ragioni ed emozioni
Contenitori di memoria: immagini e parole, percorsi reali e inconsci, impressioni, tracce, segni ritrovati, malinconie e stupori.
di Zygmunt Bauman, editore Laterza 2008
“Al giorno d’oggi la prassi manageriale di provocare un’atmosfera di urgenza o di presentare come stato di emergenza una situazione probabilmente normale è considerata un metodo molto efficace, spesso il metodo preferito, per persuadere chi viene gestito ad accettare tranquillamente anche cambiamenti drammatici che colpiscano al cuore le sue ambizioni e prospettive o il suo stesso stile di vita. ‘Dichiara lo stato di emergenza e continua a comandare’, sembra essere la ricetta manageriale sempre più in voga per esercitare un dominio indiscusso e far passare gli attacchi più spiacevoli e devastanti al benessere dei dipendenti, o per liberarsi della forza-lavoro che non si vuol più tenere, lavoratori in esubero a causa delle operazioni di ‘razionalizzazione’ o scorporo delle attività che si susseguono. Forse nemmeno l’apprendimento e l’oblio sfuggono alle conseguenze della ‘tirannia del momento’, favorita e istigata dal continuo stato di emergenza, e del tempo perso in una successione di ‘nuovi inizi’ disparati e apparentemente (ma ingannevolmente) scollegati tra loro. La vita di consumo non può essere altro che una vita di apprendimento rapido, ma ha anche bisogno di essere una vita di oblio altrettanto rapido.”
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“Il Pil, indice ufficiale del benessere della nazione, non si misura forse dalla quantità di denaro che passa di mano? La crescita economica non è for-se alimentata dall’energia e dall’attività dei consumatori? E il consumatore che non si dà da fare per liberarsi di cose consumate o obsolete (o, meglio, di tutto ciò che rimane degli acquisti di ieri) è un ossimoro: come un vento che non soffi o un fiume che non scorra.”
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La vita di un consumatore, la vita di consumo, non consiste nel l’acquisire e possedere. E non consiste nemmeno nel liberarsi di ciò che era stato acquisito l’altro ieri e orgogliosamente ostentato ieri. Consiste piuttosto, in primo luogo e soprattutto, nel rimanere in movimento.
Se aveva ragione Max Weber affermando che il principio etico della vita di produzione era (e doveva essere sempre, se lo scopo era una vita di produzione) il rinvio della gratificazione, allora la linea-guida etica della vita di consumo (se l’etica di una vita simile può essere presentata sotto forma di un codice di comportamento prescritto) dev’essere il rimanere insoddisfatti.”
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“La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l’insoddisfazione nei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita e verso l’insieme di bisogni attraverso i quali viene definita. Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio”
Di nessuna chiesa
La libertà del laico
“Appare evidente come lo scontro oggi in atto sulla presunta dittatura del relativismo sia uno scontro filosofico sul senso e sulla portata della scienza, della riflessione critica, della tolleranza politica e della scelta morale. Le poste in gioco sono il futuro della ricerca, la possibilità di esercitare qualcosa come la filosofia, definendo le ragioni del vivere civile e le stesse condizioni dell’etica.”
“Einstein ci ha insegnato che se da un lato aveva ragione Aristotele nel sostenere che la meraviglia è la scintilla della conoscenza, dall’altro la spiegazione scientifica non è che un”arte della fuga dallo stupore.”
“… la questione non riguarda tanto l’abusata contrapposizione tra fides e ratio, quanto quella tra fallibilismo e infallibilismo, tra una verità che non pretende di salvare neanche se stessa e una verità che promette salvezza a chiunque vi si sottometta, tra una ragione che misura la propria gratuità e finitezza senza aver nostalgia di un fondamento e una ragione che nell’imposizione del fondamento trova il proprio sostegno e la propria giustificazione.”
“Occorre ricordarlo oggi più che mai, poiché da destra come da sinistra, da reazionari come da progressisti, da chierici come da “laici”, la tolleranza viene sospettata di paternalismo, condiscendenza e (più o meno celato) senso di superiorità.”
Che liberté è mai quella che consente di indossare di tutto, eccetto i simboli della propria fede? Che relega il credere a fatto privato, senza concedere l’opportunità di una pubblica testimonianza? Essere di nessuna chiesa significa tollerare ogni chiesa, riconoscendone il diritto all’espressione anche nel libero atto di prenderne le distanze. In questo senso, l’indifferenza è la migliore garanzia di una piena fioritura umana.”
La solidarietà ha tre fili (natura, tecnica, società), non implica un principio trascendente, nemmeno pretende di escluderlo. In questo senso è disposta ad aprirsi ai membri di qualsiasi chiesa – purché costoro si impegnino al rispetto delle differenze, nella pratica prima ancora che nella teoria. Qualcuno pensa che tale richiesta costituisca per lui una violenza o un tradimento?”
Indice del volume:
- La Torre di babele
- Indipendenza
- La scelta della filosofia
- Tolleranza e indifferenza
- La corda a tre fili
“I movimenti popolari danno forma alle città e alla società in generale. Possono assumere ogni forma di manifestazione e di ideologia, e dovremmo essere più aperti nei loro confronti, senza decidere a priori quali abbiano un carattere progressista e quali conservatore, ma considerandoli tutti sintomi dell’evoluzione della società. Soprattutto dovremmo sempre ricordarci la regola base nello studio di questi fenomeni. Essi sono ciò che dicono di essere, sono la loro stessa coscienza.”
(La città delle reti, di Manuel Castells, 2004)
“La verità vale anche per chi la contraddice, la ignora o la dichiara irrilevante.”
(Teoria critica, di Max Horkheimer, 1932)