contenitori di memoriaappunti, schede, commentia cura di Claudio M. Degola
a cura di Claudio M. Degola

Vanità, solo vanità

Después de la crisis
Manuel Castells – La Vanguardia  21/02/2009 (fonte: cienciasyarte)

Nell’articolo Castells ci spiega che questa crisi finanziaria ed economica non è la fine del capitalismo, ma che dobbiamo pensare a “un nuovo tipo di capitalistico in cui sistema finanziario abbia un ruolo di appoggio e non di motore, e che includa un “calcolo” ecologico e sociale, non solo monetario“. Secondo Castells anche il modello welfare e la ridistribuzione delle ricchezze sostenuta dalle sinistre non può bastare, perché disoccupazione e indebitamento pubblico non lo permettono più. Conclusione: in compenso aumenterà il nostro tempo libero.

“Vivimos en una peligrosa fantasía. A saber, que esto es un mal trago, pero que en unos meses o máximo un año la crisis económica habrá pasado y todo volverá a ser como antes. Pues no. Nunca volverá a ser como antes.”

“No es que salgamos del capitalismo, sino de la forma de capitalismo global que ha caracterizado el mundo en los últimos veinticinco años. Un modelo triunfante, de idolatría de un mercado al que se le suponía un automatismo benevolente de creación y reparto de riqueza y, de paso, garante de la libertad individual, conectando países a lo largo de su marcha triunfal en todo el planeta, obviando gobiernos y desoyendo reguladores, propulsado por una revolución tecnológica también teñida con tintes libertarios. Vanidad y todo vanidad.”

“De modo que sabemos de dónde salimos pero no adónde vamos. Lo único seguro es que su consumo de bienes y servicios bajará y su tiempo para vivir aumentará. A condición de que no se haya olvidado de vivir y no le atenace la angustia de cómo salir del entramado de deuda en el que perdió sus mejores años. Después de la crisis económica, la esperanza de una nueva cultura.”

Commento:  secondo Castells cambierà tutto, tranne il capitalismo (sistema basato sul profitto) che dovrà confrontarsi  con ambiente e problemi sociali –  e con la speranza che aumenti la trasparenza e condivisione delle scelte anche nell’amministrazione dell’economia. La sua idea è dunque “esperanza” in una nuova cultura. Un po’ poco.

Internet: arma delle classi medie

Brano tratto da un blog francese sui media.

Crise de la presse: moins une question de qualité des contenus que de clivages sociaux

di Emmanuel ecosphere.wordpress.com

“La vera questione di fondo: una lotta per il potere e l’attrito tra le classi sociali. L’Internet permette l’espressione di una comunità che non si sente rappresentata dalla sua élite, i suoi giornali. La frattura si estende nel cuore delle redazioni, e trancia  i partiti politici …

Internet è lo strumento della rivincita delle classi medie che vedono sfumare le prospettive di un progresso sociale. E’ il media dei colletti bianchi che sentono di essere in un processo di proletarizzazione e che cercano di allearsi, ovviamente, con le professioni intellettuali sempre più marginalizzate rispetto al potere economico. Tra questi, molti sono giornalisti.

Questo spiega perché  la frattura divide le redazioni e perché alcuni hanno bisogno di far valere più del necessario la questione del contenuto diventato illegittimo (non dico che questa critica sia completamente infondata).

In realtà è una battaglia per la presa del potere rispetto alle funzioni d’intermediazione. E come per ogni lotta che si dice rivoluzionaria, chi la porta avanti lo fa nel nome del popolo e della democrazia, per instaurare alla fine nient’altro che un sistema equivalente ma rinnovato.”

I disinformati salvano la democrazia

L’informazione e la comunicazione tendono a manipolare l’individuo. Soprattutto in politica il consenso può essere facilmente condizionato da una minoranza ostinata o estremista per favorire i propri interessi. Non c’è differenza tra uomini e altri animali  secondo questa ricerca condotta da un gruppo di scienziati. Sembra inoltre che  tra gli animali, e quindi tra gli uomini, vi sia anche l’antidoto a questa caduta nell’autoritarismo di pochi su molti: sono i disinformati, quelli che non sono manipolati direttamente da gruppi di potere,  e che non hanno un’opinione precisa o schierata. La presenza di “ignoranti” in tutti i gruppi sociali sarebbe dunque la garanzia di una più democratica soluzione ai problemi. La ricerca dimostrerebbe inoltre  che nei processi decisionali umani avviene qualcosa di simile alle forme di auto-organizzazione che troviamo in natura.

Uninformed Individuals Promote Democratic Consensus in Animal Groups

“Conflicting interests among group members are common when making collective decisions, yet failure to achieve consensus can be costly. Under these circumstances individuals may be susceptible to manipulation by a strongly opinionated, or extremist, minority. It has previously been argued, for humans and animals, that social groups containing individuals who are uninformed, or exhibit weak preferences, are particularly vulnerable to such manipulative agents. Here, we use theory and experiment to demonstrate that, for a wide range of conditions, a strongly opinionated minority can dictate group choice, but the presence of uninformed individuals spontaneously inhibits this process, returning control to the numerical majority. Our results emphasize the role of uninformed individuals in achieving democratic consensus amid internal group conflict and informational constraints.”

“Our work provides evidence that uninformed individuals play an important role in consensus decision-making: By enforcing equal representation of preferences in a group, they promote a democratic outcome. This provides a new understanding of how informational status influences consensus decisions and why consensus decision-making may be so widespread in nature . Furthermore, these results suggest a principle that may extend to self-organized decisions among human agents.”

2011 (Lain D. Couzin, Christos C. Ioannou, Güven Demirel, Thilo Gross, Colin J. Torney, Andrew Hartnett, Larissa Conradt, Simon A. Levin, Naomi E. Leonard)

Se non lo faremo noi, lo faranno altri

“Guasto è il mondo”, di Tony Judt.

“C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono.
Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo.
Erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta. Dobbiamo reimparare a porci queste domande. Abbiamo visto come lo spettro del terrorismo sia sufficiente a seminare lo scompiglio in democrazie stabili.
I cambiamenti climatici avranno conseguenze ancora più drammatiche. Le persone saranno costrette a far ricorso alle risorse dello Stato, si rivolgeranno ai loro leader e rappresentanti politici per chiedere protezione: le società aperte torneranno a ripiegarsi su se stesse, sacrificando la libertà in nome della ‘sicurezza’. La scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato. Spetta a noi, dunque, riconsiderare il ruolo del governo. Se non lo faremo noi, lo faranno altri.”

Debord: società dello spettacolo

Appunti

Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967 (edizione pdf Stampa alternativa, 2006)

cap 3 – “Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. E’ l’autoritratto del potere all’epoca della sua gestione totalitaria delle condizioni d’esistenza. L’apparenza feticistica della pura oggettività nelle relazioni spettacolari nasconde il loro carattere di relazione tra uomini e tra classi: una seconda natura sembra dominare il nostro ambiente con le sue leggi fatali. Ma lo spettacolo non è un prodotto necessario dello sviluppo tecnico visto come sviluppo naturale. La società dello spettacolo è al contrario la forma che sceglie il proprio contenuto tecnico.” 

cap 27 – “Così l’attuale “liberazione del lavoro”, l’aumento del tempo libero, non è affatto liberazione nel lavoro, né liberazione da un mondo foggiato dal lavoro. Nulla dell’attività rubata nel lavoro può ritrovarsi nella sottomissione al suo risultato.”

cap 31 – “Lo spettacolo è la carta geografica di questo nuovo mondo, carta che ricopre esattamente il suo territorio.”

cap 36 – “È il principio del feticismo della merce, il dominio sulla società da parte di «cose sensibilmente sovrasensibili», che si compie in modo assoluto nello spettacolo, dove il mondo sensibile si trova sostituito da una selezione di immagini che esiste al di sopra di esso, e che nello stesso tempo si è fatta riconoscere come il sensibile per eccellenza.” 

cap 40 – “L’abbondanza delle merci, cioè del rapporto mercantile, non può essere che la sopravvivenza aumentata.”

cap 44 – “Lo spettacolo è una guerra dell’oppio permanente per far accettare l’identificazione dei beni con le merci; e dell’ap- pagamento con la sopravvivenza che aumenta secondo le proprie leggi. Ma se la sopravvivenza consumabile è qualcosa che deve aumentare sempre, è perché essa non cessa di contenere la privazione. Se non c’è nessun aldilà della sopravvivenza aumentata, nessun punto in cui essa potrebbe cessare la sua crescita, è perché essa stessa non è al di là della privazione, ma è la privazione divenuta più ricca.”

cap 67 – “L’uomo reificato ostenta la prova della sua intimità con la merce. Come nell’esaltazione dei convulsionnaires o dei miracolati del vecchio feticismo religioso, il feticismo della merce raggiunge dei momenti di eccitazione fervente. Qui, il solo uso che si esprime ancora è l’uso fondamentale della sottomissione.” 

cap 108 – “Quando l’ideologia, divenuta assoluta con il possesso del potere assoluto, si è trasformata da una conoscenza parcellare in una menzogna totalitaria, il pensiero della storia è stato così perfettamente annientato che la storia stessa, al livello della conoscenza più empirica, non può più esistere.”

cap 110 – “L’ideologia ha certamente perduto la passione per la sua affermazione positiva, ma ciò che permane della sua trivialità indifferente ha ancora la funzione repressiva di proibire la minima concorrenza, di tenere schiava la totalità del pensiero.”

cap 168 – “Sottoprodotto della circolazione delle merci, la circolazione umana considerata come un consumo, il turismo, si riduce fondamentalmente alla facoltà di andare a vedere ciò che è diventato banale. L’organizzazione economica della frequentazione di luoghi diversi è già di per sé stessa la garanzia della loro equivalenza. La stessa modernizzazione che ha tolto il tempo dal viaggio, gli ha tolto anche la realtà dello spazio. “

cap 208 – “Il détournement è il contrario della citazione, dell’autorità teorica sempre falsificata per il solo fatto di essere divenuta citazione; frammento strappato al suo contesto, al suo movimento, e infine alla sua epoca come riferimento globale e all’opzione precisa che era all’interno di quel riferimento, esattamente riconosciuta o erronea. Il détournement è il linguaggio fluido dell’anti-ideologia. Esso si manifesta nella comunicazione che sa che non può pretendere di detenere al- cuna garanzia in sé e definitivamente. Esso è, nel suo punto più alto, il linguaggio che non può essere confermato da nessun riferimento antico e sovra-critico. È al contrario la propria coerenza, in sé stesso e con i fatti praticabili, che può confermare l’antico nucleo di verità che esso richiama. Il détournement non ha fondato la sua causa su niente di esterno alla propria verità come critica presente.”

cap 212 – “L’ideologia è la base del pensiero di una società di classe, nel corso conflittuale della storia”

cap 214 – “L’ideologia, che tutta la sua logica interna conduceva verso l’«ideologia totale», nel senso di Mannheim, dispotismo del frammento che si impone come pseudo-sapere di un tutto congelato, visione totalitaria, è ora compiuta nello spettacolo immobilizzato della non-storia. Il suo compimento è anche la sua dissoluzione nell’insieme della società. Con la dissoluzione pratica di questa società deve scomparire l’ideologia, l’ultima irragionevolezza che blocca l’accesso alla vita storica.”

cap 215 – “Lo spettacolo è l’ideologia per eccellenza, poiché espone e manifesta nella sua pienezza l’essenza di ogni sistema ideologico: l’impoverimento, l’asservimento e la negazione della vita reale.”

Il potere in pochi punti nodali

Marc Augé: “Nel mondo delle reti globalizzate, la competenza scientifica, il potere economico e il potere politico si concentrano in pochi punti nodali. Ciò che comparirà, che è già comparso, all’orizzonte delle nostre aspettative, non è una democrazia diffusa su tutta la Terra bensì un’oligarchia planetaria dominata da tutti coloro che sono in qualche modo collegati alla sfera del potere politico, scientifico ed economico, mantenuto e riprodotto dalla massa degli utilizzatori passivi quali sono i consumatori costretti al dovere di consumare, ma anche dalla massa sconfinata di tutti gli esclusi dal sapere e dai consumi.” (Siamo tutti condannati all’utopia, Micromega 14 marzo 2014)

Il gesto comune

Papa Francesco arriva a Fiumicino con l’auto di rappresentanza. Scende con la sua immancabile borsa, si gira e chiude la porta. Un gesto normale, quotidiano. Un gesto che di solito i “personaggi pubblici” non fanno quando si trovano davanti all’occhio delle telecamere. È una  lezione per il marketing del Vaticano e per tutti quelli che curano l’immagine dei “politici”. 

La forza di questo papa è di comportarsi come una persona comune, e di usare il buon senso anche nei momenti circondati da un’aura di importanza o solennità.

Da una parte sono “contento” di questo personaggio. Dall’altra mi sembra la dimostrazione che la Chiesa cattolica riesce a recuperare la “realtà”, o forse solo i gusti del Grande Pubblico, molto più rapidamente della “politica”. In Italia sicuramente, in altri paesi è diverso. E poi ha alle spalle 2000 anni di strategie per acquisire consenso, sia con la spada che con l’amore. Oggi aggiunge il “gesto comune”.

pope
Papa Francesco nell’aeroporto di Fiumicino scende dall’auto per imbarcarsi sull’aereo diretto ad Amman.

video

papa

Capitalismo e (dis)ordine

Giovanni-Arrighi

Sottolineature da:
Capitalismo e (dis)ordine mondiale, di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver, 2001

Cicli sistemici di accumulazione e transizioni egemoniche.

Tre osservazioni strettamente connesse.
La prima osservazione è che l’inizio e la fine del ventesimo secolo sono periodi largamente comparabili, accomunati soprattutto dalla centralità che in essi assume il “capitale finanziario”.
La seconda osservazione deriva dall’argomento di Fernand Braudel secondo cui la finanziarizzazione del capitale è una caratteristica ricorrente del capitalismo storico fin dal sedicesimo secolo.
La terza osservazione è che i periodi di espansione finanziaria non sono solo espressione dei processi ciclici del capitalismo storico; sono altresì momenti di grande riorganizzazione del sistema-mondo capitalistico, momenti che chiamiamo “transizioni egemoniche”.

Quattro cicli sistemici di accumulazione.
Un ciclo genovese iberico, dal XV secolo agli inizi del XVII.
Un ciclo olandese dalla fine del XVI secolo fino a buona parte del XVIII.
Un ciclo britannico , dalla seconda metà del XVIII secolo agli inizi del XX.
Un ciclo statunitense, che ha avuto inizio alla fine del XIX ed è proseguito fino all’attuale fase di espansione finanziaria.

A – espansioni materiali sono legate all’emergere di un particolare blocco di agenzie governative e imprenditoriali capace di guidare il sistema verso una più ampia e profonda divisione del lavoro che crea le condizioni per rendimenti crescenti dei capitali investiti nel commercio e nella produzioni.
B – L’investimento di una massa sempre maggiore di profitti nell’ulteriore espansione del commercio e della produzione conduce inevitabilmente, come ha suggerito Braudel, a un’accumulazione di capitale su una scala eccedente la capacità degli ordinari canali di investimento. I rendimenti diventano decrescenti e le pressioni competitive si intensificano, e si pongono le basi del cambiamento di fase dall’espansione materiale a quella finanziaria.
Le espansioni finanziarie sono l’autunno delle strutture egemoniche.

Transizioni egemoniche

Le crisi egemoniche sono caratterizzate da tre processi distinti ma strettamente correlati.
1- intensificazione della concorrenza tra stati e tra imprese.
2- escalation dei conflitti sociali.
3- emergenza interstiziale di nuove configurazioni di potere.

Le crisi egemoniche hanno portato al crollo egemonico e al caos sistemico.

Le espansioni finanziarie sono state un aspetto integrante delle crisi egemoniche passate e presenti…. Ma Il loro impatto sulla tendenza delle crisi a risolversi in un crollo egemonico è ambivalente.
Da un lato tengono sotto controllo la crisi inflazionando temporaneamente il potere dello Stato egemonico in declino.
Dall’altro, le espansioni finanziarie permettono di riallocare il capitale verso strutture emergenti.
I crolli egemonici sono i momenti in cui l’organizzazione sistemica delle potenze egemoniche declinanti si disintegra e si instaura il caos sistemico.
La disorganizzazione sistemica diminuisce il potere collettivo dei gruppi dominanti il sistema.
Una nuova egemonia può emergere solo se la crescente disorganizzazione sistemica è accompagnata dalla comparsa di un nuovo blocco di agenzie governative e imprenditoriali dotato di maggiori capacità organizzative a livello di sistema.

1960 – apice dell’egemonia statunitense
Anni ’80 ’90 – successo nella competizione con gli altri stati sui mercati finanziari
Anni ’90 – rinascita statunitense e collasso giapponese
1990-1992 – crollo borsa Tokyo
1997-1998 – crisi asiatica

L’espansione finanziaria globale degli ultimi 25 anni non è né un nuovo stadio del capitalismo mondiale né il sintomo dell’egemonia emergente dei mercati globali. È il più chiaro segnale che ci troviamo nel mezzo di una transizione egemonica.

Futuri possibili

Geopolitica. Una biforcazione tra capacità militari e finanziarie non ha precedenti nelle passate transizioni egemoniche. Il complesso dominante statunitense si è trasformato da massimo creditore mondiale a stato più indebitato. Mantiene il predominio militare ma non ha i mezzi finanziari necessari a risolvere problemi di sistema.
Nessun paese oggi contende l’egemonia militare statunitense.
La crisi attuale non ha alcuna ragione intrinseca né a degenerare in una guerra fra le unità più potenti del sistema, né a evitare un crollo egemonico.
Peculiare carattere sociale di questa crisi, in confronto alle precedenti crisi egemoniche.
Contraddizione di fondo di un sistema capitalistico mondiale che promuove la formazione di un proletariato mondiale senza garantire un salario di sussistenza generalizzato.

Importante novità è lo spostamento dell’epicentro dell’economia globale verso l’Asia orientale, che ha l’economia regionale più dinamica del mondo.
(PROSEGUE)

Capitalism and world (dis)order, in Review of International Studies, 2001, e post del 2006, traduzione di G. Azzolini.

Edgar Morin, appunti

“E cammin facendo, ho acquisito la convinzione che la nostra educazione, per quanto dia strumenti per vivere in società (leggere, scrivere, far di conto), per quanto dia gli elementi (sfortunatamente separati) di una cultura generale (scienze della natura, scienze umane, letteratura, arti), per quanto si dedichi a preparare o a fornire un’educazione professionale, soffre di una carenza enorme per quanto concerne un bisogno primario del vivere: ingannarsi e cadere nell’illusione il meno possibile, riconoscere fonti e cause dei nostri errori e delle nostre illusioni, cercare in ogni occasione la conoscenza più pertinente possibile. Da qui una primaria ed essenziale necessità: insegnare a conoscere la conoscenza, che è sempre traduzione e ricostruzione. “

“L’errore e l’illusione dipendono dalla natura stessa della nostra conoscenza, e vivere è affrontare continuamente il rischio di errore e di illusione nella scelta di una decisione, di un’amicizia, di un habitat, di un coniuge, di un mestiere, di una terapia, di un candidato alle elezioni, eccetera. Il pensiero complesso insegna a essere coscienti che ogni decisione e ogni scelta costituiscono una scommessa. Spesso un’azione è deviata rispetto al suo senso quando entra in un ambiente di inter-retroazioni multiple, e può ritornare a fracassare la testa al suo autore.”

(Morin, la storia non è finita)


“Credo che si tratti di una presa di coscienza tanto più importante in quanto, fino a un’epoca molto recente, abbiamo convissuto con l’idea che noi avremmo portato la storia a compimento, che la nostra scienza avesse acquisito l’essenziale dei suoi principi e dei suoi risultati, che la nostra ragione fosse finalmente a punto, che la società industriale stabilizzasse la sua rotta, che i sottosviluppati si sarebbero sviluppati, che gli sviluppati non fossero sottosviluppati. Oggi non si tratta di sprofondare nell’apocalissi e nel millenarismo, si tratta di vedere che siamo forse alla fine di una certa epoca e, speriamo, agli esordi di tempi nuovi.” (Introduzione al pensiero complesso, Edgar Morin)

Link

Edgar Morin, scheda breve (filosofiaedintorni)

1 2 3 4