Diventa ogni giorno più convincente il discorso di chi sostiene che la tutela del diritto d’autore (copyright, nella concezione anglosassone) si stia trasformando in un ostacolo alla libera circolazione delle idee e alla creatività. E non si tratta solo di una questione sociale e culturale, ma anche economica. Le tecnologie digitali e l’Internet stanno cambiando il rapporto tra produzione e consumo della cultura: rendono possibili nuove forme di collaborazione e di partecipazione nella creazione del sapere, e altrettante nuove forme di condivisione delle informazioni e delle conoscenze. Lo può capire anche chi non crede che la cultura sia un tipo particolare di merce a cui il libero mercato può solo restituire la sua connaturata libertà di pensiero e di espressione. (1)
La tutela del diritto d’autore, nel modo in cui è regolata e gestita in Italia, è sicuramente inadatta ai tempi perché, invece di favorire la crescita culturale del paese e nello stesso tempo difendere il ruolo sociale del lavoro intellettuale, è diventato uno strumento di conservazione della rendita e di controllo del mercato.
Da un paio di mesi c’è un Comitato Consultivo Permanente per il diritto d’autore, che dovrebbe informare il Ministro sul tema del rapporto tra nuove tecnologie e proprietà intellettuale, nella prospettiva di una revisione della legge.
Nello spirito di una partecipazione dei cittadini, auspicata da tutti, un gruppo di associazioni ha inviato al comitato un documento di proposte in diciannove punti. Sono proposte concrete, piene di senso pratico, e di timori per una legge che potrebbe essere peggiorativa. A qualcuno possono anche sembrare un compromesso equo o un eccesso, ma nascono da un’esperienza che in molti ormai condividiamo. Assolutamente (termine abusato, ma attuale) da leggere.
La proposta iniziale è quella di una sostanziosa riduzione della durata del diritto d’autore, che oggi è di settanta anni; con l’obiettivo di “disincentivare la pratica diffusa di bloccare la diffusione di un prodotto tutelato da copyright senza peraltro utilizzarlo a fini economici”.
Non è un documento teorico, ma molto diretto nel proporre possibili soluzioni: per esempio, sulla durata della tutela chiede che scada dopo 24 ore per telegiornali o giornali nel caso che l’uso delle informazioni non sia commerciale.
Semplificando, il documento chiede che ci si muova da un lato per ridefinire i ruoli degli attori in gioco (autori, pubblico, Siae, editori, istituzioni), e dall’altro per affermare i diritti dei cittadini: diritto di copia ad uso personale, libertà per fini di divulgazione, educativi o enciclopedici, diritto di cronaca , diritto di panorama, diritto di prestito gratuito, esecuzione in ambito familiare e amicale.
Le richieste in elenco toccano un po’ tutte le forme della produzione culturale (dalla parola alle immagini e ai software) e tutti gli ambiti di fruizione (individuale, sociale ed economico). 
Gli autori della lettera si sono in parte ispirati al Public Domain Enhancement Act, che ha lanciato l’idea di liberare dalla tutela le opere che non hanno più valore commerciale. Come? Un esempio: facendo pagare agli autori una tassa annuale per rinnovare la tutela, che decadrebbe (fatti salvi i diritti morali) dopo tre anni di mancato pagamento.
Forse è sbagliato considerare queste proposte come una base di partenza, mentre per qualcuno dovrebbero essere un punto di arrivo, ma il cambiamento della legge di tutela del diritto d’autore diventa sempre più indispensabile per sbloccare una situazione culturale ed economica che lascia tutti insoddisfatti.
link
Il nuovo diritto d’autore (Punto informatico)
Atti e contatti in breve (isotype.org)
Manifesto delle libertà digitali (frontiere digitali)
Tavolo tematico sui diritti e permessi d’autore (frontiere digitali)
Nota 1 – Non mi è chiaro cosa accadrà per i beni materiali con l’informatizzazione di tutti i processi produttivi e del lavoro (soprattutto se penso alla realtà di coloro che sono esclusi dal bengodi digitale), ma per il lavoro intellettuale i cambiamenti sono lì: il web 2.0 (meglio sarebbe definirlo collaborativo), la condivisione di musica, immagini, video, lo scambio diretto di informazioni, il giornalismo partecipativo, le web radio e tivu, l’e-learning e l’ormai immenso settore educational in televisione e internet (purtroppo o per fortuna in inglese).