ma era anche convinto che bisognasse rilanciare in chiave liberale. Annunciando magari una misura particolarmente importante, la Francia avrebbe potuto mostrarsi capace di resistere alle opposizioni che si manifestavano e così volgere a proprio favore la situazione.”

 

 

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